Il caso Lidia Macchi: dopo trentanove anni nessun colpevole

Immagine editoriale dedicata al caso Lidia Macchi, rimasto senza un colpevole dopo 39 anni.
        Il caso Lidia Macchi, uno dei più lunghi e controversi delitti irrisolti della cronaca italiana.

Una studentessa di 21 anni, una notte di gennaio del 1987, ventinove coltellate e un'indagine attraversata da svolte, errori, nuove tecniche scientifiche e processi. A quasi quarant'anni dall'omicidio di Lidia Macchi, la giustizia italiana non ha ancora un nome da associare definitivamente al suo assassino. E proprio in questi giorni il caso è tornato d'attualità per una nuova decisione giudiziaria riguardante Stefano Binda, definitivamente assolto nel 2021 e al quale è stato riconosciuto un indennizzo per l'ingiusta detenzione.

Pier Carlo Lava

Quella sera del 5 gennaio 1987

Lidia Macchi aveva 21 anni, studiava all'università e viveva nel Varesotto. La sera del 5 gennaio 1987 uscì di casa per andare a trovare un'amica ricoverata all'ospedale di Cittiglio. Non fece più ritorno. La famiglia denunciò la scomparsa e iniziarono le ricerche. Due giorni dopo, il 7 gennaio, il corpo della giovane venne trovato in una zona boschiva a meno di un chilometro dall'ospedale. Lidia era stata uccisa con 29 coltellate.

È l'inizio di uno dei casi di cronaca giudiziaria più lunghi e tormentati d'Italia. Le indagini si concentrarono inizialmente sulle persone e sugli ambienti frequentati dalla ragazza, ma senza arrivare a individuare prove sufficienti per attribuire l'omicidio a qualcuno. Gli anni passarono e il fascicolo sembrò destinato a rimanere uno dei tanti cold case italiani.

La misteriosa lettera “In morte di un'amica”

Uno degli elementi più inquietanti della vicenda fu una lettera anonima intitolata “In morte di un'amica”, spedita alla famiglia Macchi nel periodo del funerale.

Decenni più tardi proprio quel testo sarebbe diventato uno degli elementi centrali della nuova indagine. Una perizia calligrafica contribuì infatti a concentrare l'attenzione su Stefano Binda, ex compagno di liceo e conoscente di Lidia. Nel gennaio 2016, quasi trent'anni dopo il delitto, Binda venne arrestato.

La vicenda sembrò così improvvisamente avviarsi verso una soluzione. Ma quello che sarebbe accaduto nei tribunali negli anni successivi avrebbe modificato completamente il quadro.

Dall'ergastolo all'assoluzione definitiva

Il 24 aprile 2018 la Corte d'Assise di Varese condannò Stefano Binda all'ergastolo. Poco più di un anno dopo arrivò però il ribaltamento della sentenza: il 24 luglio 2019 la Corte d'Assise d'Appello di Milano lo assolse per non aver commesso il fatto e Binda tornò libero dopo circa tre anni e mezzo di detenzione.

Un ruolo importante ebbero anche gli accertamenti scientifici. Le tracce biologiche esaminate non consentivano di attribuire a Binda il DNA individuato sulla vittima. Anche la tesi secondo cui l'autore della lettera In morte di un'amicadovesse necessariamente coincidere con l'assassino non venne ritenuta sufficiente. Durante il successivo giudizio in Cassazione, lo stesso sostituto procuratore generale sottolineò che non vi era un elemento capace di collegare necessariamente quella lettera all'autore dell'omicidio, che il DNA trovato sulla vittima non corrispondeva a quello di Binda e che il suo alibi non risultava smentito.

Il 27 gennaio 2021 la Cassazione dichiarò inammissibili i ricorsi contro l'assoluzione. La decisione divenne quindi definitiva: Stefano Binda è stato definitivamente assolto dall'accusa di avere ucciso Lidia Macchi.

È un punto essenziale nel raccontare questa storia. Oggi non esiste alcuna condanna definitiva per l'omicidio di Lidia.

