| Una rappresentazione simbolica delle donne iraniane che continuano a rivendicare libertà, dignità e autodeterminazione nonostante la repressione. |
La grande ondata di manifestazioni che attraversò l’Iran dopo la morte di Mahsa Jina Amini, avvenuta il 16 settembre 2022 mentre la giovane curda di 22 anni si trovava sotto la custodia della polizia morale, non occupa più quotidianamente le prime pagine dei giornali occidentali. Sarebbe tuttavia un errore concludere che la rivoluzione delle ragazze iraniane sia terminata. Le piazze sono state soffocate dalla repressione, ma la disobbedienza civile, la richiesta di libertà e il rifiuto dell’obbligo del velo non sono scomparsi.
Pier Carlo Lava
La domanda “La rivoluzione delle ragazze iraniane è finita?” dà il titolo a uno degli incontri più significativi della tredicesima edizione del Tempo delle Donne, la festa-festival del Corriere della Sera in programma dall’11 al 13 settembre 2026 alla Triennale di Milano. Come annunciato dal Corriere della Sera, venerdì 11 settembre alle ore 11, nello Spazio Cuore, la giornalista Greta Privitera dialogherà in collegamento con Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023 e una delle voci più autorevoli dell’opposizione iraniana. Al centro dell’incontro ci saranno le donne che continuano a sfidare un sistema teocratico e militare fondato anche sul controllo dei loro corpi e delle loro libertà.
La risposta alla domanda posta dal festival non può essere un semplice sì o no. La fase delle manifestazioni di massa è stata duramente repressa, attraverso arresti, condanne, esecuzioni, violenze e intimidazioni rivolte non soltanto alle attiviste, ma anche alle famiglie delle persone uccise o incarcerate. La pressione esercitata dalle autorità ha reso molto più pericoloso organizzare cortei e proteste pubbliche, mentre il controllo di internet e delle comunicazioni ha cercato di impedire che immagini e testimonianze raggiungessero il resto del mondo.
Questo, però, non significa che il movimento “Donna, Vita, Libertà” sia stato cancellato. Una parte della rivoluzione si è trasferita dalla piazza alla vita quotidiana. Molte donne continuano a mostrarsi senza velo negli spazi pubblici, consapevoli di poter subire controlli, multe, sequestri dell’automobile, perdita del lavoro o arresti. Quello che apparentemente può sembrare un gesto personale rappresenta, nel contesto iraniano, una forma di disobbedienza politica contro uno dei simboli più evidenti del potere esercitato dallo Stato sulla popolazione femminile.
Già nel 2023 il Corriere della Sera aveva sostenuto che la rivoluzione delle ragazze non fosse finita, osservando come la morte di Mahsa Amini avesse prodotto un cambiamento profondo nella società iraniana. Nel dicembre 2025 il quotidiano è tornato sull’argomento parlando di una rivoluzione che “corre ancora”: anche ballare, cantare, praticare sport o partecipare a una corsa senza rispettare le imposizioni sull’abbigliamento può trasformarsi in un gesto capace di mettere in discussione l’autorità del regime.
Narges Mohammadi incarna questa resistenza. Ingegnera, giornalista e attivista per i diritti umani, ha trascorso molti anni nelle carceri iraniane e ha continuato a denunciare la repressione anche durante la detenzione. In una precedente intervista al Corriere della Sera aveva spiegato che le prigioniere politiche, pur provenendo da esperienze e formazioni differenti, condividono l’obiettivo di porre fine al sistema oppressivo della Repubblica islamica. La sua voce dimostra come il carcere possa limitare fisicamente una persona senza necessariamente riuscire a cancellarne le idee.
Il quadro nel 2026 rimane drammatico. Amnesty International ha denunciato arresti arbitrari di massa, procedimenti giudiziari gravemente iniqui ed esecuzioni motivate politicamente, sostenendo che le autorità abbiano approfittato delle condizioni di guerra per intensificare la repressione interna. Anche la Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite ha continuato a richiamare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani e sulla necessità di proteggere la popolazione civile.
La guerra e le tensioni internazionali rischiano inoltre di mettere in secondo piano il movimento delle donne. Come ha spiegato al Corriere della Sera l’avvocata e attivista iraniana Shervin Haravi, sotto le bombe la priorità diventa la sopravvivenza e la repressione può intensificarsi lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica internazionale. La guerra, dunque, non rappresenta necessariamente uno strumento di liberazione: può offrire al potere nuovi pretesti per comprimere il dissenso e presentare ogni opposizione interna come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Non bisogna tuttavia confondere la riduzione delle manifestazioni visibili con la scomparsa della protesta. Una rivoluzione sociale può continuare anche quando non riesce ancora a trasformarsi in un cambiamento politico immediato. In Iran molte ragazze hanno modificato il proprio rapporto con l’autorità, con la famiglia e con lo spazio pubblico. Hanno visto altre donne sfidare apertamente il sistema e hanno scoperto di non essere sole. Il regime può imporre il silenzio, ma difficilmente può ricostruire completamente la paura sulla quale aveva fondato il proprio controllo.
La rivoluzione delle ragazze iraniane, quindi, non è finita: è stata ferita, dispersa e costretta a cambiare forma. La sua sopravvivenza dipende dal coraggio delle donne e degli uomini che continuano a opporsi alla repressione, ma anche dall’attenzione della comunità internazionale. Smettere di raccontarla significherebbe consegnare al regime una delle vittorie che cerca da tempo: trasformare la repressione in silenzio e il silenzio in oblio.
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Teheran, Iran – Milano, Lombardia
Nota: articolo elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale, sottoposto a revisione e verifica delle informazioni attraverso il confronto tra fonti nazionali e internazionali.
Descrizione: Cinque donne iraniane avanzano insieme in una strada di Teheran, illuminate dalla luce del tramonto. Alcune hanno i capelli scoperti, mentre una indossa il velo: una scena simbolica dedicata alla pluralità delle scelte e alla resistenza del movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Crediti immagine: Immagine simbolica originale elaborata con intelligenza artificiale per Alessandria Post e ItalianNewsPost.com. Non raffigura persone né una manifestazione reale.
Immagine generata con I.A.
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