L’architettura del tempo e il peso dell’anima: la lirica metafisica di Nikollë Loka- Analisi e commento di Ada Rizzo

 




Un viaggio in tre stazioni poetiche dell’autore albanese esplora il mistero della memoria, la caducità dei miti e l’alienazione contemporanea. Un’occasione per riflettere sul tempo attraverso la filosofia, la letteratura e la sociologia.

 

di Ada Rizzo

 

In un presente segnato dall’iper-velocità e dall'accumulo, la poesia conserva il potere di fermare l'orologio e costringerci a un bilancio interiore. La produzione di Nikollë Loka, una delle voci più intense della letteratura albanese contemporanea, si inserisce in questa urgenza con un trittico di liriche che compongono una vera e propria meditazione filosofica ed esistenziale.

 

Attraverso un linguaggio sobrio ma denso di simboli, Loka affronta tre grandi snodi della condizione umana: la ciclicità della memoria, l'incontro tra il tempo finito e l'Eternità, e la fatica fisica e spirituale dell'uomo moderno.

 

Di seguito presentiamo le tre liriche.

 

I testi

1. Il tempo ritorna nella memoria!

Il tempo ritorna nella memoria!

 

Tutto il tempo viene…

 

Sulla strada che sembra una

 

mancanza,

 

come un disvelarsi

 

insensato,

 

una fine che nasce come un

 

inizio,

 

senza indirizzo…

 

Tutto il tempo va…

 

come un’illusione

 

insensata,

 

per strade cieche,

 

rimaste grigie,

 

quando all’alba

 

nasce una preghiera,

 

al capo della speranza

 

trova salvezza,

 

si piega

 

il tempo nel pentimento…

 

E la fine appare come

 

inizio,

 

un rimpianto muore,

 

un rimpianto nasce,

 

tutto il tempo ritorna

 

memoria!

 

2. Quando finirà il tempo

Quando finirà il tempo

 

e tutto

 

sarà lasciato alle spalle,

 

spogliato del mito,

 

in un punto interrogativo

 

ritorna la Rivelazione…

 

Tra statue funerarie,

 

il passato attende il presente;

 

riappare il ritornello dell’assenza —

 

il pentimento.

 

L’Eternità

 

nei crocevia degli spiriti si incarna;

 

la croce si abbandona a terra

 

come un’ombra.

 

Si liberano

 

ideali incatenati dall’oblio,

 

un soffio d’eternità floreale

 

che sboccia e si desta,

 

nei luoghi d’incontro delle congetture,

 

nel cuore dei dilemmi del sonno

 

e del risveglio.

 

3. Il peso del tempo

Si appesantisce il tempo

 

nel peso dell’uomo che si veste leggero;

 

ogni peso in più

 

lo lascia cadere sotto forma di pioggia e neve.

 

Siamo entrati nel terzo autunno,

 

in un tempo senza sole,

 

dove non soffia più neppure un vento primaverile.

 

D’inverno aggiungiamo gli abiti del corpo,

 

uno, due e ancora di più;

 

il buio corre più veloce,

 

per il desiderio sfrenato e il rancore.

 

Si confondono nella nebbia le stagioni,

 

le stazioni,

 

la luce del sole, i neon,

 

e il buio tardivo scolora.

 

Ma quando ci libereremo degli abiti in eccesso,

 

si attenua il peso della gravità.

 

Tra passi lunghi che si fanno più radi,

 

è difficile prendere la curva…

 

Difficile afferrare il tempo!

 

 

Analisi e coordinate critiche

Il trittico di Nikollë Loka si muove su un doppio binario concettuale: da un lato l'esplorazione psico-metafisica della durata interiore; dall'altro una spietata critica sociologica alla deriva della modernità.

 

La memoria e il tempo interiore: tra Bergson e Proust

Nel primo testo, il tempo rifiuta la rigidità cronologica della fisica per farsi dimensione dello spirito. Non scorre semplicemente in avanti, ma «viene» e «va», avvolgendosi su se stesso. Questo movimento coincide con la durée (la durata reale) theorizzata da Henri Bergson: un flusso in cui il passato non scompare, ma continua a fluire nel presente. La dinamica in cui «un rimpianto muore, un rimpianto nasce» e la fine diventa inizio richiama la memoria involontaria di Marcel Proust: il tempo perduto non si cancella, ma trova riscatto e salvezza nel momento in cui la coscienza lo rielabora attraverso il ricordo e la preghiera. Sul piano psicologico, Loka descrive un'esperienza assimilabile all'elaborazione dell'inconscio, dove i nodi irrisolti ritornano ciclicamente finché l'atto del "pentimento" non ne consente la catarsi.

 

L'Eternità e la spogliazione del mito: il dialogo con Eliot e Luzi

La seconda lirica si sposta su un piano chiaramente escatologico. Di fronte al crollo delle illusioni umane («spogliato del mito»), la fine del tempo coincide con un «punto interrogativo» che riapre alla Rivelazione. L'immagine solenne delle «statue funerarie» dove il passato attende il presente e la croce che si abbandona a terra come un'ombra dialogano da vicino con i Quattro quartetti di T.S. Eliot («In my beginning is my end»). Come nel poeta inglese, anche in Loka l'Eternità si incarna nei «crocevia degli spiriti», nel punto esatto in cui il tempo umano interseca il sacro. Questo tono partecipe e metafisico trova consonanza anche nella lirica di Mario Luzi, per la capacità di trasformare la sospensione della vita e i dilemmi dell'esistenza in un risveglio spirituale («un soffio d'eternità floreale che sboccia»).

 

La sociologia dell'accumulo: Bauman, Han e Montale

La terza poesia offre gli spunti di maggior rilievo per una lettura del presente. La metafora dell'uomo che aggiunge «gli abiti del corpo, uno, due e ancora di più» per proteggersi dal freddo è l'allegoria dell'illusione consumistica. Come ha insegnato il sociologo Zygmunt Bauman, l'uomo della «società liquida» cerca di colmare il vuoto esistenziale accumulando oggetti e difese superficiali, finendo per appesantire il proprio spirito e aumentare la gravità del tempo.

 

La perdita dei punti di riferimento naturali, con le stagioni, le stazioni, la luce del sole e i «neon» che si confondono nella nebbia , rispecchia la diagnosi di Byung-Chul Han sulla «società della stanchezza»: un mondo in cui il buio corre veloce, alimentato da un «desiderio sfrenato e rancore», e dove la sovraesposizione alle luci artificiali cancella i ritmi organici della vita. Questo smarrimento evoca infine il "male di vivere" di Eugenio Montale: la difficoltà di «prendere la curva» e di afferrare il tempo è la ricerca infruttuosa di un varco nella rete.

 

Conclusione

Con questo trittico, Nikollë Loka ci consegna un'indicazione precisa. Per ridurre il peso della gravità che ci opprime non serve aggiungere nuovi strati di protezione o correre più veloci nel buio dei neon. La salvezza, suggerisce il poeta, richiede l'atto opposto: la spogliazione del superfluo. Solo liberandoci dagli "abiti in eccesso" è possibile riaprire il dialogo con la memoria, ritrovare la direzione smarrita e sfiorare, anche solo per un istante, la grazia dell'Eternità.

 

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