I giardini d’inverno di Mirella Ester Pennone Masi: memoria, amore e nostalgia in una poesia sospesa nel tempo

Giovane donna tra fiori delicati e un uccello blu, immagine evocativa per la poesia “I giardini d’inverno”.
Un’immagine sospesa tra inverno e fioritura, memoria e speranza, ispirata all’atmosfera della poesia “I giardini d’inverno”.

Ci sono poesie che sembrano nascere nel presente e altre che conservano intatto il profumo di un tempo lontano, come una fotografia rimasta per anni tra le pagine di un album. 

“I giardini d’inverno” di Mirella Ester Pennone Masi, indicata dall’autrice come pagina del proprio diario del 1995, appartiene a questa seconda dimensione. È una poesia intima, attraversata dalla memoria di un amore che continua a vivere nonostante l’assenza. 

La neve, il vento, la notte, la luna e le stelle diventano il paesaggio interiore nel quale il ricordo prende nuovamente forma. E in quel giardino apparentemente freddo e immobile sopravvive qualcosa capace ancora di fiorire: la speranza che il sentimento non sia definitivamente concluso.

Pier Carlo Lava

I GIARDINI D' INVERNO

Se sfoglio un album di fotografie
ti vedo come allora e penso a te,
se apro la finestra entra solo la neve.
Nel silenzio della stanza penso a te.
Siamo figli della notte senza età
come il cielo la luna e le stelle.
Ci cerchiamo nei palpiti della speranza.
Se sento il vento che soffia-penso a te,
ma fra le ombre mendico una carezza.
Tu dimmi dove sei, adesso cosa fai?
Forse tu non sai che puoi amare ancora:
~Ricordi il posto delle fragole?~
Mio magico sortilegio, con te sboccio
con quel poco di felicità
e quel'ebrezza donata in segreto
nei giardini d'inverno!

ester@mirella MP (dal mio diario 1995)

La recensione

Il cuore della poesia è racchiuso già nei primi versi: un album di fotografie diventa la porta attraverso la quale il passato ritorna nel presente. Non è necessario raccontare ciò che è accaduto fra i due protagonisti; basta l'immagine fotografica perché il ricordo si riaccenda. L'autrice vede la persona amata «come allora» e immediatamente il tempo sembra annullarsi.

A questa memoria calda e personale si contrappone la neve che entra simbolicamente dalla finestra. Fuori domina l'inverno; dentro, invece, continua a vivere il pensiero dell'altro. È un contrasto semplice ma efficace: il gelo del presente e il calore di un sentimento custodito nella memoria.

La ripetizione di «penso a te» costituisce quasi il ritmo emotivo della composizione. Non è soltanto nostalgia: è una presenza insistente, una persona lontana che continua ad abitare la stanza e i pensieri della voce poetica.

Molto suggestivo è il verso «Siamo figli della notte senza età». La relazione viene sottratta alla dimensione quotidiana e collocata in uno spazio più vasto, quasi cosmico. Il cielo, la luna e le stelle accompagnano due persone che continuano a cercarsi «nei palpiti della speranza». La notte non rappresenta quindi esclusivamente solitudine: conserva anche la possibilità dell'incontro.

Poi arriva il vento, altro elemento tipico della poesia della memoria. Il vento porta con sé qualcosa di invisibile e irraggiungibile, proprio come il ricordo dell'amato. Eppure il verso successivo improvvisamente rende concreta la sofferenza: «fra le ombre mendico una carezza». Il verbo “mendicare” dà alla mancanza una particolare intensità. Non si desidera qualcosa di grandioso, ma il gesto più elementare dell'affetto: una carezza.

La domanda «Tu dimmi dove sei, adesso cosa fai?» interrompe il flusso della contemplazione e trasforma la poesia quasi in una lettera mai spedita. È probabilmente uno dei passaggi più umani del testo, perché chiunque abbia conservato dentro di sé il ricordo di una persona lontana può riconoscere quella domanda.

Particolarmente interessante è il richiamo al “posto delle fragole”, espressione inevitabilmente evocativa del celebre immaginario legato alla memoria, alla giovinezza e al ritorno nei luoghi del passato. Qui, però, il riferimento viene assorbito completamente nella vicenda sentimentale dell'autrice: diventa un luogo segreto condiviso, reale oppure simbolico, nel quale l'amore continua a esistere.

Il finale ribalta definitivamente l'immagine iniziale dell'inverno. L'autrice scrive «con te sboccio». Proprio quando tutto sembrerebbe suggerire gelo, distanza e immobilità, compare il verbo della primavera. È forse questa l'immagine più significativa dell'intera poesia: si può fiorire persino nei giardini d'inverno, quando un sentimento continua ad alimentare la memoria.

La felicità evocata non è assoluta. È «quel poco di felicità» ricevuta insieme a un'ebbrezza «donata in segreto». Questa misura contenuta rende il testo ancora più malinconico: non siamo davanti alla celebrazione di un amore pienamente posseduto, ma al ricordo di qualcosa che forse è stato breve, nascosto o incompiuto e che proprio per questo continua a esercitare il proprio incantesimo.

“I giardini d’inverno” è dunque una poesia della nostalgia, ma non della rassegnazione. L'inverno domina il paesaggio, l'altra persona è lontana, la carezza deve essere implorata alle ombre. E tuttavia rimane la possibilità di amare ancora. È questa piccola apertura alla speranza che impedisce alla poesia di diventare soltanto elegia del passato.

A distanza di anni dalla data indicata dall'autrice, 1995, quei versi conservano l'immediatezza di una pagina di diario: non cercano artifici complessi, ma affidano alla sincerità del ricordo il loro significato più profondo. Nei “giardini d'inverno” di Mirella Ester Pennone Masi, in fondo, il tempo può coprire ogni cosa di neve, ma non riesce necessariamente a cancellare ciò che una volta è fiorito.

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Fonte: poesia “I giardini d’inverno” di Mirella Ester Pennone Masi, dal diario dell’autrice, 1995.

GEO: Italia

“I giardini d’inverno” di Mirella Ester Pennone Masi è una poesia intensa sulla memoria, l’assenza e la speranza di un amore capace di rifiorire anche nel tempo della lontananza.

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