| La suggestione dell’antico Egitto rivive tra le statue monumentali della Galleria dei Re del Museo Egizio di Torino. |
Pier Carlo Lava
Il Museo Egizio di Torino è il più antico museo al mondo interamente dedicato alla civiltà egizia. La sua storia ufficiale comincia nel 1824, ma le sue radici risalgono almeno al Seicento, quando giunse a Torino la Mensa Isiaca, una raffinata tavola di bronzo decorata con immagini ispirate al culto della dea Iside. L’opera, realizzata in ambiente romano, alimentò l’interesse della corte sabauda per l’Egitto e contribuì alla formazione del primo nucleo della futura raccolta.
Dalla collezione Drovetti alla nascita del museo
La svolta arrivò nel 1824, quando il re Carlo Felice di Savoia acquistò la vasta collezione riunita in Egitto da Bernardino Drovetti, piemontese, militare e console generale di Francia ad Alessandria. Statue, sarcofagi, stele, papiri, mummie e oggetti della vita quotidiana raggiunsero Torino e furono sistemati nel Collegio dei Nobili, in via Accademia delle Scienze, ancora oggi sede del museo.
La raccolta attirò immediatamente l’attenzione degli studiosi europei. Nello stesso anno arrivò a Torino Jean-François Champollion, il francese che aveva decifrato la scrittura geroglifica grazie anche allo studio della Stele di Rosetta. Esaminando i reperti e i papiri della collezione Drovetti, Champollion comprese l’importanza scientifica di quanto si trovava davanti e pronunciò la frase divenuta simbolo dell’istituzione: «La strada per Menfi e Tebe passa da Torino».
Il Museo aprì al pubblico nel 1832. Da quel momento Torino divenne uno dei principali centri internazionali dell’egittologia, disciplina che proprio nell’Ottocento cominciava ad assumere un carattere scientifico.
Gli scavi di Schiaparelli e le grandi scoperte
Una seconda fase decisiva ebbe inizio alla fine dell’Ottocento con la direzione di Ernesto Schiaparelli. Egittologo, archeologo e fondatore della Missione Archeologica Italiana, Schiaparelli organizzò numerose campagne di scavo in Egitto. Le ricerche furono proseguite successivamente da Giulio Farina: tra il 1903 e il 1937 portarono a Torino circa 30.000 reperti, molti dei quali accompagnati da documenti, fotografie e indicazioni precise sul luogo del ritrovamento.
La scoperta più celebre avvenne nel 1906 a Deir el-Medina, il villaggio abitato dagli artigiani incaricati di costruire e decorare le tombe dei faraoni. Qui la missione italiana individuò la sepoltura ancora intatta di Kha e Merit, una coppia vissuta circa 3.500 anni fa. Kha era un responsabile dei lavori nelle necropoli reali, mentre Merit viene ricordata dalle iscrizioni come “signora della casa”.
La tomba conteneva sarcofagi, letti, sedie, abiti, biancheria, strumenti da lavoro, recipienti, cosmetici, alimenti e oggetti personali. Non è soltanto un insieme di tesori: è una sorta di abitazione rimasta sigillata nel tempo, capace di restituire il volto quotidiano di una famiglia dell’antico Egitto. La sala riallestita nel 2025 ospita 460 reperti, insieme al Libro dei Morti di Kha, un papiro lungo 14 metri contenente 33 formule destinate ad accompagnare e proteggere il defunto nell’aldilà.
La maestosità della Galleria dei Re
Tra gli ambienti più spettacolari figura la Galleria dei Re, dove statue colossali di faraoni e divinità sembrano accogliere il pubblico all’interno di un antico tempio. Al centro domina la statua di Ramesse II, raffigurato con la corona cerimoniale, lo scettro e le immagini della regina Nefertari e del principe Amonherkhepeshef ai lati delle gambe.
Accanto ai sovrani si trovano le imponenti figure della dea leonessa Sekhmet, associata alla forza distruttrice del sole ma anche alla guarigione. Il nuovo allestimento, inaugurato nel 2024, ha riportato alla luce le volte e le grandi finestre seicentesche del palazzo. Le statue sono state collocate più vicino al pavimento, secondo una disposizione ispirata agli originari cortili templari, e ordinate cronologicamente intorno alla figura di Ramesse II. Le 21 statue di Sekhmet sono state invece presentate in modo da richiamare la loro collocazione nell’antico complesso funerario di Amenhotep III.
Il passaggio dall’ombra alla luce non è soltanto una scelta scenografica: richiama simbolicamente la concezione egizia della rinascita, il cammino dal mondo terreno verso una nuova esistenza.
Papiri che hanno cambiato la conoscenza della storia
Il Museo Egizio possiede una raccolta di papiri di straordinaria importanza. Tra questi vi è il Papiro dei Re, o Canone Reale di Torino, una lista frammentaria dei sovrani egizi comprendente anche nomi assenti da altre fonti. Il documento è fondamentale per ricostruire la cronologia delle dinastie faraoniche.
