| La Grande Sfinge di Giza, monumentale custode della necropoli egizia da circa 4.500 anni. |
Pier Carlo Lava
Un gigante scolpito nella roccia
La Grande Sfinge sorge sull’altopiano di Giza, nei pressi del Cairo, accanto alle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. È lunga circa 73,5 metri, larga 19 e raggiunge i 20 metri di altezza. Non venne costruita sovrapponendo blocchi come una piramide: il nucleo principale fu ricavato direttamente da un affioramento naturale di roccia calcarea, scavando il terreno tutt’intorno e lasciando emergere la figura desiderata. Le parti più fragili furono successivamente completate o consolidate con murature aggiunte.
La testa umana porta il nemes, il copricapo a fasce riservato ai faraoni, mentre il corpo possente del leone rappresenta forza, dominio e capacità di protezione. In origine sulla fronte era presente anche l’ureo, il cobra sacro simbolo del potere regale, e sotto il mento compariva probabilmente una barba cerimoniale. Un frammento di quest’ultima, forse aggiunta durante un restauro molto successivo alla costruzione, è oggi conservato al British Museum di Londra; altri resti si trovano al Museo Egizio del Cairo.
La Sfinge che oggi vediamo nel colore naturale del calcare aveva un aspetto assai diverso. Tracce di pigmento indicano che alcune sue parti erano dipinte: il volto presentava tonalità rossastre e il copricapo doveva essere decorato. Non era dunque il monumento uniformemente color sabbia entrato nell’immaginario moderno, ma una figura molto più viva e immediatamente riconoscibile nel paesaggio sacro della necropoli.
Chi fece costruire la Sfinge?
La datazione generalmente accolta dagli egittologi colloca la realizzazione della Sfinge durante la IV dinastia, intorno al 2550 a.C. La maggior parte degli studiosi la attribuisce al faraone Chefren, chiamato Khafra dagli Egizi e Khefren dai Greci, costruttore della seconda grande piramide di Giza.
Questa attribuzione si fonda soprattutto sulla posizione del monumento. La Sfinge e il tempio situato davanti alle sue zampe si trovano infatti accanto al tempio a valle e alla rampa processionale appartenenti al complesso funerario di Chefren. Anche alcuni confronti tra i lineamenti del volto della Sfinge e quelli delle statue conosciute del faraone hanno rafforzato questa interpretazione. Il Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità considera l’insieme degli elementi archeologici coerente con una costruzione avvenuta durante il regno di Chefren.
Non esiste tuttavia un’iscrizione dell’epoca che dica esplicitamente: “Chefren fece costruire la Sfinge”. Per questo sono state avanzate altre ipotesi, secondo le quali il monumento potrebbe essere stato voluto da Cheope oppure dal faraone Djedefra. Si tratta di posizioni minoritarie: l’inquadramento nel complesso di Chefren rimane la ricostruzione più convincente e condivisa.
Ancora più controverse sono le teorie che attribuiscono alla Sfinge un’età di migliaia di anni superiore, basandosi sulle forme di erosione visibili lungo il corpo e nel recinto circostante. Secondo queste ipotesi il monumento sarebbe precedente alla civiltà faraonica conosciuta. La maggioranza degli archeologi e dei geologi non le considera però dimostrate: le differenti condizioni degli strati calcarei, l’azione combinata di vento, umidità e sali e, soprattutto, il contesto archeologico collegano la costruzione alla IV dinastia.
Il significato della figura
Il nome “Sfinge” deriva dalla tradizione greca e fu applicato al monumento molti secoli dopo la sua realizzazione. Non conosciamo con certezza il nome con cui veniva indicato al tempo della costruzione. In arabo è chiamato Abu al-Hawl, espressione tradotta comunemente come “Padre del terrore” o “Padre del timore”.
A differenza della sfinge della mitologia greca, raffigurata come una creatura femminile dotata di ali e legata al celebre enigma di Edipo, quella egizia è una figura regale maschile. La fusione tra testa umana e corpo di leone esprime l’unione fra intelligenza del sovrano e potenza dell’animale. La Sfinge doveva proteggere simbolicamente la necropoli e rappresentare il faraone come garante dell’ordine terreno e cosmico.
Il suo orientamento verso est, dove ogni mattina nasce il sole, contribuì inoltre ad attribuirle un forte valore solare. Durante il Nuovo Regno fu venerata con il nome di Horemakhet, “Horus nell’orizzonte”, manifestazione del dio solare e della regalità. Da immagine del faraone costruttore era ormai diventata una divinità autonoma, capace di concedere protezione e legittimare il potere.
