“Madrigali” di Silvia De Angelis: attraversare il vento della vita con l’ironia di chi depone le armi
| Le etichette vengono portate via dal maestrale, mentre oltre la tempesta si apre una serenità capace di riparare le ferite della vita. |
In “Madrigali”, Silvia De Angelis concentra in pochi versi un’intera esperienza esistenziale: il peso dei giudizi ricevuti, l’instabilità degli eventi, le ferite inferte dalla vita e la lenta conquista di una serenità capace di ricomporre ciò che è stato spezzato. La poesia procede attraverso immagini dense e accostamenti sorprendenti, costruendo il ritratto di una persona che, dopo avere attraversato il disordine, sceglie di abbandonare ogni inutile conflitto senza però rinunciare alla propria consapevolezza.
Pier Carlo Lava
La poesia
MADRIGALI
Collezionista di scomode etichette
nel buio fluido
che attraversa altalene d’eventi
macino soffi di forte maestrale
approdando ad una serenità
riparatrice di sberle
nel palco complicato della vita
borgo di madrigali estremi
a cui intonarsi
accovacciati al senso ironico del disarmo…
Silvia De Angelis
Il peso delle “scomode etichette”
L’esordio possiede una forza immediata: “Collezionista di scomode etichette”. L’io poetico si presenta attraverso le definizioni che gli altri gli hanno attribuito. Non si tratta di qualità liberamente scelte, ma di etichette accumulate nel tempo, probabilmente nate dai giudizi, dalle incomprensioni e dalle aspettative imposte dall’esterno.
Il termine “collezionista” introduce però una sottile ambiguità. Chi parla sembra avere trasformato ciò che inizialmente poteva essere una ferita in un archivio della propria esperienza. Quelle etichette restano scomode, ma non possiedono più il potere assoluto di determinare un’identità. Sono testimonianze di ciò che è stato affrontato e, forse, superato.
Il verso suggerisce così una riflessione universale: lungo il cammino veniamo spesso definiti da parole che non ci appartengono. Gli altri ci osservano, ci giudicano e cercano di racchiuderci dentro categorie rassicuranti. Crescere significa anche imparare a distinguere ciò che siamo veramente da quanto ci è stato attribuito.
Il “buio fluido” e le altalene degli eventi
La poesia entra quindi in un “buio fluido”, espressione apparentemente contraddittoria e proprio per questo particolarmente evocativa. Il buio richiama l’incertezza, la sofferenza e l’assenza di punti di riferimento; l’aggettivo “fluido” gli toglie però ogni rigidità. Non siamo davanti a un’oscurità immobile, ma a una condizione instabile che scorre, cambia forma e può infine essere attraversata.
Dentro questa dimensione si muovono le “altalene d’eventi”. La metafora traduce efficacemente il carattere discontinuo dell’esistenza: momenti di slancio si alternano a cadute improvvise, la sicurezza lascia spazio alla fragilità e ogni equilibrio appare provvisorio. L’altalena non conduce verso una destinazione precisa, ma oscilla continuamente tra due estremi.
Silvia De Angelis non descrive dunque la vita come un percorso lineare. La rappresenta piuttosto come una successione di movimenti, contraccolpi e ritorni, nei quali la persona deve continuamente ridefinire la propria posizione.
Macinare il maestrale
Tra le immagini più originali emerge quella racchiusa nel verso “macino soffi di forte maestrale”. Il maestrale, vento energico e impetuoso, assume il significato delle difficoltà che investono l’esistenza. Il verbo “macino” comunica fatica, persistenza e trasformazione.
Il soggetto poetico non si limita a resistere al vento e neppure cerca di evitarlo. Lo macina, quasi volesse scomporlo e convertirlo in materia utile alla propria crescita. Le avversità non scompaiono, ma vengono elaborate fino a perdere parte della loro forza distruttiva.
In questa espressione si concentra la natura resiliente del componimento. La resistenza non è presentata come un gesto eroico o spettacolare, bensì come un’attività lenta e quotidiana. Ogni soffio viene affrontato, assorbito e trasformato nel corso del tempo.
Una serenità capace di riparare le “sberle”
Dopo l’attraversamento del buio e del vento arriva l’approdo a una “serenità riparatrice di sberle”. L’accostamento tra la serenità, termine delicato e contemplativo, e le “sberle”, parola concreta e quasi colloquiale, produce un contrasto espressivo molto efficace.
Le “sberle” possono essere interpretate come le umiliazioni, le sconfitte, i tradimenti e gli urti che l’esistenza riserva. La serenità non cancella quanto è accaduto, ma agisce come una forza riparatrice. Ricuce le lacerazioni interiori e permette di guardare il passato senza esserne ancora prigionieri.
Non è la pace ingenua di chi non ha conosciuto il dolore. È invece una serenità conquistata dopo avere sopportato il vento e le oscillazioni della sorte. Per questo appare più credibile e profonda: nasce dall’esperienza, non dall’assenza di conflitti.
