Nuova legge elettorale: la governabilità non può valere più della rappresentanza

Una mano inserisce una scheda elettorale in un’urna trasparente davanti a un palazzo istituzionale italiano.
Il voto dei cittadini al centro del dibattito sulla nuova legge elettorale, tra premio di maggioranza, preferenze, stabilità di governo e tutela della rappresentanza democratica.

Una legge elettorale deve consentire di governare, ma prima ancora deve rappresentare correttamente la volontà dei cittadini. La riforma attualmente all’esame del Senato contiene alcune novità condivisibili, come il voto per i fuorisede e il parziale ritorno delle preferenze, ma presenta anche punti critici: il premio di maggioranza, i capilista ancora bloccati, l’indebolimento del rapporto con i territori e soprattutto la scelta di cambiare le regole alla vigilia delle elezioni senza un’intesa sufficientemente ampia.

Pier Carlo Lava

È opportuno partire da una precisazione: quella di cui si discute non è ancora una legge definitivamente approvata. La proposta presentata dal centrodestra e conosciuta come “Bignami bis” o “Stabilicum” ha ricevuto il primo via libera della Camera il 16 luglio 2026, con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astenuti. Ora è all’esame del Senato, dove il voto finale è previsto per il 15 settembre. Poiché Palazzo Madama ha introdotto alcune modifiche, tra cui il nuovo meccanismo delle preferenze, il provvedimento dovrebbe tornare alla Camera a partire dal 28 settembre.

Come funzionerebbe il nuovo sistema

La riforma eliminerebbe la componente maggioritaria del Rosatellum, con la quale circa un terzo dei parlamentari viene attualmente eletto nei collegi uninominali, e introdurrebbe un sistema prevalentemente proporzionale.

Alla lista o alla coalizione che arrivasse prima sia alla Camera sia al Senato, ottenendo almeno il 42% dei voti validi in entrambe le assemblee, verrebbe assegnato un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori. La maggioranza non potrebbe comunque superare complessivamente i 220 seggi alla Camera e i 113 al Senato.

Se nessuna forza politica raggiungesse il 42%, oppure se prevalessero due schieramenti diversi nei due rami del Parlamento, il premio non scatterebbe e tutti i seggi sarebbero distribuiti proporzionalmente. Il ballottaggio previsto nella prima versione della proposta è stato eliminato.

Le liste dovrebbero inoltre indicare il nome della persona proposta per l’incarico di presidente del Consiglio e presentare un programma comune. Questa indicazione, tuttavia, non equivarrebbe all’elezione diretta del premier e non modificherebbe le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica.

Il merito: cercare una maggioranza riconoscibile

L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è comprensibile: fare in modo che dalle urne emerga una coalizione in grado di governare, limitando le trattative successive al voto e il rischio di maggioranze costruite in Parlamento in modo diverso rispetto agli schieramenti presentati agli elettori.

In linea di principio, sapere prima del voto quali partiti intendono governare insieme, con quale programma e con quale candidato alla presidenza del Consiglio rappresenta un elemento di trasparenza. Anche l’introduzione di una soglia relativamente elevata, fissata al 42%, appare più prudente rispetto ai premi attribuiti in passato senza una soglia minima adeguata.

Il premio, inoltre, sarebbe numericamente predeterminato e accompagnato da un limite massimo di seggi. Questo riduce, ma non elimina, il rischio di una sproporzione eccessiva tra voti ricevuti e rappresentanza parlamentare.

La stabilità è un valore importante. Governi continuamente esposti a crisi e cambi di maggioranza incontrano maggiori difficoltà nel programmare interventi di lungo periodo, rispettare gli impegni internazionali e realizzare riforme complesse. Sarebbe quindi sbagliato liquidare ogni tentativo di migliorare la governabilità come un attentato alla democrazia.

Il premio trasforma comunque una minoranza in maggioranza

Il problema nasce quando la governabilità viene ottenuta amplificando artificialmente il peso di una coalizione che non ha conquistato la maggioranza dei voti.

Il 42% rappresenta una percentuale significativa, ma rimane una minoranza. Con un’affluenza simile a quella delle politiche del 2022, una coalizione potrebbe superare quella soglia avendo ricevuto il consenso di poco più di un quarto dell’intero corpo elettorale. Questa osservazione non mette in discussione la validità giuridica del risultato – tutte le elezioni si decidono sui voti validamente espressi – ma pone una questione di legittimazione politica che non può essere ignorata.

