La sanità italiana tra servizi pubblici sovraccarichi, lunghe attese e crescente ricorso alle strutture private. Immagine realizzata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo.
Il duro intervento pubblicato su Facebook da Renzo Penna porta nuovamente al centro del dibattito una delle questioni più importanti per il futuro del Paese: la progressiva difficoltà del Servizio sanitario nazionale nel garantire cure tempestive, accessibili e uguali per tutti. I numeri confermano un sottofinanziamento strutturale e una crescita preoccupante della rinuncia alle prestazioni, ma alcune cifre utilizzate nel post devono essere precisate per evitare che una denuncia sostanzialmente fondata venga indebolita da formulazioni inesatte.
Pier Carlo Lava
Penna accusa il Governo di stare «distruggendo la sanità pubblica per favorire quella privata», ricorda l’ultima posizione dell’Italia tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite e denuncia il caso di sei milioni di cittadini costretti a rinunciare alle cure. Aggiunge poi che negli ultimi anni sarebbero stati sottratti alla sanità pubblica 36 miliardi di euro e rimprovera alle opposizioni di essere troppo timide su un tema tanto strategico.
I dati sulla spesa sanitaria
L’analisi più recente della Fondazione GIMBE, elaborata sui dati OECD Health Statistics aggiornati al 17 luglio 2026, conferma che nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è fermata al 6,2% del PIL, in diminuzione rispetto al 6,3% del 2024. La media dei Paesi OCSE e quella dei Paesi europei considerati sono però entrambe del 7,1%, non del 7,2% indicato nel post. L’Italia si colloca al quindicesimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e all’ultimo posto nel G7.
La spesa pubblica italiana è pari a 3.952 dollari pro capite, calcolati a parità di potere d’acquisto: 909 dollari in meno della media OCSE e 1.013 dollari in meno della media dei Paesi europei, che raggiunge i 4.965 dollari. La Germania arriva a 8.726 dollari per abitante, più del doppio dell’Italia.
Che cosa rappresentano realmente i 36 miliardi
È proprio dal divario di 1.013 dollari per abitante che nasce la cifra dei 36,1 miliardi di euro. Convertendo la differenza in euro e moltiplicandola per i quasi 59 milioni di residenti, GIMBE calcola quanto dovrebbe investire in più l’Italia in un solo anno per raggiungere la spesa pubblica pro capite media europea.
Non si tratta, dunque, di 36 miliardi materialmente tagliati negli ultimi anni dall’attuale Governo, ma della distanza che oggi separa il nostro Paese dalla media europea. GIMBE attribuisce questa voragine a circa quindici anni di progressiva erosione delle risorse, avvenuta sotto governi di diverso orientamento politico.
Esiste anche una precedente stima, spesso confusa con quella attuale, secondo la quale tra il 2010 e il 2019 alla sanità pubblica sarebbero stati sottratti oltre 37 miliardi: circa 25 miliardi attraverso tagli disposti dalle manovre finanziarie e più di 12 miliardi mediante l’assegnazione al Servizio sanitario di risorse inferiori a quelle precedentemente programmate. Anche questa cifra riguarda però un intero decennio e numerosi governi, non esclusivamente quello oggi in carica.
Quasi sei milioni di persone hanno rinunciato alle prestazioni
Il dato citato da Penna sui cittadini che non riescono a curarsi è sostanzialmente corretto. Secondo l’Istat, nel 2024 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di avere rinunciato ad almeno una visita medica o a un accertamento diagnostico di cui avevano bisogno. Nel 2023 erano circa 4,5 milioni.
Le cause indicate sono principalmente le lunghe liste d’attesa, segnalate dal 6,8% della popolazione, le difficoltà economiche, denunciate dal 5,3%, e la scomodità nel raggiungere le strutture sanitarie, indicata dall’1,3%. Le motivazioni possono sovrapporsi e, pertanto, non si può sostenere che tutte le rinunce siano state determinate esclusivamente dalla mancanza di denaro. Resta comunque un dato socialmente gravissimo: quasi un italiano su dieci non è riuscito a ottenere almeno una prestazione ritenuta necessaria.
