L'AQUILA, DOVE IL PERDONO DIVENTA FUTURO - Annotazioni e riflessioni sulla XI Giornata Internazionale del Perdono

 






di Goffredo Palmerini


L’AQUILA - Ci sono giornate che si spengono nel tempo di un convegno e altre che continuano a vivere molto oltre,

sedimentando pensieri, domande, emozioni. La XI Giornata Internazionale del Perdono, svoltasi il 10 ottobre 2026

all'Aquila, appartiene certamente alla seconda specie. Per un'intera giornata l'Auditorium della Scuola Ispettori e

Sovrintendenti della Guardia di Finanza "Vincenzo Giudice", a L’Aquila, è stato luogo d'incontro di esperienze umane

profondamente diverse tra loro, ma unite da un comune denominatore: la ricerca di un orizzonte possibile di pace

attraverso la pratica del perdono. Oltre quattrocento persone presenti in sala, migliaia collegate da remoto, relatori

provenienti da differenti realtà culturali e sociali, giovani, operatori del mondo educativo, rappresentanti delle istituzioni,

uomini e donne impegnati quotidianamente nella costruzione di relazioni fondate sul rispetto e sul dialogo. L'Aquila, città

della Perdonanza Celestiniana da oltre sette secoli è apparsa ancora una volta il luogo naturale per ospitare una

riflessione sul Perdono come valore universale. Non una scelta casuale, ma il riconoscimento d’una vocazione della città,

d’una missione spirituale e civile che continua a parlare al presente. Quella stessa identità che spinse papa Francesco, il

28 agosto 2022, a definire il capoluogo abruzzese "capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace".

La Giornata, ideata da Daniel Lumera e organizzata dalla Lumera ODV insieme ai partner One Group, L'Aquila Made In,

ha avuto come tema "Il Perdono nutre il mondo". Un'affermazione che potrebbe apparire idealistica in un tempo

attraversato da guerre, conflitti e lacerazioni sociali, ma che durante l'intera giornata è stata tradotta in esperienze

concrete, volti, storie, testimonianze. Sin dalle prime ore del mattino è apparso chiaro come l'obiettivo dell'incontro non

fosse semplicemente discutere il perdono, bensì interrogarne il significato più profondo. Daniel Lumera e don

Francesco Fiorillo, del Monastero San Magno a Fondi, hanno guidato la riflessione mostrando come il perdono non

rappresenti un atto di debolezza né una fuga dalla realtà, ma una scelta di consapevolezza capace di interrompere le

catene dell'odio e della vendetta. E tuttavia, tra i molti momenti significativi vissuti nel corso della giornata, uno ha lasciato

un'impronta particolare nel cuore dei presenti. L'intervento del professor Izzeldin Abuelaish ha portato all'Aquila una

storia che supera ogni confine geografico e politico. Medico palestinese, conosciuto nel mondo come "il medico di Gaza",

autore del libro "Non odierò", Abuelaish ha vissuto una delle tragedie più devastanti che un padre possa immaginare: la

perdita di tre figlie in un bombardamento nel gennaio 2009. Di fronte a una simile ferita sarebbe stato comprensibile

cedere al rancore. Sarebbe stato umano lasciarsi possedere dall'odio. E invece la sua risposta è stata diversa.

Izzeldin Abuelaish ha scelto di non odiare. Non per dimenticare, non per assolvere, non per cancellare il dolore. Ma

perché aveva compreso che trasformare la sofferenza in rancore avrebbe significato consegnare il futuro alla stessa

logica che aveva generato la tragedia. Nelle sue parole non c'è mai retorica. Vi è piuttosto una straordinaria coerenza tra

ciò che ha vissuto e ciò che continua a testimoniare nel mondo: l'idea che l'umanità possa elevarsi al di sopra della

vendetta e riconoscersi come una comunità di destino. Per questo il conferimento ad Izzeldin Abuelaish del

riconoscimento di Ambasciatore del Perdono ha assunto un significato che va ben oltre l'aspetto simbolico. È apparso

come il riconoscimento di una testimonianza vissuta. Di una scelta dolorosa e coraggiosa che si rinnova ogni giorno. Ma

l'eco più intensa di quella presenza è forse arrivata il giorno successivo, attraverso il messaggio indirizzato al presidente

della Lumera ODV, il generale Nico Caiazza. Parole che meritano di essere rilette e meditate.

Caro Nico,

desidero esprimere la mia più sincera gratitudine a te e a tutto il tuo team per avermi invitato a L'Aquila e per l'onore di

tenere il discorso di apertura alla Giornata Internazionale del Perdono. Grazie per la vostra gentilezza, la vostra

generosità e la straordinaria cura con cui avete reso questo incontro così significativo. Ti sono profondamente grato per

avermi onorato con il riconoscimento di Ambasciatore del Perdono. Lo ricevo con umiltà e con un profondo senso di

responsabilità. Per me il perdono non è soltanto una parola o un gesto simbolico. È una scelta umana difficile ma

coraggiosa: rifiutare che odio e vendetta determinino il nostro futuro e lavorare per un mondo in cui prevalgano dignità,

compassione e comprensione. Perdonare non significa dimenticare, negare l'ingiustizia o rinunciare alla ricerca della

verità e delle responsabilità. Significa rifiutare che il dolore che ci è stato inflitto diventi la fonte di altro dolore per gli altri.


