Il Teofilo Patini di Angelo De Nicola, una lettura originale del grande pittore abruzzese





di Giuseppe Lalli


C’è un paradosso tutto italiano, e squisitamente abruzzese, che avvolge da sempre la figura di

Teofilo Patini (1840-1906). Tutti conoscono i suoi capolavori, le tele monumentali che hanno

dato un volto e una dignità epica al mondo subalterno; eppure, la sua autentica grandezza è

rimasta a lungo imprigionata in una memoria frammentata, fatta di celebrazioni scolastiche o,

peggio, di una conoscenza superficiale e per sentito dire.

A rompere questo incantesimo dell’oblio e della retorica arriva l’ultimo saggio di Angelo De

Nicola, intitolato Teofilo Patini cronista col pennello, pubblicato da One Group Edizioni.

Si tratta di un piccolo libro che non si limita a ricordare il maestro di Castel di Sangro, ma ne

ribalta completamente la prospettiva di lettura attraverso un’operazione critica tanto inedita

quanto coraggiosa.

Giornalista di lungo corso e attento osservatore delle dinamiche storiche e sociali del territorio,

De Nicola ha ormai abituato il suo pubblico a veder fissate queste complesse realtà in saggi di

grande successo editoriale, capaci di unire rigore e intrattenimento, da quel grande

comunicatore che ha dimostrato di essere. Anche in questo caso, egli compie un salto logico

affascinante, riconoscendo nel pittore ottocentesco un vero e proprio “collega” d’altri tempi.

Il fulcro e vero motore del libro risiede in un’intuizione metodologica di straordinaria

freschezza: leggere Patini non con la lente ingessata e spesso autoreferenziale della critica d’arte

tradizionale, ma attraverso gli occhi del giornalismo d’inchiesta. Patini non dipingeva per

decorare i salotti della nascente borghesia post-unitaria, né per compiacere i committenti;

dipingeva per denunciare. La sua tela era il suo articolo di fondo; il suo pennello, un taccuino di

cronaca affilato, etico e spietato, capace di sbattere in faccia all’Italia sabauda il dramma della

fame, della miseria delle campagne, della fatica delle donne e del destino degli ultimi.

È proprio in questa chiave di lettura che emerge il valore più profondo di quest’ultima fatica

editoriale di De Nicola: la capacità di dimostrare la sorprendente modernità di Patini.

Strappato a una dimensione puramente locale o folkloristica, il pittore viene finalmente

ricollocato dove merita di stare, ossia nel grande alveo del realismo sociale italiano. Si tratta di

una declinazione pittorica speculare al verismo del suo coetaneo Giovanni Verga (1840-1922).

Ma se con lo scrittore condivide la cruda rappresentazione della miseria dei vinti, il pittore

abruzzese se ne distanzia sul piano ideologico. Laddove il pessimismo di Verga si limita a

fotografare una realtà giudicata immodificabile, il pennello di Patini si fa strumento di battaglia

civile, animato da una precisa volontà di riscatto politico e sociale.

Un bel libro, questo di De Nicola, lodevole già per la scelta del tema. In un’epoca in cui le

mostre d’arte e i libri di successo inseguono i grandi nomi del mercato globale (gli

Impressionisti, Van Gogh, la Pop Art), l’autore compie una scelta controtendenza. Scommette su

un pittore che non fa “arredamento”, ma disturba la coscienza moderna. Patini, in fondo, è

l’antitesi del disimpegno contemporaneo: la sua pittura obbliga a guardare la miseria, la terra e il

dolore, quella realtà dalla quale noi abruzzesi veniamo e che era ancora viva nella memoria dei

nostri padri. Tuttavia, per sfuggire al rischio del panegirico acritico e restituire giustizia

all’onestà intellettuale del testo, è necessario sollevare qualche elemento di riflessione su alcune


scelte strutturali che potrebbero apparire discutibili, ma che si rivelano, a ben vedere,

pienamente giustificate dall’economia dell’opera.

