Una piantagione di fichi viene distrutta per lasciare spazio a un albergo di lusso. È sufficiente questa immagine, semplice e brutale, per costruire l’intera architettura poetica di Foglie di fico di Bahtiyar Hidayet, autore dell’Azerbaijan. Il poeta mette in scena un paradosso: l’uomo contemporaneo costruisce, investe, possiede conoscenze e tecnologie, si definisce Homo sapiens, eppure proprio mentre celebra il proprio progresso sembra compiere «un passo indietro» verso le origini. La modernità materiale non coincide necessariamente con una crescita morale e la poesia diventa una critica amara, attraversata da una forte ironia, nei confronti di una società capace di trasformare il territorio ma non sempre di migliorare se stessa.
Pier Carlo Lava
Foglie di fico
Il fico scompare dalla terra e ritorna sulle pareti
È soprattutto nell’uso del paradosso che questa poesia trova la propria forza. Gli alberi veri vengono abbattuti, ma alla fine ricompaiono dipinti sulle pareti dell’hotel. La natura viene dunque eliminata per costruire il simbolo della ricchezza e successivamente recuperata come rappresentazione, come decorazione. È un’immagine efficace perché racchiude una contraddizione molto contemporanea: distruggere qualcosa nella realtà e conservarne poi l’immagine, quasi che la rappresentazione potesse sostituire ciò che abbiamo perduto.
Ma la foglia di fico possiede evidentemente anche un secondo significato. Il riferimento rimanda simbolicamente alla nudità, alla vergogna e alla necessità di coprirsi. Hidayet rovescia però il simbolo con sarcasmo: nel nuovo mondo costruito dagli uomini moderni «non c’era più bisogno neppure delle foglie di fico». È qui che il presunto avanzamento della civiltà comincia a trasformarsi, nella prospettiva poetica dell'autore, in regressione. Gli uomini sono istruiti, potenti, capaci di parlare e amministrare, ma la loro cultura non garantisce automaticamente una maggiore umanità.
Particolarmente incisivi sono i versi dedicati alla libertà della parola. Quei funzionari vengono descritti ironicamente come persone altamente istruite e grandi oratori dell'epoca moderna, mentre agli altri rimane negata la possibilità di esprimersi: «noi ancora non possiamo parlare, / non possiamo dire la nostra parola». Il contrasto tra chi possiede il potere della parola pubblica e chi non riesce a far sentire la propria voce sposta così la poesia dal terreno ambientale a quello sociale e civile.
Il finale chiude perfettamente il cerchio. Dopo aver cancellato il frutteto, l'uomo riempie le pareti dell'albergo di immagini che ricordano le pitture rupestri dell'Età della Pietra. E proprio lì tornano numerosi gli alberi di fico. È quasi una beffa: ciò che la modernità ha considerato sacrificabile nella realtà diventa degno di essere contemplato nell'arte.
Foglie di fico è dunque una poesia breve ma costruita su contrasti molto netti: natura e cemento, progresso e regressione, cultura e comportamento, parola e silenzio, realtà e rappresentazione. Bahtiyar Hidayet non formula un discorso teorico: racconta una trasformazione e lascia che siano le sue contraddizioni a parlare. Alla fine rimane una domanda che supera il frutteto distrutto e l'albergo costruito al suo posto: possiamo davvero chiamarci Homo sapiensse il nostro progresso materiale procede più velocemente della nostra capacità di comprendere ciò che stiamo perdendo?
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GEO: Azerbaijan – Italia – Internazionale
In Foglie di fico, il poeta azero Bahtiyar Hidayet trasforma la distruzione di un frutteto per costruire un albergo di lusso in una potente metafora del nostro tempo. Una poesia ironica e amara sul rapporto tra progresso e regressione, natura e profitto, cultura e libertà di parola, fino al paradosso degli alberi abbattuti nella realtà che ricompaiono dipinti sulle pareti.
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Crediti immagine: Immagine realizzata con Intelligenza Artificiale.
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