| I colori intensi dell’autunno e la bellezza fragile di ciò che finisce, nell’atmosfera evocata dalla poesia di Giovanni Raboni. |
Ci sono poesie capaci di trasformare un paesaggio in una riflessione sull’esistenza. In “L’autunno ha a volte luci così terse”, Giovanni Raboni non descrive semplicemente i colori degli alberi, ma racconta lo smarrimento dell’uomo davanti a una bellezza tanto intensa da diventare quasi dolorosa. L’autunno appare allora come la stagione della maturità, della memoria e della consapevolezza: è più bello della primavera proprio perché porta già dentro di sé il presagio della fine.
Pier Carlo Lava
La poesia
L’autunno ha a volte luci così terse
Giovanni Raboni
Da Quare tristis, in Tutte le poesie 1949-2004, Einaudi Editore
Nella trascrizione iniziale compariva “pluviscolo”, ma il termine presente nel testo è “pulviscolo”. È invece corretto il raro verbo “scrudelisce”, che non è un refuso: deriva dall’arcaico “scrudelire”, con il significato di intiepidire o attenuare. Raboni lo usa poeticamente per suggerire un fulgore che, con il trascorrere del tempo, perde progressivamente la propria intensità e la propria crudeltà.
L’autunno come immagine del tempo
L’inizio della poesia è dominato da una luminosità straordinaria. Le “luci così terse” rendono nitidi i colori e sembrano eliminare ogni distanza tra lo sguardo e il paesaggio. Sugli alberi compaiono rossi così intensi da possedere una “atroce dolcezza”. È il primo grande contrasto del componimento: la dolcezza dovrebbe consolare, mentre qui diventa atroce perché contiene la coscienza della propria precarietà.
Quelle foglie sono bellissime proprio nel momento in cui stanno per cadere. Il loro colore più acceso coincide con l’inizio della scomparsa. La bellezza autunnale non promette durata: si offre allo sguardo per un tempo brevissimo e, proprio per questo, può arrivare a spezzare il cuore.
Raboni attribuisce al cuore un comportamento quasi umano. Davanti a un’emozione troppo forte, esso si finge occupato in “più innocue incombenze”. Cerca rifugio nei piccoli impegni quotidiani, nelle cose pratiche e apparentemente urgenti, per non affrontare direttamente ciò che il paesaggio gli sta rivelando: ogni bellezza è destinata a finire e ogni esperienza, mentre la viviamo, sta già diventando memoria.
Il cuore si protegge, mentre gli occhi continuano a guardare. Sono definiti “sciocchi e intrepidi”, un accostamento che contiene affetto e ironia. Sono sciocchi perché non conoscono prudenza, ma anche intrepidi perché hanno il coraggio di lasciarsi conquistare. Gli occhi non si difendono dalla bellezza: se ne incantano e se ne impregnano, quasi volessero conservarne ogni particolare prima che scompaia.
Una forma rigorosa nascosta dentro il discorso
La poesia è composta da quattordici endecasillabi e riprende la forma del sonetto, ma la ridistribuisce in tre quartine seguite da un distico conclusivo. Le rime seguono un disegno ordinato – ABBA CDDC EFFE GG – tuttavia la struttura non appare rigida, perché il discorso scorre continuamente da un verso all’altro.
Gli enjambement spezzano frasi e parole concettualmente unite: “così / atroce dolcezza”, “il cuore si / spezzerebbe”, “si finge / assorbito”, “quel / tetro fulgore”. Questa costruzione produce una lettura sospesa e inquieta. Il lettore deve oltrepassare continuamente la fine del verso, come se anche la sintassi cercasse di trattenere qualcosa che sta sfuggendo.
Raboni fu uno dei poeti contemporanei che tornarono con maggiore convinzione alle forme metriche chiuse, senza rinunciare a un tono colloquiale e quotidiano. Nella sua poesia la disciplina della forma non soffoca l’emozione, ma la contiene, impedendole di trasformarsi in sentimentalismo. Treccani sottolinea proprio il passaggio della sua ricerca verso il sonetto, conservando cadenze piane e apparentemente semplici.
Particolarmente importanti sono i due ossimori: “atroce dolcezza” e “tetro fulgore”. Nel primo, il piacere della contemplazione è inseparabile dalla sofferenza; nel secondo, la luce convive con l’oscurità. L’autunno di Raboni non è soltanto luminoso o malinconico: contiene contemporaneamente splendore e morte, desiderio e perdita, contemplazione e paura.
Il pulviscolo della memoria
Nella seconda parte della poesia la scena comincia lentamente a cambiare. Il fulgore “stinge” o forse “trascolora”, come la luna che, salendo nel cielo, modifica la propria intensità. Raboni introduce un’incertezza significativa: non sappiamo se sia il paesaggio a perdere colore oppure se sia il ricordo a trasformarlo.
