“Imparare il perdono” di Miriam Maria Santucci: la ferita del rifiuto e la forza di andare oltre

Donna con una lettera in mano davanti a una porta aperta sulla luce, simbolo del perdono e della liberazione dal dolore.
Perdonare non significa necessariamente dimenticare, ma scegliere di non rimanere prigionieri del dolore.

Ci sono poesie che non cercano parole rare né costruzioni elaborate, ma arrivano al lettore attraverso la sincerità di un’esperienza profondamente umana. “Imparare il perdono” di Miriam Maria Santucci è una cartolina poetica intima e meditativa, dedicata alle lezioni talvolta dolorose della vita, alla sofferenza provocata dal rifiuto e alla difficile libertà che nasce dal perdonare.

Pier Carlo Lava

Imparare il perdono

La vita dà molto,
molto toglie e molto insegna.
Si impara a capire
che mente e cuore di ogni persona
sono labirinti chiusi,
in cui è difficile entrare
e ancora di più uscire.
Perché l’orgoglio serra la porta
e nessuna fuga è possibile.

Si impara ad accettare la morte,
anche se una perdita lacera l’anima.
Ma quasi mai si riesce a imparare
ad accettare il ripudio,
perché il ripudio
è più crudele della morte.

Ma si impara a perdonare,
anche senza riuscire, a volte,
a dimenticare.

Miriam Maria Santucci

Recensione

La poesia prende avvio da una considerazione semplice, quasi proverbiale: la vita offre, sottrae e insegna. In questa apertura è già racchiuso l’intero percorso del componimento. Vivere significa ricevere, perdere e, soprattutto, imparare attraverso ciò che ci accade. Non sempre, però, le lezioni impartite dall’esistenza conducono a risposte definitive.

La metafora centrale è quella della mente e del cuore trasformati in labirinti chiusi. Ogni persona custodisce pensieri, emozioni e ferite difficili da raggiungere dall’esterno. Entrare nel mondo interiore di qualcuno è complicato, ma può diventare ancora più difficile riuscire a uscirne quando un legame si spezza. È un’immagine particolarmente efficace perché descrive la condizione di chi rimane prigioniero di una relazione, di un ricordo o di domande alle quali non è stata data risposta.

A serrare la porta del labirinto interviene l’orgoglio, rappresentato non soltanto come difesa personale, ma come una forza capace di interrompere il dialogo e impedire ogni possibile via di fuga. L’orgoglio divide, chiude e rende più profonda la distanza fra le persone, trasformando ciò che non è stato chiarito in una sofferenza destinata a durare.

Il passaggio più intenso e certamente più duro è quello dedicato al ripudio. L’autrice utilizza una parola forte, quasi antica, più dolorosa del semplice termine “rifiuto”. Essere ripudiati significa sentirsi respinti nella propria interezza, come se ciò che si è vissuto insieme fosse improvvisamente cancellato o privato di valore. Quando la poesia afferma che il ripudio è “più crudele della morte”, non propone naturalmente un confronto oggettivo: esprime la percezione emotiva di una persona ferita. La morte, per quanto terribile, può essere riconosciuta come un evento inevitabile; il rifiuto, invece, porta con sé il tormento delle domande, il peso dell’incomprensione e la sensazione che qualcosa avrebbe potuto concludersi diversamente.

Il componimento non termina però nella disperazione. Gli ultimi versi introducono il perdono, inteso come una conquista lenta e difficile. Perdonare non equivale a cancellare ciò che è accaduto, né significa giustificare chi ha provocato dolore. Significa piuttosto sottrarsi al dominio del rancore, impedendo alla ferita di governare per sempre la propria vita.

Particolarmente autentica è la distinzione conclusiva tra perdonare e dimenticare. La memoria può conservare il dolore, ma questo non impedisce di scegliere il perdono. Anzi, è proprio quando non si riesce a dimenticare che il perdono assume il suo significato più profondo: non amnesia, dunque, ma liberazione interiore.

Dal punto di vista stilistico, Miriam Maria Santucci adotta un verso libero, limpido e immediato. La ripetizione dell’espressione “si impara” scandisce le diverse tappe della riflessione e conferisce alla poesia il tono di una confessione diventata insegnamento universale. Il linguaggio è accessibile, ma custodisce immagini forti e capaci di coinvolgere il lettore.

“Imparare il perdono” è una poesia sulla fragilità dei rapporti umani, ma anche sulla possibilità di ricominciare. Non promette che il dolore scomparirà e non suggerisce facili consolazioni. Ricorda, invece, che si può continuare a vivere portando con sé la memoria di quanto è accaduto, senza permettere che quella memoria si trasformi in una prigione. Perché dimenticare non sempre è possibile, mentre perdonare può diventare il primo passo per ritrovare se stessi.

La poesia “Imparare il perdono” e la cartolina poetica sono pubblicate per gentile concessione dell’autrice Miriam Maria Santucci.

📍 Alessandria, Piemonte, Italia

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Nota editoriale: L’introduzione e la recensione sono state elaborate con il supporto dell’intelligenza artificiale e successivamente curate, integrate e revisionate dall’autore.

Immagine evocativa realizzata per accompagnare la recensione della poesia “Imparare il perdono” di Miriam Maria Santucci. Una donna, ancora immersa nell’ombra e con una lettera fra le mani, osserva la luce oltre una porta aperta: metafora della memoria che rimane e del perdono che permette di ritrovare la propria libertà interiore.

Crediti: Immagine originale generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post.


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