Le occasioni perdute delle indagini

A rendere ancora più amara la storia c'è il problema dei reperti raccolti durante le prime indagini. Alcuni vetrini contenenti materiale biologico furono distrutti nel 2000, in seguito a un provvedimento del Tribunale di Varese. Con l'evoluzione delle tecniche di analisi genetica, quei reperti avrebbero potuto assumere molti anni dopo un'importanza che nel 1987 era difficilmente immaginabile.

Il caso Macchi racconta così anche quanto possano pesare, nei delitti irrisolti, il trascorrere del tempo e la conservazione delle prove. La scienza forense di oggi permette analisi impensabili quarant'anni fa, ma perché possa farlo deve avere ancora a disposizione materiale utilizzabile.

La novità del settembre 2026

La storia giudiziaria ha avuto un nuovo capitolo proprio pochi giorni fa. Il 25 settembre 2026, la Corte d'Appello di Milano ha riconosciuto nuovamente a Stefano Binda un indennizzo di circa 212 mila euro per ingiusta detenzione, relativo ai circa tre anni e mezzo trascorsi in carcere tra il 2016 e il 2019. Si tratta di una vicenda giudiziaria distinta dall'accertamento dell'omicidio: sull'innocenza di Binda rispetto al delitto Macchi esiste già dal 2021 un'assoluzione definitiva. La questione dell'indennizzo ha invece attraversato più decisioni e rinvii della Cassazione.

La famiglia Macchi, attraverso l'avvocato Daniele Pizzi, ha scelto di non commentare la decisione sull'indennizzo, non essendo parte di quel procedimento. Il legale ha però ricordato il punto che rimane al centro di tutta questa storia: nel gennaio 2027 saranno trascorsi quarant'anni dalla morte di Lidia senza che il suo assassino sia stato assicurato alla giustizia.

Già dopo l'assoluzione definitiva di Binda, nel 2021, la madre e i fratelli di Lidia avevano riconosciuto pubblicamente che durante indagini e processi non erano emerse prove sufficienti per ritenerlo responsabile. Allo stesso tempo avevano espresso la ferita destinata a rimanere: quella di non avere trovato il colpevole.

Dopo trentanove anni resta una domanda

È forse questa la parte più difficile del caso Lidia Macchi. La giustizia ha stabilito chi non può essere considerato il colpevole, ma non ha stabilito chi abbia realmente ucciso quella ragazza.

Nel 2026 Lidia avrebbe compiuto 60 anni. Sua sorella Stefania, ricordandola nel giorno del compleanno, ha raccontato pubblicamente tutto ciò che quei 39 anni hanno sottratto alla famiglia: una vita adulta che Lidia non ha mai potuto vivere, i compleanni, il lavoro, gli affetti e un futuro che si è fermato in quel gennaio del 1987.

Nel frattempo, dalla tragedia sono nate anche iniziative di solidarietà: la Fondazione Lidia Macchi continua a sostenere una scuola in Uganda e il diritto allo studio di bambini in condizioni di povertà, un aspetto ricordato nel settembre 2026 anche dal legale della famiglia.

Ma sul piano giudiziario rimane un vuoto.

Chi ha ucciso Lidia Macchi?

Dopo trentanove anni, processi, nuove indagini, analisi scientifiche, una condanna successivamente cancellata e un'assoluzione definitiva, questa domanda non ha ancora una risposta.

E forse è proprio questo il dato più impressionante del caso: dietro le migliaia di pagine degli atti giudiziari, le perizie e quasi quattro decenni di cronaca rimane una ragazza di 21 anni uscita di casa una sera per andare a trovare un'amica in ospedale.

Lidia non tornò mai. E il nome di chi le tolse la vita, ancora oggi, non è stato accertato dalla giustizia.

=====================

Alessandria Post racconta e approfondisce fatti di cronaca, attualità, cultura, società e territorio, con attenzione alla verifica delle informazioni e alla ricostruzione dei fatti.

GEO: Italia – Lombardia – Varese – Cittiglio

Leggi Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/

Leggi anche Italia News Post: https://italianewspost.com/

Immagine generata con I.A.


Commenti