La sabbia, nemica e protettrice
Dopo il declino dell’Antico Regno, l’altopiano di Giza perse progressivamente la propria centralità. Spinta dai venti del deserto, la sabbia cominciò ad accumularsi attorno alla Sfinge fino a ricoprirne il corpo. Per lunghi periodi dalla distesa desertica emergevano soltanto la testa e una parte del collo.
La sabbia costituì una minaccia, ma anche una forma involontaria di protezione. Se da un lato nascose il monumento e ne rese impossibile l’accesso, dall’altro difese parte del corpo dall’erosione diretta. La testa, rimasta maggiormente esposta, subì invece più intensamente l’azione del vento, degli sbalzi di temperatura e dell’uomo.
Intorno al 1400 a.C., il giovane principe che sarebbe diventato il faraone Thutmose IV ordinò di liberare la Sfinge. L’episodio è raccontato nella famosa Stele del Sogno, ancora collocata tra le zampe anteriori. Secondo l’iscrizione, il principe si addormentò all’ombra della testa e la Sfinge gli apparve in sogno, promettendogli il trono d’Egitto se l’avesse liberata dalla sabbia.
Divenuto faraone, Thutmose IV mantenne la promessa, fece scavare intorno al monumento e innalzò barriere di mattoni per rallentare il ritorno della sabbia. Il racconto aveva naturalmente anche una funzione politica: presentava l’ascesa del sovrano come una scelta divina e ne rafforzava la legittimità.
Nei secoli successivi furono compiuti altri restauri, anche in epoca greco-romana. Ma il deserto tornò ripetutamente a prevalere e la maggior parte del corpo della Sfinge rimase nuovamente sepolta.
Il mistero del naso
La menomazione più evidente riguarda il naso, completamente scomparso. Una delle leggende più diffuse attribuisce il danno ai soldati di Napoleone Bonaparte, che lo avrebbero colpito con una cannonata durante la campagna d’Egitto del 1798. La storia è suggestiva, ma certamente falsa.
Disegni realizzati prima dell’arrivo dei francesi mostrano già la Sfinge senza naso. In particolare, l’esploratore danese Frederic Louis Norden la raffigurò mutilata durante il viaggio compiuto in Egitto nel 1737. Alcune cronache medievali attribuiscono invece il gesto a Muhammad Sa’im al-Dahr, un religioso che nel XIV secolo avrebbe danneggiato il volto perché indignato dalle offerte che la popolazione locale continuava a deporre davanti alla statua.
L’osservazione delle fratture fa pensare che il naso sia stato rimosso intenzionalmente con scalpelli o strumenti metallici, ma non permette di identificare con assoluta certezza il responsabile. È sicuro soltanto che Napoleone non ebbe alcun ruolo nella mutilazione.
Dalle prime esplorazioni all’archeologia moderna
La spedizione napoleonica ebbe comunque un ruolo fondamentale nella riscoperta europea dell’antico Egitto. Disegnatori, ingegneri e studiosi documentarono monumenti e iscrizioni, contribuendo alla nascita della moderna egittologia.
Nel 1817 l’esploratore genovese Giovanni Battista Caviglia tentò una vasta operazione di scavo. Riuscì a liberare il petto e le zampe anteriori e rinvenne frammenti della barba cerimoniale, ma non poté impedire alla sabbia di tornare a occupare l’area.
La definitiva liberazione del corpo richiese campagne durate decenni. Un intervento particolarmente esteso fu diretto dall’ingegnere francese Émile Baraize tra il 1926 e il 1936. Subito dopo, l’egittologo egiziano Selim Hassan proseguì le ricerche, studiando il recinto della Sfinge, i templi e le strutture circostanti con metodi più vicini all’archeologia scientifica contemporanea.
Questi lavori mostrarono che la Sfinge non era un monumento isolato, ma parte di un paesaggio rituale molto più complesso, composto da piramidi, templi, rampe processionali, tombe e insediamenti destinati agli operai e ai sacerdoti.
I restauri e gli errori del Novecento
La fragilità della Sfinge dipende dalla qualità non uniforme del calcare. La testa è scolpita in uno strato relativamente resistente, mentre il corpo attraversa fasce più tenere e maggiormente esposte allo sgretolamento. Già gli antichi Egizi avevano rivestito le zone deteriorate con blocchi di pietra.