Attraverso il premio, chi raggiunge il 42% potrebbe ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e governare senza cercare ulteriori accordi parlamentari. Il rischio è che l’efficienza decisionale venga acquistata riducendo il peso del restante 58% degli elettori.

La Corte costituzionale non ha escluso in assoluto i premi di maggioranza, ma ha più volte richiamato la necessità di un ragionevole equilibrio tra governabilità e rappresentanza. Non è possibile affermare anticipatamente che il nuovo sistema sia incostituzionale; è però evidente che questo equilibrio dovrà essere valutato con grande attenzione.

Il premio non garantisce automaticamente la stabilità

C’è poi un equivoco di fondo: una legge elettorale può produrre numericamente una maggioranza, ma non può obbligarla a rimanere unita.

Le coalizioni italiane sono spesso aggregazioni elettorali composte da partiti con identità, programmi e interessi differenti. Una volta ottenuto il premio, nulla impedirebbe ai loro componenti di entrare in conflitto, uscire dal governo o formare nuovi equilibri parlamentari.

La stabilità dipende dalla coesione politica, dalla qualità della classe dirigente, dalla chiarezza del programma e dalla capacità di governare. Nessun meccanismo matematico può sostituire questi elementi.

Anche la soglia del 42% potrebbe produrre effetti contraddittori. Se uno schieramento raggiungesse il 41,9%, non riceverebbe alcun premio; superandola di pochi decimali, otterrebbe invece decine di parlamentari aggiuntivi. Una differenza minima di voti potrebbe quindi generare una differenza molto rilevante nei seggi.

Se nessuna coalizione raggiungesse la soglia, scatterebbe il proporzionale puro, con il possibile ritorno di quella frammentazione che la riforma dichiara di voler contrastare. Il sistema oscillerebbe così tra due logiche profondamente diverse a seconda del superamento, anche per pochissimo, di una soglia numerica.

Preferenze sì, ma con il capolista deciso dai partiti

Il Senato ha approvato il 10 settembre l’emendamento della maggioranza che introduce un sistema misto: sulla scheda comparirebbe un capolista bloccato, collocato in evidenza e scelto direttamente dal partito, seguito da sei candidati sui quali l’elettore potrebbe esprimere fino a tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere. La proposta delle opposizioni di eliminare completamente i capilista bloccati è stata respinta con 68 voti favorevoli e 99 contrari.

Si tratta di un miglioramento rispetto alle liste interamente bloccate, perché restituisce agli elettori almeno una parte della scelta. Rimane tuttavia un compromesso discutibile: il candidato collocato al primo posto continuerebbe a essere sostanzialmente nominato dalla segreteria del partito, mentre gli altri dovrebbero conquistare le preferenze.

Se si vuole davvero restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, sarebbe più coerente prevedere preferenze effettive per tutti, accompagnate da regole rigorose sulla parità di genere, sulla trasparenza delle candidature e sul finanziamento delle campagne elettorali.

Le preferenze non sono prive di rischi: possono favorire le campagne più costose, il voto clientelare e i candidati dotati di forti apparati personali. Ma questi problemi dovrebbero essere affrontati con controlli e limiti adeguati, non sottraendo la scelta agli elettori.

Si indebolisce il legame con i territori

L’eliminazione dei collegi uninominali correggerebbe alcuni difetti del Rosatellum, compreso il peso assunto dagli accordi tra partiti nella distribuzione delle candidature. Tuttavia cancellerebbe anche uno dei pochi strumenti che permettono di collegare direttamente un parlamentare a un territorio.

Nel collegio uninominale l’elettore può almeno identificare una persona chiamata a rappresentare una determinata area. Con collegi plurinominali e candidature prevalentemente definite dai vertici nazionali, il rischio è di avere parlamentari sempre più dipendenti dalle segreterie e sempre meno responsabili verso le comunità locali.

La soluzione migliore non dovrebbe consistere semplicemente nell’eliminare i collegi, ma nel costruire circoscrizioni territorialmente coerenti, candidature trasparenti e strumenti attraverso i quali gli eletti siano realmente chiamati a rispondere del proprio operato.