Sono venuto a L'Aquila con speranza, portando con me le mie esperienze e la mia convinzione che l'umanità possa

elevarsi al di sopra dell'odio. Me ne sono andato ancora più ispirato, incoraggiato e pieno di speranza, non solo per il

calore e la generosità che mi avete dimostrato, ma anche per le meravigliose persone che ho incontrato. La loro

motivazione, la loro apertura, il loro impegno e la loro volontà di fare una differenza positiva nel nostro mondo mi hanno

toccato profondamente. Incontrare persone che non si limitano a parlare di un mondo migliore, ma sono davvero disposte

a lavorare per costruirlo, mi ricorda che non siamo soli in questo cammino. Ci sono persone ovunque che credono che la

compassione sia più forte dell'indifferenza, che la comprensione possa superare la divisione e che ogni essere umano

abbia la responsabilità di contribuire a un mondo più pacifico e umano. La speranza diventa potente quando ispira

l'azione, e il perdono acquista significato quando ci aiuta a costruire un futuro diverso. L'incontro di L'Aquila è stato un

bellissimo promemoria del fatto che, nonostante la sofferenza e le divisioni che ci circondano, possiamo scegliere di

unirci, riconoscere la nostra comune umanità e compiere passi concreti verso il cambiamento. Credo sinceramente che

questo sia l'inizio di qualcosa di importante. Spero che possiamo continuare la nostra collaborazione, rafforzare i legami

nati a L'Aquila e lavorare insieme per diffondere speranza, perdono e umanità, in particolare tra i giovani. Meritano un

futuro in cui ereditino saggezza anziché odio, comprensione anziché pregiudizio, e il coraggio di costruire ponti anziché

muri. Ti sarei molto grato se potessi condividere questo messaggio con tutti coloro che hanno partecipato al convegno e

di trasmettere i miei sinceri ringraziamenti a tutto il tuo team e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile

questa giornata speciale. Grazie ancora per la tua amicizia, la tua generosità, la tua visione e l'onore che mi hai conferito.

Porterò con me il calore di questa esperienza, insieme a una rinnovata determinazione a continuare a lavorare per un

mondo in cui nessun essere umano sia definito dall'odio e in cui ogni bambino abbia l'opportunità di crescere in pace. Non

possiamo cambiare il passato, ma insieme possiamo contribuire a plasmare un futuro in cui la prossima generazione non

debba ereditarne l'odio. È una responsabilità che condividiamo, e mi incoraggia sapere di aver incontrato persone come

te che sono disposte ad abbracciarla. Con la mia più profonda gratitudine, amicizia e speranza.

Izzeldin Abuelaish

La lettera del prof. Abuelaish possiede una forza morale rara, quella che ho potuto percepire conoscendolo di persona,

nella grandezza del suo pensiero, come nella semplicità del tratto e dell’umanità trasparente. È difficile immaginare una

sintesi più alta, attraverso la sua intensa testimonianza, dello spirito che ha attraversato l'intera giornata. Molti degli

interventi successivi hanno infatti sviluppato questo stesso filo rosso. I giovani della Cittadella della Pace

dell’Associazione Rondine e gli studenti del Liceo Classico Cotugno dell’Aquila, interessati alla forte testimonianza di

David Simone Cavallo, hanno raccontato il perdono attraverso il linguaggio delle nuove generazioni. Il loro contributo è

apparso particolarmente creativo, specie nel dialogo immaginario tra Celestino V e Ignazio Silone, e prezioso perché

lontano da ogni formalismo. Nelle loro parole il perdono è emerso come capacità di ascolto, riconoscimento dell'altro,

rifiuto delle semplificazioni che alimentano ostilità e pregiudizi. Anche l'esperienza di "Cella Musica", il gruppo che vede

insieme detenuti e agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Siena, ha offerto una testimonianza concreta di come

luoghi segnati dalla separazione possano diventare spazi di relazione e di umanità condivisa, dando concreto senso del

principio sancito dall’art. 27 della Costituzione. Particolarmente significativa, infatti, è stata inoltre la riflessione sul

rapporto tra perdono e giustizia. Un tema delicato e spesso frainteso. La giornata aquilana ha mostrato come il perdono

non sostituisca la giustizia né la svuoti di significato. Al contrario, ne rappresenta il compimento umano più alto, quando

alla necessaria ricerca della verità si accompagna la volontà di non disumanizzare l'altro.

Infine, la proclamazione dell'Aquila "Città Gentile", d’intesa con la Municipalità presente con il vicesindaco Raffaele

Daniele, e la suggestiva preghiera per la Pace con le bandiere delle 197 nazioni del mondo, hanno offerto all’evento

un'immagine dal forte valore simbolico. Centinaia di bandiere, lingue, culture e storie differenti riunite sotto un unico cielo.

Non la celebrazione di una generica armonia, ma l'affermazione di una possibilità: convivere nelle differenze

riconoscendo ciò che accomuna gli esseri umani. Forse è proprio questo il lascito più autentico della XI Giornata

Internazionale del Perdono. In un tempo nel quale il linguaggio pubblico si irrigidisce, i conflitti sembrano moltiplicarsi e

le ragioni dell'altro vengono spesso percepite come una minaccia, L'Aquila ha offerto per un giorno un laboratorio di

umanità. Non una fuga dalla realtà, ma un esercizio di responsabilità collettiva. Il perdono, come hanno mostrato le voci

ascoltate all'Auditorium della Scuola della Guardia di Finanza, non appartiene alla sfera dell'utopia. È una scelta concreta,

esigente e spesso dolorosa. Richiede coraggio, memoria, verità e capacità di guardare oltre la ferita. Ma proprio per

questo continua a rappresentare una delle più alte possibilità dell'essere umano. E dall’Aquila, città che da oltre sette

secoli custodisce nel suo patrimonio spirituale e civile la cultura del perdono, questo messaggio è partito ancora una volta

verso il mondo. Non come una lezione impartita agli altri, ma come una testimonianza condivisa: la pace non nasce

dall'oblio delle ferite, bensì dalla decisione di non lasciare che siano le ferite a decidere il nostro futuro.





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