Heso no o, il filo invisibile tra madre e figlio: dal Giappone una lezione di amore, cura e dignità umana

 



In Occidente, quando un bambino viene al mondo, il cordone ombelicale viene reciso e quasi sempre smaltito senza che vi si attribuisca un valore simbolico o affettivo. È il naturale passaggio biologico con cui si sancisce la nascita di un nuovo individuo.

 

In Giappone, tuttavia, esiste un’usanza antica e ancora oggi profondamente viva, nota come heso no o , letteralmente “il filo dell’ombelico”. Quando un bambino nasce, la struttura sanitaria consegna alla madre una minuscola scatolina di legno di paulonia con incisi a mano il nome del neonato, la data e l'ora del parto. Al suo interno è custodito il frammento del cordone ombelicale, conservato come la prima fondamentale testimonianza del legame tra madre e figlio.

 

Questa usanza è una delle tante potenti narrazioni che la scrittrice ed esperta di cultura giapponese Elena Giappone descrive nel suo libro "Le crepe sono fatte per l'oro", un'opera dedicata a diciannove concetti della filosofia e della vita quotidiana del Sol Levante capaci di offrire una diversa lente di ingrandimento sulle nostre relazioni e sul nostro vissuto.

 

Mi sono fermata a lungo a riflettere su questo racconto. Nel mio costante impegno civile per la difesa dei diritti umani, contro ogni forma di violenza e a tutela della dignità della persona, mi trovo quotidianamente ad analizzare le dinamiche della cura e del rispetto primario. E quello che l'usanza dell'heso no o ci insegna va ben oltre l'aspetto antropologico: ci ricorda che prima ancora di diventare individui autonomi, prima di dover conquistare il nostro posto nel mondo o di affrontare le asperità della vita, ciascuno di noi è stato accolto.

 

Nessuno di noi comincia la propria esistenza nella solitudine assoluta. C'e stato un primo tempo, il più antico di tutti, in cui il nostro battito cardiaco era protetto e nutrito all'interno del corpo di un'altra persona. Il taglio di quel filo è indispensabile: è l'atto fondativo dell'autonomia, l'inizio della vita vera e propria. Ma la lezione insita nella scatolina di paulonia è che recidere un legame per consentire la crescita non significa affatto cancellarlo.

 

So bene che la vita non riserva a tutti relazioni familiari semplici o prive di ferite. Ci sono storie di abbandono, di distanza, di conflitti laceranti che nessuna scatolina può sanare. Eppure, proprio come suggerisce l'immagine del kintsugi, la tecnica giapponese di saldare le ceramiche infrante con l'oro, che dà il titolo al volume di Elena Giappone, il valore di un'esistenza non sta nell'assenza di crepe, ma nella capacità di riconoscerle e dare dignità alla storia che ci ha generati.

 

Quella scatolina conservata per anni in un cassetto e spesso riconsegnata al figlio in età adulta, o persino accompagnata nel suo ultimo viaggio, è la prova tangibile che la cura precede il nostro stesso ricordo di essa. È il richiamo a una responsabilità collettiva e umana: ricordarci che la dignità e la tutela di ogni essere umano affondano le radici in quell'atto primordiale di accoglienza, un filo invisibile che abbiamo il dovere morale di preservare in ogni ambito della società.

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