L’indicazione del premier rischia di creare confusione

La proposta impone alle liste e alle coalizioni di indicare il nome della persona proposta per Palazzo Chigi. È un’informazione politicamente utile, ma occorre evitare che venga presentata agli elettori come una vera elezione diretta.

La Costituzione stabilisce che il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio, il quale deve successivamente ottenere la fiducia delle Camere. La designazione riportata nel simbolo o nel programma elettorale avrebbe quindi un forte valore politico, ma non sarebbe giuridicamente vincolante.

Senza una spiegazione chiara si potrebbe creare un’ambiguità: il cittadino sarebbe indotto a credere di eleggere direttamente il capo del governo, mentre starebbe votando una lista o una coalizione che propone un nome. La trasparenza non consiste soltanto nel mostrare un candidato, ma anche nel chiarire quali siano realmente i suoi poteri e le procedure previste dalla Costituzione.

Il voto ai fuorisede è una novità positiva

Tra gli aspetti più convincenti della riforma figura la possibilità per chi vive temporaneamente lontano dal proprio comune per motivi di studio, lavoro o cure mediche di votare nel luogo in cui è domiciliato, rispettando determinati requisiti e termini di iscrizione.

È una misura che può favorire la partecipazione e ridurre una discriminazione concreta: migliaia di cittadini rinunciano infatti a votare perché dovrebbero affrontare viaggi lunghi e costosi per raggiungere il comune di residenza.

Su questo punto sarebbe auspicabile un consenso trasversale, eventualmente estendendo e semplificando il sistema senza compromettere la sicurezza e la regolarità delle operazioni elettorali.

Le regole dovrebbero essere condivise

La critica più rilevante non riguarda un singolo meccanismo, ma il metodo. Le leggi elettorali non dovrebbero essere scritte dalla maggioranza pensando ai sondaggi del momento o alla convenienza delle coalizioni in vista delle elezioni successive.

Ogni sistema favorisce inevitabilmente alcune strategie politiche rispetto ad altre. Proprio per questo sarebbe necessario cercare un accordo più ampio possibile, ascoltare i costituzionalisti, simulare gli effetti del nuovo metodo su differenti scenari elettorali e concedere al Parlamento il tempo necessario per esaminare il testo.

Il provvedimento è arrivato nell’Aula del Senato senza che la Commissione Affari costituzionali riuscisse a completarne l’esame e senza il conferimento del mandato al relatore. Non si tratta di un’irregolarità, ma certamente non rappresenta il metodo migliore per affrontare una materia che determina il funzionamento della democrazia.

Una riforma con luci e ombre

La proposta contiene elementi apprezzabili: il voto ai fuorisede, una maggiore chiarezza delle coalizioni, il ritorno parziale delle preferenze e limiti al premio di maggioranza. Non può dunque essere descritta semplicemente come una “legge truffa”, espressione politicamente efficace ma troppo sommaria.

Nello stesso tempo, il premio collegato al 42%, la permanenza dei capilista bloccati, l’eliminazione dei collegi territoriali e l’indicazione ambigua del candidato premier sollevano questioni serie. A queste si aggiunge una procedura accelerata e segnata dagli interessi immediati delle forze politiche.

Il giudizio complessivo non può quindi essere positivo. La riforma cerca la stabilità attraverso un meccanismo numerico, ma non affronta le vere cause dell’instabilità italiana: debolezza dei partiti, trasformismo parlamentare, scarsa democrazia interna, programmi di coalizione poco vincolanti e distanza crescente tra cittadini ed eletti.

Una buona legge elettorale non deve assicurare la vittoria a qualcuno. Deve garantire che ogni voto abbia un peso comprensibile, che gli elettori possano scegliere i propri rappresentanti e che la maggioranza chiamata a governare disponga di una legittimazione politica chiara. La governabilità è necessaria, ma senza una rappresentanza credibile rischia di diventare soltanto il governo di una minoranza premiata dalla matematica.

Roma, Lazio, Italia

==============

Per continuare a leggere notizie, opinioni, approfondimenti e attualità politica:

Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/
ItalianNewsPost.com: https://italianewspost.com/

Nota: articolo di opinione elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale, attraverso il confronto tra fonti istituzionali e giornalistiche nazionali. I dati sono stati verificati e il testo sottoposto a revisione giornalistica.

Crediti immagine: Immagine originale generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post e ItaliaNewsPost.com.

Commenti