Il cuore di pietra e il peso di Sisifo nella poesia di Bahtiyar Hidayet - Recensione di Ada Rizzo

 


                                                                             Il poeta azero Bahtiyar Hidayet



Nelle mie incursioni letterarie mi imbatto spesso in versi che funzionano come specchi improvvisi: non ci mostrano come ci pettiniamo al mattino, ma lo stato di salute della nostra umanità. È il caso di The Burden of Sisyphus (Il peso di Sisifo), un testo del poeta azero Bahtiyar Hidayet che mette a nudo la grande frattura del nostro tempo.

 

Di seguito la lirica proposta nella sua versione originale e nella traduzione in italiano.

 

Il testo bilingue

The Burden of Sisyphus

 

by Bahtiyar Hidayet

 

Watch the documentary:

 

the sea otter learns to survive

 

by holding a stone against its chest.

 

But

 

the real documentary should be made about humans.

 

There are stones instead of hearts

 

in millions of chests.

 

Humans use them

 

against each other

 

in order not to survive.

 

Our hearts have turned into stone

 

inside our chests.

 

Every heart is a burden of Sisyphus.

 

We are still in the Stone Age.

 

The subconscious of most of us

 

is in the Lower Paleolithic,

 

the conscious mind of some of us

 

is in the Upper Paleolithic,

 

and the rest are in the Middle Paleolithic.

 

A good documentary could be made

 

about this subject:

 

people of the Stone Age

 

in modern clothes —

 

Homo habilis,

 

Neanderthal man,

 

and Homo sapiens —

 

learn how to survive

 

from sea otters.

 

 

Il peso di Sisifo

 

traduzione in italiano a cura di Ada Rizzo

 

Guarda il documentario,

 

la lontra marina impara a sopravvivere

 

stringendo una pietra al petto,

 

ma il vero documentario andrebbe fatto sugli esseri umani.

 

Ci sono pietre al posto dei cuori

 

in milioni di petti.

 

Gli umani le usano

 

gli uni contro gli altri

 

per non sopravvivere.

 

I nostri cuori si sono trasformati in pietra

 

dentro i nostri petti.

 

Ogni cuore è un peso di Sisifo.

 

Siamo ancora nell'Età della Pietra.

 

Il subconscio della maggior parte di noi

 

è nel Paleolitico inferiore,

 

la mente conscia di alcuni di noi

 

è nel Paleolitico superiore,

 

e il resto è nel Paleolitico medio.

 

Si potrebbe fare un buon documentario

 

su questo argomento:

 

persone dell'Età della Pietra

 

in abiti moderni:

 

Homo habilis,

 

Uomo di Neanderthal

 

e Homo sapiens,

 

che imparano a sopravvivere

 

dalle lontre marine.

 

 

 

La pietra, il mito e il cortocircuito moderno


La forza di questo testo risiede in un’immagine spiazzante: la lontra marina che usa un piccolo sasso poggiato sul petto come strumento per rompere i gusci e nutrirsi. In natura la pietra è uno strumento di sopravvivenza e di vita. Nell'uomo, invece, la pietra è migrata dentro la cassa toracica: non è più uno strumento, è diventata la materia stessa del cuore. E a differenza dell'animale, l'essere umano usa quella durezza contro i propri simili, muovendosi verso una paradossale autodistruzione.

 

Qui il testo si innesta direttamente sul grande pensiero esistenzialista. Come non pensare all'Albert Camus de Il mito di Sisifo? Per Camus, Sisifo è l'eroe dell'assurdo, condannato a spingere un enorme macigno in cima a un colle solo per vederlo precipitare di nuovo verso il basso, in un ciclo infinito e apparentemente privo di senso. Ma Bahtiyar Hidayet compie un passo ulteriore e ancora più amaro: se per Camus la pietra era un peso esterno da trasportare, oggi la tragedia è che il masso siamo noi. Il cuore stesso, divenuto sterile e privo di empatia, si è fatto macigno. Ognuno di noi si trascina dietro la propria incapacità di sentire emozioni, trasformando il quotidiano in una fatica buia e ripetitiva.

 

Dal punto di vista antropologico e sociale, la poesia traccia un'amara "archeologia della psiche". Nonostante gli abiti firmati, la tecnologia avanzata e le città traslucide, il nostro assetto emotivo sembra, sempre piu’ sovente, rimasto al Paleolitico. La sociologia contemporanea ci parla spesso di sgretolamento sociale e di "società liquida", ma Hidayet preferisce una metafora petrosa: stiamo diventando trogloditi dell'affettività. Il nostro subconscio reattivo gestisce la paura, la difesa e la sopraffazione esattamente come centomila anni fa.

 

Questo congelamento emotivo produce il vero grande male dell'uomo contemporaneo: un profondo, inespresso senso di solitudine. La pietra non comunica; la pietra rimbalza, protegge, ma al contempo isola. Chiusi nel nostro guscio rigido per paura di soffrire, finiamo per non far passare più nulla, né in uscita né in entrata.

 

Verso un'ecologia del sentimento

Se la diagnosi di Hidayet è spietata, il finale ci offre però, come accennavo, uno spiraglio, un invito all'umiltà. L'uomo moderno, con la sua presunzione di essere al vertice dell'evoluzione (Homo sapiens), ha disimparato l'arte fondamentale del restare al mondo. Deve allora tornare a scuola da madre  natura… e come suggerisce Hidayet, osservare la lontra marina e capire la differenza tra usare la pietra e diventare pietra.

 

La vera sfida culturale del nostro tempo non è tecnologica, ma affettiva. Coltivare l'empatia, la gentilezza e la condivisione non sono stucchevoli esercizi di buone maniere, ma reali strategie di sopravvivenza della specie. Rompere il guscio di pietra che ci appesantisce il petto significa smettere di essere Sisifo e ricominciare a guardare l'altro non come un avversario contro cui scagliare la propria durezza, ma come un compagno di viaggio con cui condividere il cammino.

 

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