Il tempo viene rappresentato come un pulviscolo, una polvere sottile che si posa sulle esperienze. Non cancella completamente ciò che abbiamo vissuto, ma ne attenua la forza. Il bagliore autunnale “scrudelisce”: diventa meno aspro, meno insostenibile. Soltanto quando l’esperienza è passata e la sua violenza emotiva si è addolcita, l’uomo trova il coraggio di riconoscerne apertamente la bellezza.
È un meccanismo profondamente umano. Mentre viviamo certi momenti, siamo troppo coinvolti per comprenderli. Cerchiamo distrazioni, ci rifugiamo negli impegni e lasciamo che siano gli occhi a registrare ciò che il cuore non è ancora pronto ad accettare. Solo più tardi, quando il tempo ha creato una distanza, riusciamo a dire: “quant’era bello”.
L’uso del pronome impersonale “uno” rende universale la conclusione. Non è soltanto il poeta a provare questa esitazione: può accadere a chiunque di riconoscere il valore di un momento soltanto dopo averlo perduto.
Perché l’autunno è più bello della primavera
Il distico finale contiene il senso più profondo della poesia. Affermare che l’autunno è “più bello della primavera”significa capovolgere una delle immagini tradizionali della letteratura. La primavera rappresenta la nascita, la giovinezza, la speranza e l’inizio; l’autunno richiama invece il declino, la vecchiaia e la vicinanza della morte.
Raboni non nega la bellezza della primavera, ma attribuisce all’autunno una profondità differente. La primavera è bella perché tutto sembra cominciare; l’autunno è ancora più bello perché ogni colore possiede la fragilità di ciò che sta per finire. È una bellezza consapevole, adulta, attraversata dalla memoria e dalla perdita.
La poesia appartiene a Quare tristis, raccolta pubblicata nel 1998. Il titolo richiama l’interrogativo latino del Salmo: “Perché sei triste, anima mia?”. Nella fase matura dell’opera di Raboni, la morte non è soltanto una presenza dolorosa, ma diventa un punto di osservazione dal quale comprendere meglio la vita. Il limite e la fine conferiscono consistenza alle cose, sottraendole alla distrazione e rendendole finalmente preziose.
Giovanni Raboni, poeta della memoria e della vita quotidiana
Nato a Milano nel 1932 e morto a Fontanellato nel 2004, Giovanni Raboni è stato poeta, critico letterario e teatrale, giornalista, autore di prose e uno dei maggiori traduttori italiani del secondo Novecento. Tradusse, tra gli altri, Baudelaire, Mallarmé, Flaubert, Apollinaire e l’intera Recherche di Marcel Proust.
Legato alla cosiddetta linea lombarda, Raboni seppe unire l’osservazione della vita quotidiana ai grandi temi civili ed esistenziali. Nelle sue poesie le case, le strade, i gesti ordinari e i paesaggi diventano luoghi nei quali interrogare il tempo, l’amore, la storia, la memoria dei morti e il significato della fine.
Conclusione
“L’autunno ha a volte luci così terse” è una poesia sulla bellezza, ma soprattutto sulla nostra difficoltà ad accoglierla quando è ancora presente. Il cuore si distrae perché teme di spezzarsi; gli occhi, più coraggiosi, continuano invece a guardare e a conservare.
Quando il tempo ha deposto il proprio pulviscolo sull’esperienza, ciò che sembrava troppo intenso diventa finalmente pronunciabile. Solo allora comprendiamo che la bellezza più autentica non coincide necessariamente con l’inizio, la giovinezza o la promessa. Può appartenere anche al declino, alla perdita e all’ultimo splendore delle foglie.
L’autunno è più bello della primavera perché non nasconde il destino delle cose: ci insegna che proprio ciò che finisce può diventare indimenticabile.
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Geolocalizzazione: Milano, Lombardia, Italia
Fonte del testo poetico: Giovanni Raboni, Quare tristis, in Tutte le poesie 1949-2004, Einaudi Editore. Testo © aventi diritto.
Fonti consultate per l’approfondimento: Einaudi, Treccani, Rai Cultura e sito ufficiale Giovanni Raboni.
Nota sull’intelligenza artificiale: Recensione elaborata con il supporto dell’intelligenza artificiale e successivamente revisionata.
Descrizione immagine: Scena orizzontale, nitida e luminosa con una donna in primo piano, una foglia rossa e un paesaggio urbano italiano dai colori autunnali.
Crediti: Immagine creata con intelligenza artificiale per Alessandria Post. Personaggio e ambientazione non reali.
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