Accettare l’inaccettabile? La trappola dell’indifferenza e la deriva dei nostri valori quotidiani - di Ada Rizzo
L’altro giorno, in un bar del centro, ho assistito a una scena da poco, di quelle che ormai rischiano di passare inosservate. Un piccolo equivoco tra due persone, una fila da rispettare, un gesto di cortesia mancato. Roba da poco, in apparenza. Eppure, in un secondo, la reazione è stata una sventagliata di aggressività pura, gratuita e sproporzionata. Parole pesanti buttate lì con una disinvoltura disarmante.
Guardando la scena, la cosa che mi ha ferita di più non è stata solo la maleducazione di chi urlava, ma l'indifferenza generale delle persone intorno. Tutti a guardare altrove, ad affrettarsi a pagare, a fare finta di niente. Ho avvertito un nodo alla gola, un senso di amarezza e d'impotenza che immagino molti di noi abbiano provato almeno una volta.
Mi sono chiesta: quando abbiamo iniziato ad accettare tutto questo come fosse la norma?
Il problema della nostra società oggi non è soltanto il male o la rozzezza che ci circondano, ma la pressione invisibile che ci spinge ad assuefarci, a farci scivolare tutto addosso per stanchezza o per quieto vivere. Ma rassegnarsi non è una soluzione: è una lenta resa.
Stiamo assistendo a un ribaltamento silenzioso dei significati. Abbiamo iniziato a chiamare la prepotenza "carne e carattere". L’arroganza viene scambiata per autorevolezza, la volgarità per sincerità, e la pura ignoranza per spontaneità. Nelle discussioni quotidiane, così come nei commenti in rete, l’insulto ha preso il posto del confronto, lo slogan ha sostituito il ragionamento, e sembra avere la meglio chi urla più forte.
La cosa più dolorosa è vedere come la gentilezza venga ormai bollata come debolezza, l’educazione come un’ingenuità e la misura nelle cose come mancanza di carattere. Perfino la sofferenza altrui rischia di diventare uno spettacolo veloce: immagini di guerre, tragedie e notizie drammatiche scorrono sui nostri telefoni tra un contenuto leggero e una pubblicità, consumate in un istante prima di passare oltre.
Ma la sensibilità non è una fragilità di cui vergognarsi; è un presidio di umanità. La vera sconfitta di una comunità non arrives quando il rispetto e la bellezza scompaiono all'improvviso, ma quando smettiamo di sentirne la mancanza e di indignarci. Quando l'aberrante smette di farci male e diventa semplicemente "familiare".
Il contrario della barbarie non è la tecnologia di cui ci circondiamo o la velocità delle nostre giornate. È la nostra coscienza. È la capacità di continuare a provare disagio di fronte all'ingiustizia, di non voltarsi dall'altra parte e di scegliere, ogni giorno, il garbo e la misura anche quando il mondo intorno sembra andare nella direzione opposta.
Forse la domanda più vera che dovremo porci domani mattina, quando usciamo di casa, non è come sia potuto succedere tutto questo, ma quanto ancora siamo disposti ad accettare prima di smarrire ciò che ci rende umani.

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