LIVOLSI: INVESTIMENTI CONTRO IL CALDO DIVENTINO POLITICA INDUSTRIALE - "È L'INSEGNAMENTO LASCIATO DA QUESTA ESTATE"

 




Roma. "Con settembre riprendono pienamente le attività economiche e l'estate viene archiviata. Le temperature eccezionali, gli incendi e la siccità vengono ricordati come emergenze stagionali, destinate a concludersi con l'arrivo dell'autunno. Dal punto di vista economico, tuttavia, non è così". Caldo ed economia nell'analisi di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A..


"La stampa internazionale- spiega- dedica crescente attenzione a un fenomeno che in Italia continua a essere affrontato come una questione ambientale o di protezione civile. Il Wall Street Journal ha analizzato gli effetti dell'estate europea sull'agricoltura, sulle infrastrutture e sulla navigazione fluviale. In Francia, Le Monde ha riferito che caldo, siccità e incendi potrebbero costare nel solo 2026 fino a 15 miliardi di euro, equivalenti a una quota compresa tra lo 0,3% e lo 0,5% del prodotto interno lordo francese. Nel Regno Unito, secondo una stima riportata dal Guardian, le ripetute ondate di calore avrebbero già determinato entro luglio una perdita di produzione pari a 4,4 miliardi di sterline per l'economia britannica. Non si tratta solo dei danni immediatamente visibili provocati dagli incendi o dalla siccità. Il caldo riduce le ore lavorate e la produttività, aumenta il consumo di energia, danneggia i raccolti, rallenta i trasporti, mette sotto pressione le infrastrutture e accresce la spesa sanitaria. Sono effetti distinti, che finiscono per incidere sulla crescita economica, sui bilanci pubblici e sulla redditività delle imprese".


"Una recente analisi di Allianz Trade - continua Livolsi- individua nei 30 gradi la soglia oltre la quale le conseguenze economiche tendono ad aggravarsi rapidamente. Tra i 30 e i 35 gradi, per ogni grado aggiuntivo la produzione oraria si ridurrebbe mediamente di circa il 3%, mentre i consumi energetici aumenterebbero dell'1,2%. L'impresa subisce così un duplice effetto: produce meno e sostiene costi più elevati. L'Italia è tra i Paesi europei maggiormente esposti. Secondo lo scenario elaborato da Allianz, qualora tra il 2026 e il 2030 si ripetessero progressivamente gli anni più caldi registrati nel decennio precedente, la perdita cumulata per il nostro Paese potrebbe raggiungere i 147 miliardi di dollari".


"La questione assume particolare rilievo per un'economia caratterizzata da una produttività già debole e da un peso significativo di settori esposti alle condizioni climatiche, come agricoltura, edilizia, turismo, logistica e manifattura. A ciò- dice ancora- si aggiungono città densamente costruite, un patrimonio immobiliare poco adatto alle temperature estreme e infrastrutture progettate per condizioni climatiche diverse da quelle attuali. Vi è poi un effetto finanziario. L'aumento della frequenza e dell'intensità degli eventi estremi rende più complesso e costoso assicurare abitazioni, stabilimenti e attività economiche. Quando un bene diventa difficilmente assicurabile, tende a diventare anche meno finanziabile. Le banche devono incorporare un rischio maggiore, gli investitori richiedono rendimenti più elevati e il valore degli immobili può risentirne. Il cambiamento climatico entra così nei bilanci delle imprese, delle compagnie di assicurazione, degli istituti di credito e dello Stato. Una parte dei danni viene coperta dagli assicuratori, un'altra ricade direttamente sulle aziende e sulle famiglie, mentre un'altra ancora finisce sulla finanza pubblica attraverso ristori, interventi di emergenza e ricostruzioni".


"L'adattamento al cambiamento climatico non può essere considerato soltanto una componente della politica ambientale- avverte- ma deve diventare una parte della politica industriale e infrastrutturale. In tale quadro, per difendere la capacità produttiva del Paese bisogna intervenire su più fronti: raffrescare in modo efficiente fabbriche, uffici, scuole e ospedali; adeguare le reti elettriche e idriche; ripensare gli orari di lavoro nei settori maggiormente esposti; aumentare il verde urbano; proteggere le vie di comunicazione e favorire sistemi assicurativi capaci di premiare gli investimenti nella prevenzione. Anche le risorse pubbliche ed europee dovrebbero essere valutate lungo questa direttrice. Il dibattito sulla transizione climatica si concentra quasi esclusivamente sulla riduzione delle emissioni. Questo obiettivo resta fondamentale, ma non è più sufficiente".


"L'Italia ha spesso affrontato le emergenze stanziando risorse dopo che il danno si è verificato. Il nuovo scenario impone di rovesciare questa logica. Investire nella resilienza non significa sostenere un costo aggiuntivo, ma evitare perdite future di produzione, reddito e patrimonio. L'estate del 2026 ci lascia una lezione economica: il caldo non è più una parentesi stagionale- conclude Livolsi- ma è diventato un fattore strutturale di competitività".

Commenti