Il grande palcoscenico della vita
La vita diventa poi un “palco complicato”, sul quale ciascuno interpreta ruoli diversi e incontra personaggi, maschere e situazioni imprevedibili. L’immagine teatrale introduce il tema della rappresentazione: viviamo cercando di essere noi stessi, ma siamo continuamente esposti agli sguardi e ai giudizi degli altri.
Su questo palco si trova un singolare “borgo di madrigali estremi”. Il borgo suggerisce uno spazio raccolto e popolato, formato da molte voci e da numerose storie. I madrigali, tradizionalmente legati alla musicalità e all’espressione dei sentimenti, diventano qui “estremi”, perché raccontano probabilmente emozioni vissute fino al limite.
Il titolo della poesia acquista così il proprio significato più profondo. I madrigali non sono soltanto componimenti poetici o canti, ma le differenti melodie dell’esistenza: alcune armoniose, altre aspre, tutte necessarie per formare la complessa partitura di una vita.
Intonarsi senza perdere la propria voce
Nel “borgo” della vita occorre imparare “a intonarsi”. Intonarsi significa entrare in relazione con il mondo, trovare una misura condivisa e accordare la propria voce a quelle che ci circondano. Non implica necessariamente conformarsi o annullarsi, ma scoprire una possibile armonia dentro il disordine.
Il componimento si chiude con l’immagine di persone “accovacciate al senso ironico del disarmo”. Il disarmo può essere interpretato come la rinuncia alle difese, alle ostilità e al bisogno di reagire continuamente. Dopo avere combattuto contro le etichette, il buio, le altalene e il maestrale, l’io poetico comprende che non tutte le battaglie devono essere vinte e che alcune possono semplicemente essere abbandonate.
L’ironia impedisce tuttavia a questa resa di diventare sconfitta. È lo sguardo maturo di chi riconosce l’assurdità di molti conflitti e sceglie di osservarli con un sorriso consapevole. Disarmarsi significa allora smettere di opporre durezza alla durezza, accettando la propria vulnerabilità come una forma diversa di forza.
Stile e linguaggio
Silvia De Angelis utilizza il verso libero, senza una struttura metrica regolare e senza punteggiatura interna. Le immagini si susseguono come parti di un unico flusso, mentre il lettore è invitato a individuare autonomamente pause, connessioni e significati.
Il linguaggio è fortemente metaforico e fondato su accostamenti insoliti: “buio fluido”, “altalene d’eventi”, “macino soffi”, “serenità riparatrice”, “borgo di madrigali”. Sono espressioni che non descrivono direttamente una vicenda, ma ne restituiscono la temperatura emotiva.
Anche in altri componimenti pubblicati nel suo blog, significativamente intitolato Inganni velati – Scorci emotivi dettati dal profondo, l’autrice mostra una predilezione per immagini evocative, titoli incisivi e brevi esplorazioni dell’interiorità.
I versi non cercano una narrazione immediatamente decifrabile. Procedono invece attraverso frammenti e intuizioni, chiedendo al lettore di partecipare alla costruzione del senso. La poesia assume così una qualità quasi visionaria, nella quale gli oggetti concreti diventano simboli di condizioni interiori.
Temi principali
Il componimento sviluppa alcuni nuclei fondamentali della poesia esistenziale contemporanea: il giudizio degli altri, l’instabilità della vita, la resilienza, la guarigione interiore, la ricerca di armonia e il valore dell’ironia.
La traiettoria complessiva conduce dal disagio alla riconciliazione. Si parte dalle etichette e dal buio, si attraversano il vento e le sberle e si giunge infine a una forma di disarmo. Non è però un itinerario trionfale: la serenità raggiunta rimane consapevole della complessità del palcoscenico sul quale continuiamo a muoverci.
Conclusione
“Madrigali” è una poesia breve ma stratificata, nella quale Silvia De Angelis condensa il movimento di un’intera esistenza. Le immagini, talvolta enigmatiche, possiedono una notevole capacità evocativa e si legano attraverso una progressione coerente: dalla sofferenza prodotta dai giudizi alla conquista di un equilibrio interiore.
Il componimento suggerisce che la maturità non consista nell’evitare le tempeste, ma nell’imparare a trasformarle. Le etichette non vengono strappate, il maestrale non viene fermato e le sberle non sono dimenticate: tutto viene attraversato e rielaborato fino a diventare parte di un personale canto.
Alla fine rimane l’ironia del disarmo, forse la conquista più autentica: la scelta di deporre le armi senza arrendersi, di accettare le contraddizioni della vita e di accordare la propria voce al suo imprevedibile, estremo madrigale.
Alessandria, 7 settembre 2026
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Nota: la recensione è stata elaborata con il supporto dell’intelligenza artificiale e sottoposta a revisione editoriale.
Immagine realizzata con I.A.
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