Ex Ilva, il Governo apre all’intervento pubblico: sospesi 2.500 licenziamenti

Tre lavoratori con casco e abbigliamento di sicurezza osservano gli impianti di un grande stabilimento siderurgico al tramonto.
La crisi dell’ex Ilva coinvolge migliaia di lavoratori. Il Governo valuta una partecipazione pubblica, mentre sono stati temporaneamente sospesi 2.500 licenziamenti nell’indotto.

Il confronto sull’ex Ilva produce una prima tregua, ma non risolve una vertenza industriale, occupazionale e ambientale che si trascina da anni. Dopo il difficile incontro dell’8 settembre a Palazzo Chigi, le imprese dell’indotto hanno sospeso le procedure di licenziamento collettivo riguardanti 2.500 lavoratori. Il Governo, intanto, non esclude una partecipazione pubblica nella futura proprietà del gruppo, purché venga presentato un piano industriale credibile.

Pier Carlo Lava

La giornata romana ha visto succedersi tre incontri separati con enti territoriali, associazioni imprenditoriali e organizzazioni sindacali. Il confronto con i rappresentanti dei lavoratori è stato particolarmente teso ed è stato sospeso per circa un’ora prima di riprendere.

Al centro della discussione non vi era soltanto il futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto, ma anche quello delle aziende dell’indotto e degli altri impianti collegati al gruppo, compreso quello piemontese di Novi Ligure.

Congelate le procedure per 2.500 lavoratori

Il risultato più immediato dell’incontro è la sospensione delle procedure di licenziamento avviate da 28 imprese dell’indotto tarantino. L’iniziativa coinvolge complessivamente circa 2.500 dipendenti ed era stata annunciata in seguito alla crescente incertezza sulla continuità produttiva dello stabilimento.

Il Governo ha chiesto alle associazioni imprenditoriali di fermare temporaneamente le procedure. Aigi e Confederazione Aepi, tra le organizzazioni maggiormente rappresentative dell’indotto, hanno accolto l’appello per senso di responsabilità e in attesa delle decisioni giudiziarie sull’area a caldo.

Non si tratta, tuttavia, di una revoca definitiva. È un congelamento temporaneo, strettamente legato all’esito del procedimento davanti alla Corte d’Appello di Milano. Qualora venisse confermata la fermata dell’area a caldo, le aziende potrebbero riattivare le procedure.

La sospensione evita dunque un’immediata esplosione della crisi sociale, ma non garantisce ancora il futuro occupazionale delle migliaia di persone interessate.

La decisione sull’area a caldo

La Corte d’Appello deve pronunciarsi sulla richiesta presentata dalle amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e Ilva contro il provvedimento che impone la sospensione dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.

Il precedente decreto prevede l’interruzione dell’attività degli altoforni e delle cokerie. Tra le motivazioni figurano la presenza di circa duemila tonnellate di amianto negli impianti e le criticità relative ai tempi di applicazione di alcune prescrizioni ambientali.

Secondo i commissari, lo spegnimento degli altoforni potrebbe rappresentare un punto di non ritorno: riavviarli richiederebbe investimenti estremamente onerosi e potrebbe rendere definitivamente insostenibile la produzione. Una decisione definitiva è attesa entro il 16 settembre, data indicata per l’avvio dello spegnimento del primo altoforno.

Il Governo si trova così a dover conciliare tre esigenze difficilmente separabili: proteggere la salute dei cittadini, salvaguardare l’occupazione e garantire all’Italia una produzione siderurgica strategica.

Possibile ingresso dello Stato

La novità politica più significativa riguarda la disponibilità manifestata dall’Esecutivo a valutare una partecipazione pubblica nella futura società. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, non ha escluso questa possibilità, richiesta da tempo dai sindacati.

L’intervento dello Stato, però, non è stato ancora deciso e non sarebbe incondizionato. Potrà essere preso in considerazione soltanto dopo la presentazione delle offerte e in presenza di un piano industriale solido, finanziariamente sostenibile e capace di garantire produzione, investimenti e occupazione.

La gara per la vendita rimane quindi aperta. Secondo le informazioni emerse dal tavolo, serviranno ancora almeno un paio di mesi per approfondire le manifestazioni d’interesse e valutare i progetti dei potenziali acquirenti. Durante questo periodo continuerà l’amministrazione straordinaria.

L’apertura pubblica rappresenta un cambiamento importante, ma per ora rimane una possibilità e non un impegno formalizzato. Molto dipenderà dalle condizioni economiche delle offerte, dalle garanzie finanziarie e dal futuro assetto produttivo dell’intero gruppo.

