| L’ultima spiga, il quaderno e una luce custodita nel buio rappresentano il ritorno settembrino alla creatività raccontato da Alice Tonini. |
Pier Carlo Lava
Pubblicato sul blog dell’autrice con il titolo “Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio”, il testo è insieme riflessione personale, dichiarazione poetica e anticipazione del nuovo percorso editoriale di Alice Tonini.
Un rientro diverso dagli altri
L’apertura, “Bentornati nel buio”, chiarisce immediatamente che il settembre raccontato da Alice Tonini non coincide con la semplice ripresa del lavoro, della scuola e delle occupazioni quotidiane.
Il ritorno è soprattutto interiore. La luce intensa e quasi aggressiva dell’estate comincia ad arretrare, le ombre si allungano e l’essere umano può abbandonare la continua esposizione verso l’esterno per recuperare una dimensione più raccolta.
Settembre diventa così la “riapertura dei cantieri del Sottosuolo”. Il Sottosuolo, parola che nel linguaggio dell’autrice assume il valore di un vero luogo simbolico, rappresenta la parte più nascosta della mente: uno spazio nel quale vivono le paure, le anomalie, le intuizioni e le immagini che la vita ordinaria tende a soffocare.
Non si tratta di un buio negativo o privo di speranza. È invece un’oscurità fertile, simile alla terra dentro la quale il seme rimane nascosto prima di generare una nuova vita.
La luce estiva e il bisogno dell’ombra
Uno degli elementi più interessanti del testo è il rovesciamento del significato tradizionalmente attribuito alla luce e al buio. Normalmente la luce rappresenta la conoscenza, la sicurezza e la rinascita, mentre l’oscurità viene associata alla paura e alla perdita.
Alice Tonini modifica radicalmente questa opposizione. Nel suo immaginario, la luce estiva può essere violenta perché costringe il corpo e l’identità a mostrarsi continuamente. Il buio autunnale, al contrario, protegge, raccoglie e permette di ascoltare ciò che durante l’estate era rimasto sommerso.
La fine della stagione calda non rappresenta quindi una diminuzione della vita, ma il ritorno a una diversa forma di vitalità. L’estate espone; settembre custodisce. L’estate disperde; l’autunno concentra.
Da questa inversione nasce il fascino del testo: il lettore viene invitato a non temere l’ombra, ma a riconoscerla come condizione necessaria per la creazione.
Vulcano e il fuoco che lavora sotto la superficie
La riflessione si arricchisce attraverso il richiamo alle Volcanalia dell’antica Roma, le celebrazioni dedicate a Vulcano. La figura del dio non viene presentata semplicemente come divinità del fuoco, ma come custode di un’energia sotterranea capace di fondere e modellare il metallo.
È un’immagine particolarmente adatta alla poetica di Alice Tonini. Il processo creativo non avviene alla luce del sole e non produce immediatamente risultati visibili. Somiglia piuttosto a un fuoco nascosto che continua ad ardere nelle profondità, trasformando lentamente il materiale grezzo.
Anche quando sembra inattiva, la mente sta lavorando. Esperienze, letture, dolori e intuizioni vengono fusi insieme fino a produrre una nuova forma narrativa. Il vero rientro di settembre coincide pertanto con la riaccensione della fucina interiore.
Il riferimento mitologico non svolge una funzione puramente ornamentale. Diventa la chiave attraverso la quale l’autrice racconta il proprio metodo: scrivere significa scendere sotto la superficie, sopportare il calore della trasformazione e dare una forma all’invisibile.
La Madre del Grano e ciò che deve essere protetto
Accanto al mito romano compare il folklore delle tradizioni contadine dell’Europa continentale. L’ultima spiga del raccolto poteva diventare la Vecchia o Madre del Grano, un simulacro vegetale conservato durante l’inverno affinché la forza vitale della terra non andasse perduta.
Questa immagine introduce un’altra dimensione del testo: quella della custodia. Non tutto ciò che nasce dentro di noi deve essere immediatamente mostrato, pubblicato o sottoposto al giudizio degli altri. Alcune idee devono attraversare una stagione di silenzio.
La creatività, soprattutto nell’epoca dell’esposizione permanente e della pubblicazione immediata, ha bisogno anche di segretezza. Alice Tonini suggerisce implicitamente che proteggere un’intuizione non significa rinunciarvi, ma consentirle di maturare.
La spiga custodita nel buio diventa così la metafora delle storie ancora non raccontate, delle identità rimaste nascoste e delle parti di noi che attendono il momento opportuno per tornare alla luce.
Un manifesto della diversità
Come accade frequentemente nella scrittura di Alice Tonini, anche questo articolo rivendica il valore dell’anomalia. Il termine non viene utilizzato come diagnosi o condanna, ma come segno di una sensibilità che non riesce – e probabilmente non desidera – adeguarsi completamente alla normalità.
Il Sottosuolo è abitato da ciò che la società tende a classificare come irregolare: pensieri divergenti, ossessioni creative, inquietudini, fantasmi e percezioni che non trovano posto nella superficie ordinata della vita quotidiana.