Nel Novecento furono effettuati numerosi interventi, non sempre felici. In alcune campagne vennero utilizzati cemento e malte moderne, materiali troppo rigidi o chimicamente incompatibili con il calcare antico. Anziché risolvere il problema, contribuirono in alcuni punti a trattenere l’umidità, favorire la formazione di sali e provocare nuove tensioni nella roccia.
Nel febbraio del 1988 il distacco di un grosso frammento dalla spalla destra rese evidente la gravità della situazione. Negli anni successivi furono rimossi molti materiali inadeguati e adottate malte più compatibili a base di calce e sabbia. Il grande intervento concluso nel 1998 seguì criteri più prudenti, cercando di consolidare il monumento senza ricostruirne arbitrariamente le parti mancanti. Le campagne di rilievo condotte tra il 1979 e il 1983 avevano intanto prodotto la prima documentazione sistematica in scala della statua, delle riparazioni e della geologia del recinto.
Oggi la conservazione si basa sul monitoraggio continuo. Vengono controllati l’erosione provocata dal vento, l’umidità, la risalita delle acque sotterranee, la cristallizzazione dei sali, l’inquinamento atmosferico, le vibrazioni e gli effetti della pressione turistica. Tecniche come fotogrammetria, scansioni tridimensionali e indagini geofisiche consentono di osservare il monumento senza danneggiarlo.
Camere segrete e leggende moderne
Intorno alla Sfinge sono nate numerose teorie su tunnel, stanze sotterranee e archivi appartenenti a civiltà scomparse. La più famosa parla di una “Sala dei documenti”, nella quale sarebbe custodita la memoria di Atlantide. Finora nessuna indagine archeologica ha fornito prove dell’esistenza di un simile archivio.
Nel terreno e nel corpo roccioso sono state individuate cavità e anomalie, alcune naturali e altre probabilmente collegate a interventi compiuti nel corso dei secoli. La loro presenza non dimostra però l’esistenza di sale segrete. Le moderne ricerche con radar e strumenti non invasivi servono proprio a distinguere le strutture archeologiche dalle fratture geologiche, evitando scavi inutili o potenzialmente dannosi.
Il mistero della Sfinge non ha bisogno di Atlantide per essere affascinante. Restano ancora da comprendere pienamente l’organizzazione del cantiere originario, la funzione esatta del tempio antistante, l’evoluzione del culto e le numerose fasi di restauro che hanno modificato il monumento.
La Sfinge nel presente
Dal 1979 la Grande Sfinge fa parte del sito UNESCO denominato “Menfi e la sua necropoli – le aree delle piramidi da Giza a Dahshur”. La tutela riguarda non soltanto le singole strutture, ma anche il paesaggio storico nel quale furono realizzate. L’espansione urbana del Cairo, le nuove infrastrutture e l’enorme afflusso di visitatori rappresentano quindi problemi da affrontare insieme alla conservazione della pietra.
Nel 2025 il Comitato del Patrimonio Mondiale ha chiesto all’Egitto di rafforzare il piano integrato di gestione, definire una zona di rispetto e sottoporre i nuovi progetti infrastrutturali, turistici e d’illuminazione a rigorose valutazioni d’impatto. Un rapporto aggiornato sullo stato di conservazione dell’intero sito dovrà essere presentato entro il 1° dicembre 2026.
La Grande Sfinge è arrivata fino a noi non perché sia rimasta immutata, ma perché ogni epoca ha cercato, con maggiore o minore fortuna, di salvarla dall’abbandono e dal deterioramento. Sotto i rivestimenti moderni sono ancora riconoscibili le riparazioni compiute dai faraoni, dai Romani e dagli archeologi del Novecento: una stratificazione che racconta non soltanto la storia del monumento, ma anche quella del nostro modo di rapportarci al passato.
Continua a guardare verso oriente, consumata dal tempo ma ancora solenne. Il suo vero enigma non consiste tanto nel domandarsi chi le abbia spezzato il naso o quali tesori possano nascondersi sotto le zampe. La domanda più profonda è come una figura scolpita nella roccia più di quattro millenni fa riesca ancora oggi a trasmettere un’impressione così potente di silenzio, autorità e mistero.
Giza, Egitto
Le informazioni contenute nell’articolo sono state verificate attraverso il confronto tra fonti storiche, archeologiche e istituzionali, sulla base degli aggiornamenti disponibili al momento della pubblicazione.
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Immagine: Elaborazione digitale con intelligenza artificiale per Alessandria Post.
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