La prima nota riguarda il taglio strettamente tematico: chi cerca in queste pagine una disamina

accademica sulla tecnica del colore, sulle influenze stilistiche dei soggiorni napoletani o romani,

o sulla filologia pura del tratto pittorico di Patini, rimarrà parzialmente deluso. L’analisi

formale cede quasi totalmente il passo a quella del contenuto politico e sociale. Ma questa

assenza di tecnicismo scientifico, oltre a rispecchiare un percorso estraneo allo specialismo della

storia dell’arte, è una scelta divulgativa deliberata e legittima. De Nicola non scrive per una

cerchia ristretta di accademici arroccati nel proprio sapere, ma si rivolge a un pubblico più vasto,

a una platea non specialistica, eppure intellettualmente curiosa.

Allo stesso modo, la forte concentrazione del testo sulla celeberrima “trilogia sociale”

(L'erede,1880; Vanga e latte, 1884; Bestie da soma, 1886) rischia di mettere in ombra la pur

vasta produzione sacra o la ritrattistica minore dell’artista. Anche in questo caso, l’apparente

parzialità dello sguardo è funzionale alla tesi di fondo: per confermare la visione del Patini

“cronista”, cui si accennava, l’autore seleziona inevitabilmente i suoi reportage pittorici più

dirompenti e rivoluzionari, quelli in cui il legame tra l’inchiesta e la tela si fa carne e sangue.

Nella seconda parte del volume, la scena viene quasi interamente occupata dall’uomo: il Patini

privato, il “pittore della verità” che, dopo il lungo peregrinare, compie il suo fatidico ritorno alla

terra d’origine. È un legame viscerale e tormentato. La città dell’Aquila, che pure diventerà il

teatro di una sua straordinaria operosità e il vivaio in cui educherà un’intera e feconda

generazione di giovani artisti, si dimostra una madre ambigua: lo onora, lo accoglie, eppure

mostra di non comprendere fino in fondo la coerenza di un programma che era rigorosamente

morale prima ancora che estetico.

Sentendosi forse straniero in quella pur generosa città, il maestro avverte il richiamo ancestrale

delle origini e sceglie di riabbracciare la sua Castel di Sangro. È in quel paese natio,

specchiandosi negli occhi di una miseria atavica e fiera, che Patini aveva attinto la materia

prima per le sue tele; ed è lì che ritrova la linfa del suo indomito impegno civile.

Il sipario della vita si chiuderà tuttavia a Napoli, il 16 novembre 1906, in un congedo dal mondo

che ha il sapore di una parabola laica e dolente. Sul suo tavolo da lavoro rimarrà un piccolo

disegno incompiuto, un’ultima traccia di grafite che sembra quasi riassumere e sigillare il senso

profondo della sua intera esistenza di cristiano senza chiesa, di credente degli ultimi: il profilo

appena accennato di una Madonna con Bambino. Una Madonna del popolo, estremo e

commovente omaggio a quella sacralità della sofferenza umana che aveva inseguito per tutta la

vita.

In questo denso saggio, Angelo De Nicola dimostra ancora una volta di non voler essere un

semplice contemplatore del passato. Come già accaduto nelle sue precedenti fatiche letterarie –

si pensi all’impegno, fin troppo generoso, profuso in favore di un’anima complessa come quella

di Celestino V – la sua scrittura punta a scuotere la storia, convertendo la memoria in un vivo

motore di riscatto e di identità per la sua gente. Restituendo così a Teofilo Patini la veste più

autentica di primo, vero narratore civile dell’Italia post-unitaria – un uomo capace di usare i

colori al posto dell’inchiostro – questo prezioso volume spazza via la polvere della retorica che

avvolgeva un gigante del pennello, generato da questa nostra magica terra d’Abruzzo, e ci invita

a fare definitivamente i conti con la forza etica delle nostre radici. 

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