| Come il fenicottero che si regge su una sola gamba, anche l’essere umano cerca il proprio equilibrio tra dolore, memoria e speranza. |
Pier Carlo Lava
LA MUSA
Sono diventata un’attricecon mille spigoli taglientile mie lame puntanoquel dannato velo del destinoche un giorno decise di offuscarnela naturale trasparenza.La rabbia mi sfior’ancora le tempie.Mi dissero che il calvariofosse uno strano alfabeto,un’insegnante supremocol suo segreto sillabario.Povera me, distrattamentemi posai nei tuoi cespuglibagnati da quei piccoli mondiche disegnavi con le parole.Resistono ancora all’inverno,e in un certo senso ti somigliano.Siamo sempre stati essericon la paura d’un battito.I nostri inutili talismanisono stanchi di mendicareil senso della partenzaper un misero gradino di luce,e un frammento di silenzioche ci faccia riposaresenza giudizio.Domani ci sarà ago e filoper ricucire con pazienzastorie febbricitantiquelle che non deludono.Ognuna attende il proprio tempo,e un Dio clementeche non chieda troppo.La bellezza nasce anche dall’incompiuto.
La vita, non è compiacenzadi compagnia, ma ardoredi presenza col pudore di chiresta fino a primavera,fino all’arrivo dei fenicotteri rosa.L’equilibrio è un miracolo sottilesi regge su una sola gambasu quel pensiero che non rifuggemai la distanza.
✒️ © Cinzia Rota 2026 – Copyright
Legge sulla proprietà intellettuale n. 633 del 22 aprile 1941
Recensione
L’inizio della poesia è immediato e tagliente: “Sono diventata un’attrice / con mille spigoli taglienti”. L’attrice non sembra essere colei che finge, ma la persona costretta dalla vita a interpretare ruoli diversi per proteggersi. Gli spigoli e le lame sono le difese nate dal dolore, rivolte contro quel “velo del destino” che ha oscurato la naturale trasparenza dell’esistenza.
La rabbia attraversa i primi versi senza dominarli completamente. È una presenza fisica che sfiora le tempie e riporta alla mente ciò che è stato perduto o ingiustamente negato. Il calvario viene definito uno “strano alfabeto”: la sofferenza diventa quindi una lingua difficile, imparata attraverso un sillabario segreto. Non sempre il dolore insegna qualcosa e non sempre possiede una spiegazione, ma lascia segni che, con il tempo, possiamo provare a leggere.
La poesia si apre poi alla presenza di un “tu”, figura affettiva e misteriosa che disegna “piccoli mondi” con le parole. Potrebbe essere una persona amata, un poeta, oppure la parte più intima dell’autrice, quella che continua a creare nonostante l’inverno. I cespugli nei quali la voce poetica si posa conservano ancora le tracce di quei mondi e diventano il luogo della memoria. Resistono al freddo proprio come resistono le persone capaci di custodire ciò che è stato importante.
Particolarmente intensa è l’immagine degli esseri umani come creature che vivono “con la paura d’un battito”. Nel battito convivono la vita e la sua fragilità, l’amore e il timore di perderlo. I talismani, ormai stanchi, non riescono più a difenderci. Non possono spiegare il senso delle partenze né concederci quella piccola porzione di luce e di silenzio nella quale riposare senza sentirci giudicati.
Nella seconda parte della poesia emerge però un gesto concreto di speranza: ago e filo. Non viene promessa una guarigione improvvisa, ma un lavoro lento e paziente. Le storie “febbricitanti” devono essere ricucite una alla volta, rispettando il tempo necessario a ciascuna. Anche la preghiera rivolta a un “Dio clemente” è profondamente umana: non domanda miracoli clamorosi, ma soltanto che alla fragilità delle persone non venga richiesto più di quanto possa sopportare.
Il cuore della composizione è racchiuso in un verso limpido e memorabile: “La bellezza nasce anche dall’incompiuto”. Cinzia Rota non celebra la perfezione, ma riconosce dignità a ciò che è rimasto interrotto, irrisolto o ferito. L’incompiutezza non è necessariamente un fallimento: può diventare uno spazio ancora aperto, nel quale continuare a cercare un significato.
La vita, allora, non è semplice “compiacenza di compagnia”. È ardore di presenza: la scelta di rimanere accanto a qualcuno senza invaderlo, con il pudore di chi sa accompagnare anche i silenzi. Restare fino a primavera significa attraversare insieme l’inverno e credere nella possibilità di un ritorno.
I fenicotteri rosa dell’immagine conclusiva rappresentano proprio questo ritorno. Sono creature eleganti, migratorie, luminose, ma soprattutto capaci di mantenersi su una sola gamba. Diventano così il simbolo visibile di quell’“equilibrio sottile” che permette di resistere anche quando sembra mancare un appoggio.
L’ultimo pensiero non cancella la distanza e non tenta di negarla. La accetta, la attraversa e continua a rivolgersi verso ciò che è lontano. In questa tensione risiede la vera forza della poesia: non nella certezza di essere guariti, ma nella volontà di restare presenti, custodendo la speranza fino al ritorno della primavera.
“La Musa” è una poesia sulla fragilità che non si arrende, sulla memoria che continua a generare parole e sulla bellezza che può nascere persino da ciò che la vita non ha saputo completare.
Nota editoriale: La poesia La Musa è pubblicata integralmente con l’indicazione dell’autrice e del copyright. La recensione propone una lettura critica e personale dei suoi temi, delle immagini poetiche e dei simboli presenti nel testo.
GEO: Alessandria, Piemonte, Italia.
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Descrizione: Immagine ispirata alla poesia La Musa di Cinzia Rota. La figura femminile, la luce della primavera e i fenicotteri rosa richiamano la bellezza dell’incompiuto, la capacità di resistere all’inverno e la paziente ricucitura delle ferite interiori.
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