Il Papiro delle Miniere rappresenta invece la regione dello Wadi Hammamat, attraversata dalle vie utilizzate per raggiungere cave e giacimenti auriferi. È considerato una delle più antiche carte geografiche conosciute e una testimonianza sorprendente delle conoscenze del territorio possedute dagli Egizi.
Altrettanto significativo è il Papiro dello Sciopero, che documenta la protesta degli operai di Deir el-Medina durante il regno di Ramesse III. Le maestranze, non avendo ricevuto le razioni alimentari spettanti, interruppero il lavoro e presentarono le proprie richieste alle autorità. È una delle più antiche testimonianze conosciute di uno sciopero organizzato.
Nella collezione figurano inoltre il Papiro Giuridico, relativo alla congiura contro Ramesse III, e il Papiro Erotico-Satirico, testimonianza del fatto che gli antichi Egizi conoscevano anche l’ironia, la caricatura e la rappresentazione giocosa della società.
Il Tempio di Ellesiya, un monumento salvato dalle acque
Un altro ambiente di grande suggestione custodisce il Tempio rupestre di Ellesiya, fatto costruire dal faraone Tutmosi III in Nubia. Negli anni Sessanta del Novecento la realizzazione della diga di Assuan minacciò numerosi monumenti antichi, destinati a essere sommersi dalle acque.
L’Italia partecipò alla campagna internazionale promossa dall’UNESCO per il salvataggio dei templi nubiani. Come riconoscimento per il contributo offerto, il governo egiziano donò il tempio di Ellesiya allo Stato italiano. La struttura fu suddivisa in 66 blocchi, trasportata e ricomposta a Torino, dove venne inaugurata il 4 settembre 1970.
Il monumento racconta così due storie differenti ma inseparabili: quella dell’Egitto faraonico e quella moderna della cooperazione internazionale per la tutela del patrimonio culturale.
Un museo della vita, non soltanto della morte
Sarcofagi, mummie e rituali funerari esercitano inevitabilmente un forte richiamo, ma limitare l’antico Egitto al culto dei morti sarebbe un errore. Le sale torinesi mostrano anche vestiti, sandali, pani, ceste, mobili, giochi, ceramiche, utensili, cosmetici e lettere. Attraverso questi oggetti emergono persone reali: artigiani preoccupati per il salario, donne che amministravano la casa, scribi intenti a registrare consegne e lavoratori, bambini che giocavano, famiglie che preparavano il futuro dei propri defunti.
Il percorso attraversa circa quattromila anni di storia, dall’Epoca Predinastica fino alla fase greco-romana e copta. Il museo conserva complessivamente circa 40.000 reperti: circa 3.300 sono esposti nel percorso principale e altri 12.000 sono conservati nelle Gallerie della Cultura Materiale. Gli spazi visitabili si estendono su circa 12.000 metri quadrati distribuiti su quattro piani.
Ricerca, tecnologia e rispetto per i reperti
Il Museo Egizio contemporaneo non è un deposito immobile di antichità. È un centro di ricerca nel quale archeologi, restauratori, antropologi, chimici, fisici ed esperti di diagnostica lavorano insieme. Tecniche non invasive, scansioni tridimensionali e analisi dei materiali consentono di studiare mummie, tessuti, pigmenti e papiri riducendo al minimo gli interventi diretti.
Dal 2014 la direzione è affidata all’egittologo Christian Greco, che ha promosso collaborazioni con università e istituti internazionali, nuovi progetti di ricerca, digitalizzazione, inclusione sociale e rinnovamento degli allestimenti.
Questa impostazione rende visibile anche il lavoro che si trova dietro ogni reperto: provenienza, scavo, restauro, interpretazione e talvolta dubbi ancora irrisolti. Un oggetto archeologico, infatti, non parla da solo. Ha bisogno di essere studiato e ricollocato nel proprio ambiente originario, evitando di trasformarlo in una semplice curiosità esotica.
Un patrimonio di Torino aperto al mondo
Il bicentenario celebrato nel 2024 ha confermato la capacità del Museo Egizio di rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità. La nuova Galleria dei Re, il riallestimento del Tempio di Ellesiya e della sala di Kha e Merit, la digitalizzazione delle collezioni e l’attenzione all’accessibilità mostrano un’istituzione che considera la memoria non come qualcosa di fermo, ma come uno strumento per comprendere il presente.
Nel 2025 il museo ha raggiunto il record di 1.273.354 visitatori, con una crescita del 22,8 per cento rispetto all’anno precedente. È un risultato che conferma non soltanto la sua capacità di attrazione turistica, ma anche il ruolo assunto nella vita culturale di Torino e del Piemonte.
Visitare il Museo Egizio significa entrare in contatto con una civiltà lontana e, nello stesso tempo, riconoscere sentimenti sorprendentemente vicini ai nostri: l’amore per la famiglia, il bisogno di giustizia, la paura della morte, la speranza di continuare a esistere e il desiderio di lasciare una traccia. È probabilmente questo il suo segreto più profondo: non presenta l’antico Egitto come un mondo scomparso, ma come una storia umana che, dopo millenni, continua ancora a parlarci.
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