Il progetto di un’acciaieria decarbonizzata

Il Governo sostiene che il futuro dell’ex Ilva debba passare attraverso la decarbonizzazione della produzione, con la progressiva sostituzione del ciclo tradizionale alimentato a carbone con forni elettrici e impianti per il Dri, il preridotto di ferro necessario ad alimentare i nuovi impianti.

Mantovano ha assicurato che per questa trasformazione sono già disponibili risorse pubbliche. L’obiettivo dichiarato è mantenere a Taranto un polo siderurgico, riducendo drasticamente le emissioni e avviando contemporaneamente nuovi progetti industriali sul territorio.

Il percorso, però, richiede tempi, infrastrutture energetiche e ingenti investimenti. La transizione non potrà essere immediata e rimane da chiarire come verrà garantita la produzione durante il passaggio dal ciclo integrale ai forni elettrici.

Accanto alla trasformazione dell’acciaieria, il Governo propone un tavolo permanente per Taranto, destinato a coordinare bonifiche, reindustrializzazione, interventi sociali e nuovi investimenti. La Regione Puglia ha giudicato positivamente l’ipotesi, ma considera ancora parziali le risposte ricevute.

Ammortizzatori sociali e pensionamenti anticipati

Il piano illustrato a Palazzo Chigi si sviluppa lungo tre direttrici: la gara per individuare il nuovo acquirente, le misure sociali per proteggere i lavoratori e i progetti di reindustrializzazione destinati a riassorbire gli eventuali esuberi.

Tra gli strumenti presi in considerazione figurano la cassa integrazione straordinaria, gli esodi incentivati e possibili accompagnamenti alla pensione, con particolare attenzione ai dipendenti che hanno lavorato nell’area a caldo o sono stati esposti all’amianto.

Queste misure possono limitare le conseguenze sociali della crisi, ma i sindacati chiedono che non diventino il sostituto di una vera politica industriale. L’obiettivo, secondo Fim, Fiom, Uilm e Usb, deve rimanere la salvaguardia della produzione e della maggior parte dei posti di lavoro.

Preoccupazione anche per Novi Ligure e Genova

La vertenza non riguarda soltanto Taranto. Le decisioni sull’area a caldo incidono sull’intera organizzazione di Acciaierie d’Italia e quindi anche sugli stabilimenti di Novi Ligure e Genova Cornigliano, che dipendono dall’arrivo dei semilavorati prodotti in Puglia.

Il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, ha richiamato espressamente la necessità di chiarire il destino dei lavoratori di Taranto, Novi Ligure e Genova. Senza una prospettiva produttiva nazionale, infatti, il rischio è che la crisi si propaghi agli impianti del Nord e alle rispettive aziende dell’indotto.

Per il Piemonte, quindi, l’esito della vertenza ha una rilevanza diretta. Lo stabilimento novese rappresenta una presenza industriale significativa per il territorio alessandrino e non può essere considerato separatamente dal futuro dell’area a caldo di Taranto.

Una tregua, non ancora una soluzione

La sospensione dei 2.500 licenziamenti è una notizia positiva perché allontana, almeno momentaneamente, il rischio di una grave emergenza occupazionale. L’apertura del Governo alla partecipazione pubblica indica inoltre la volontà di non abbandonare un settore ritenuto strategico.

Restano però irrisolte le questioni fondamentali: chi acquisterà l’ex Ilva, quanto investirà, quale sarà il ruolo dello Stato, come verrà realizzata la decarbonizzazione e quali garanzie saranno offerte ai lavoratori.

Il futuro del gruppo dipenderà ora dalla decisione della Corte d’Appello, dalla qualità delle offerte industriali e dalla capacità del Governo di trasformare gli impegni annunciati in provvedimenti concreti. Per Taranto, Novi Ligure, Genova e per l’intera siderurgia italiana, il tempo delle soluzioni provvisorie sembra ormai definitivamente esaurito.

Approfondimento di politica economica e lavoro a cura di Pier Carlo Lava

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Descrizione: Immagine fotorealistica orizzontale di un grande polo siderurgico ispirato allo stabilimento ex Ilva di Taranto. In primo piano tre lavoratori osservano altoforni, ciminiere e strutture industriali.

Crediti: Immagine generata con intelligenza artificiale. Elaborazione grafica per Alessandria Post e ItalianNewsPost.com.


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