Questa rivendicazione conferisce al testo una forte energia identitaria. Al tempo stesso, alcune espressioni molto nette sulla presunta fragilità delle “persone normali” possono apparire volutamente provocatorie. Il rischio è che l’opposizione tra normalità e diversità diventi troppo rigida, dividendo schematicamente il mondo tra chi abita il Sottosuolo e chi rimane prigioniero della superficie.
La provocazione, tuttavia, appartiene chiaramente alla voce dell’autrice. Non mira a formulare una classificazione sociologica, ma a costruire una comunità simbolica nella quale chi si è sentito diverso possa finalmente riconoscersi.
Tra folklore, psiche e futuro tecnologico
Il testo è anche una dichiarazione programmatica. Alice Tonini annuncia il ritorno dei temi che caratterizzano il suo universo narrativo: fantasmi, alterazioni genetiche, neurodivergenza, folklore primordiale, horror e fantascienza.
Questi elementi non vengono trattati come territori separati. Il folklore offre antichi simboli attraverso i quali interpretare la psiche contemporanea; la fantascienza immagina il futuro verso il quale ci stiamo dirigendo; l’horror porta alla luce le conseguenze più inquietanti del rapporto tra corpo, mente e tecnologia.
La forza della sua ricerca nasce proprio da questi accostamenti. Una cerimonia della mietitura può diventare una metafora della memoria; il fuoco di Vulcano può rappresentare il processo creativo; una tecnologia futura può assumere la stessa funzione minacciosa di un’antica divinità.
Il passato non è nostalgia e il futuro non è promessa. Entrambi diventano strumenti per interrogare il presente.
I nuovi progetti annunciati
Alice Tonini anticipa anche i prossimi contenuti della pagina. È prevista la ripubblicazione di due racconti già apparsi in passato, accompagnati da materiali dedicati alla loro costruzione e dalla prima scena di ciascuna storia, riservati agli abbonati.
Il viaggio proseguirà poi verso Delfi, non attraverso una semplice ricostruzione storica, ma come esplorazione del rapporto tra oracolo, autocoscienza e meccanismi con i quali la mente costruisce significati.
Tra ottobre e novembre arriveranno inoltre due racconti inediti, nei quali l’orrore incontrerà il corpo e la tecnologia assumerà una natura parassitaria. L’annuncio non interrompe la dimensione simbolica del testo: ne costituisce piuttosto la conseguenza concreta. Dopo aver descritto la fucina sotterranea, l’autrice mostra ciò che quella fucina sta preparando.
Uno stile intenso e riconoscibile
La prosa di Alice Tonini è caratterizzata da un linguaggio visionario, oscuro e fortemente metaforico. Il lessico richiama continuamente la terra, il fuoco, il metallo, il buio, la carne, i fantasmi e le cattedrali.
Le immagini non descrivono soltanto l’ambiente, ma producono una vera atmosfera narrativa. Anche quando annuncia il calendario delle prossime pubblicazioni, l’autrice non abbandona la propria voce: non comunica semplicemente che tornerà a scrivere, ma suggerisce che i macchinari si sono riaccesi e che le porte della cattedrale sono nuovamente aperte.
Questa coerenza stilistica rappresenta uno dei punti di forza del testo. Ogni elemento appartiene al medesimo universo e contribuisce alla costruzione di un’identità autoriale immediatamente riconoscibile.
L’intensità quasi costante può però lasciare poco spazio alla pausa e alla leggerezza. Ogni passaggio tende ad assumere un valore assoluto e rituale. È una scelta precisa, efficace per chi entra in sintonia con questa scrittura, ma potenzialmente impegnativa per chi preferisce una riflessione più lineare e meno simbolica.
Che cosa riportiamo indietro dall’estate?
La conclusione coinvolge direttamente il lettore attraverso una domanda: che cosa abbiamo riportato con noi dall’estate? Quale parte della nostra identità abbiamo lasciato maturare nel buio?
È un interrogativo che amplia il significato dell’articolo. Il rientro non riguarda più soltanto Alice Tonini e i suoi nuovi progetti, ma ciascuno di noi. Tutti possediamo qualcosa che abbiamo accantonato: un desiderio, una paura, un’opera incompiuta o una possibilità che non abbiamo ancora avuto il coraggio di mostrare.
“Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio” è quindi molto più di un annuncio editoriale. È un invito a considerare il cambiamento di stagione come un rito di passaggio, a proteggere ciò che deve ancora maturare e a riconoscere nel buio non la fine della luce, ma il luogo nel quale una nuova luce viene preparata.
Il settembre raccontato da Alice Tonini non coincide con il ritorno alla normalità. È, al contrario, il momento nel quale la normalità viene sospesa e la parte più autentica, inquieta e creativa dell’individuo può finalmente tornare al lavoro.
Testo originale recensito: “Settembre, il culto della mietitura e il ritorno nel buio” di Alice Tonini
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