Anche le istituzioni europee hanno riconosciuto il deterioramento dell’accesso alle cure in Italia, richiamando l’aumento delle liste d’attesa, la spesa sostenuta direttamente dai cittadini, le disuguaglianze territoriali e la carenza di personale sanitario.
La sanità privata sta davvero avanzando?
Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva italiana è stata di 185,1 miliardi di euro. La componente pubblica ha raggiunto 137,5 miliardi, mentre 41,3 miliardi, pari al 22,3% del totale, sono stati pagati direttamente dalle famiglie. Altri 6,4 miliardi sono transitati attraverso assicurazioni, imprese e regimi volontari. Nello stesso anno, tuttavia, la spesa privata complessiva è diminuita del 2,5% rispetto al 2023: una precisazione necessaria per descrivere correttamente l’andamento.
Contemporaneamente è aumentata dal 19,9% al 23,9% la percentuale di persone che ha pagato interamente di tasca propria l’ultima visita o prestazione specialistica. Ciò dimostra che il ricorso al privato sta diventando, soprattutto per chi può permetterselo, una via per aggirare le attese del servizio pubblico.
Questi dati documentano una privatizzazione di fatto dell’accesso alle cure, ma non possono dimostrare da soli che esista un progetto deliberato del Governo per distruggere il servizio pubblico e favorire gli operatori privati. Quest’ultima rimane una valutazione politica. L’effetto concreto, tuttavia, è difficilmente contestabile: chi dispone delle risorse economiche paga e ottiene più rapidamente la prestazione; chi non può permetterselo aspetta oppure rinuncia.
Le responsabilità dell’attuale Governo
Il Governo replica alle accuse ricordando che il Fondo sanitario nazionale è passato da circa 125 miliardi nel 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026. Anche la Ragioneria generale dello Stato prevede per il 2026 una spesa sanitaria di 148,5 miliardi, pari al 6,4% del PIL.
L’aumento nominale delle risorse è quindi reale e rende improprio parlare di un taglio lineare del Fondo. Ma non chiude la discussione: bisogna considerare l’inflazione, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento dei costi, la carenza di personale e il confronto con gli altri Paesi. Se gli stanziamenti crescono meno dei bisogni e della spesa europea, il sistema può perdere terreno anche in presenza di più miliardi nominali.
Non sarebbe corretto attribuire all’attuale esecutivo l’intera responsabilità di un divario accumulato in quindici anni. Sarebbe però altrettanto sbagliato assolverlo: chi governa oggi ha la responsabilità delle scelte presenti e future e deve decidere se gli incrementi previsti siano sufficienti a recuperare personale, ridurre le liste d’attesa e garantire concretamente i Livelli essenziali di assistenza.
Anche il giudizio di Penna sulla timidezza delle opposizioni appartiene alla valutazione politica. Rimane condivisibile la richiesta di sottrarre la sanità alle polemiche stagionali e di costruire un impegno stabile, capace di sopravvivere all’alternanza dei governi.
La denuncia, dunque, non va liquidata: la sanità pubblica italiana sta attraversando una crisi strutturale documentata. Ma proprio perché il problema è tanto grave, occorre utilizzare numeri precisi. I 36 miliardi rappresentano il divario con la media europea, non un taglio deciso dall’attuale Governo; la media europea è del 7,1%; i cittadini che hanno rinunciato alle prestazioni sono 5,8 milioni. Sono già dati sufficientemente drammatici e non hanno bisogno di essere forzati: raccontano un Paese nel quale il diritto costituzionale alla salute rischia sempre più di dipendere dal reddito e dal luogo in cui si vive.
Italia
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Nota di trasparenza: questo articolo è stato realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. La selezione delle informazioni, la verifica dei dati, la revisione e la responsabilità editoriale restano a cura dell’autore.
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Descrizione: Immagine realizzata con IA rappresentativa della crisi della sanità pubblica italiana. Una professionista sanitaria affaticata e diversi pazienti attendono in un ambiente ospedaliero affollato, mentre sullo sfondo appare una struttura privata più ordinata e meno congestionata. La scena richiama le disuguaglianze nell’accesso alle cure e il rischio di una sanità a due velocità.
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