Articolo di Arturo Varè - Dalla corte sabauda alla Repubblica: la diplomazia italiana raccontata al mondo
Dalla corte sabauda alla Repubblica: la diplomazia italiana
raccontata al mondo
di Arturo Varè
A short history of Italian diplomacy di Stefano Baldi e Luciano Monzali, pubblicato da
Editoriale Scientifica nella collana «Memorie e studi diplomatici», è il primo manuale in
lingua inglese dedicato alla storia della diplomazia italiana e ne ripercorre l’intera
vicenda, dalle radici sabaude fino alle riforme più recenti della Farnesina.
Il volume nasce dall’incontro di due sguardi: quello di Stefano Baldi, diplomatico di
carriera, già ambasciatore in Bulgaria e Rappresentante permanente presso l’OSCE a
Vienna, e quello di Luciano Monzali, storico delle relazioni internazionali all’Università
di Bari «Aldo Moro». Dal primo viene la conoscenza del Ministero vissuto dal di dentro,
dal secondo il rigore del documento. Ne risulta un testo agile, che intreccia tre fili (la
storia dell’amministrazione, l’evoluzione della cultura diplomatica, i ritratti dei
protagonisti) e si rivolge agli studiosi stranieri, a chi si prepara al concorso diplomatico e
ai giovani funzionari appena entrati in carriera. Un pubblico ampio, che il volume può
raggiungere senza ostacoli: il libro è infatti disponibile gratuitamente online e può
essere scaricato dal sito della collana, all’indirizzo
https://diplosor.wordpress.com/collana-di-libri/.
Il titolo, avvertono gli stessi autori, è una semplificazione: sarebbe più corretto parlare
di diplomazie al plurale. La diplomazia moderna, fatta di ambasciatori stabilmente
residenti presso le corti straniere, nasce infatti in Italia nel Quattrocento, nel mosaico di
Stati del Rinascimento: Venezia e Firenze, Milano e Mantova, Ferrara e la Santa Sede
avevano ciascuna i propri inviati. Di quella ricchezza sono sopravvissute soltanto due
diplomazie, quella pontificia e quella dei Savoia, la dinastia alpina destinata a unificare
l’Italia.
È da questa seconda radice che discende la diplomazia della Repubblica. Il libro ne
ricostruisce la continuità, dai primi inviati del duca Amedeo VIII alla Segreteria di Stato
per gli Affari Esteri istituita a Torino da Vittorio Amedeo II nel 1717, fino al Ministero
dell’Italia unita, che accolse i diplomatici provenienti dagli Stati scomparsi e poi le nuove
generazioni. Seicento anni di storia, poco noti al grande pubblico, che spiegano molto del
prestigio di cui la nostra diplomazia gode ancora oggi.
Per raccontarla, gli autori danno voce soprattutto ai diplomatici stessi e a ciò che hanno
scritto sul proprio mestiere: un patrimonio che Baldi, a partire da La penna del
diplomatico (Franco Angeli, 2006), scritto con Pasquale Baldocci, ha censito in oltre
millecinquecento volumi. Tra le figure di riferimento spiccano Roberto Gaja e Luigi
Vittorio Ferraris, che avevano a loro volta come modello Pietro Quaroni e il suo modo di
intendere la professione: dire sempre la verità al governo, offrire analisi senza
indulgenze, mantenere un ponte con l’opinione pubblica.
Che cosa insegna questo racconto? Anzitutto il peso che la diplomazia ha avuto nella
storia del Paese. Al centro del Mediterraneo, con coste esposte, confini difficili da
difendere e poche risorse naturali, l’Italia è sempre dipesa dagli equilibri internazionali
più di altri Stati, e i diplomatici hanno contato soprattutto nei momenti delle grandi
scelte.
Un primo esempio risale al 1882. Dopo la presa di Roma, l’Italia avrebbe voluto dedicarsi
a ferrovie, riforme e istituzioni, ma l’occupazione francese della Tunisia, nel 1881, fu
vissuta come una minaccia diretta. Restare neutrali o allearsi? Diplomatici come Alberto
Blanc, segretario generale del Ministero, e Costantino Nigra favorirono la scelta della
Triplice alleanza con Germania e Austria-Ungheria, firmata a Vienna il 20 maggio 1882:
un’alleanza stretta in tempo di pace, cosa allora insolita, per dare sicurezza a uno Stato
giovane e vulnerabile. Su quel dilemma resta prezioso il libro di un diplomatico, Rinaldo
Petrignani, Neutralità e alleanza (Il Mulino, 1987).
Un secondo esempio in cui la diplomazia ebbe un ruolo di particolare rilievo per le scelte
di strategia politica arrivò dopo il 1945. L’Italia usciva dalla guerra sconfitta e lacerata,
privata delle colonie e ridimensionata dal trattato di pace del 1947. Bisognava, secondo
l’espressione di Renato Prunas, segretario generale del Ministero negli anni della
transizione, rifondare la politica estera. La ripresa fu rapidissima: nel 1947 l’invito a
partecipare al Piano Marshall, nel 1949 l’adesione all’Alleanza atlantica tra i Paesi
fondatori. Anche allora i diplomatici spinsero per l’alleanza, guidati dal realismo più che
dall’ideologia: l’Italia, spiegava Quaroni, è una potenza marittima e non può schierarsi
contro chi domina il Mediterraneo. A quella scelta si affiancò l’impegno europeo, inteso
come strumento per rafforzare la sovranità nazionale, e non per dissolverla.
Due storie di successo, accomunate da un elemento: la politica estera italiana funziona
quando politici e diplomatici condividono gli obiettivi e lavorano insieme. Il diplomatico,
oltre ad amministrare ambasciate e consolati, è un interprete del potere internazionale,
che studia chi decide e quali interessi sono in gioco: una competenza preziosa
soprattutto per un Paese di media grandezza, che non può permettersi di non
interpretare correttamente il mondo.
Quando la collaborazione tra poltiici e diplomatici si spezza, le conseguenze sono gravi.
Accadde con il fascismo, soprattutto dopo il 1936, quando i diplomatici più indipendenti
furono emarginati: Augusto Rosso, già ambasciatore a Washington, fu trasferito a Mosca,
Quaroni finì a Kabul. Gli avvertimenti sulla forza americana restarono inascoltati, fino
alla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti del dicembre 1941.
Ne esce il ritratto di un’istituzione capace di conservare trasformandosi. Nata come
piccola segreteria di uno Stato regionale, prima a Chambéry e poi a Torino, la diplomazia
italiana è diventata lo strumento di una monarchia nazionale e poi di una Repubblica
europeista e multilaterale, senza recidere il legame con il proprio passato. A costruire la
politica estera repubblicana furono spesso uomini che avevano conosciuto dall’interno
gli errori del regime, e che proprio per questo avvertivano con particolare chiarezza
l’urgenza del cambiamento. È forse questo l’insegnamento che il libro consegna ai
giovani diplomatici e ai lettori stranieri: la tradizione, quando resta viva, è una risorsa da
cui ripartire.

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