“Evviva Santa Rosa”: Giuseppina De Biase celebra Viterbo, la fede e il cuore oltre ogni distanza

I Facchini trasportano la luminosa Macchina di Santa Rosa tra le vie del centro storico di Viterbo durante la celebrazione notturna.
La Macchina di Santa Rosa si innalza luminosa nella notte di Viterbo, sostenuta dalla forza e dalla devozione dei Facchini.


Ci sono appartenenze che non dipendono dal luogo di nascita, ma nascono dall’emozione, dalla partecipazione e dalla capacità di riconoscersi nei sentimenti di una comunità. Con “Evviva Santa Rosa”, la poetessa napoletana Giuseppina De Biase, validissima autrice e collaboratrice di Alessandria Post e ItalianNewsPost.com, dedica a Viterbo e alla sua patrona una poesia intensa, nella quale l’assenza fisica viene superata dalla forza della memoria e della devozione.

Pier Carlo Lava

Evviva Santa Rosa

Non è ancora il tre settembre,
ma il sangue ha già il ritmo
del passo dei Facchini.

Mancano i giorni,
manca la notte,
eppure la mente vola,
riaffiora l’emozione antica,
quel brivido intatto
che non si spegne.

Lo so, stavolta non ci sarò.

Rimarrò silenziosa e lontana,
mentre le vie di Viterbo
diventeranno un fiume
di luce e di grida.

Ma la devozione
non conosce distanza.

Rosa,
la mia assenza
sarà solo un guscio vuoto.

Perché quando il grido
spaccherà il buio,
quando le cento spalle
si faranno una sola schiena,
un solo sudore,
io sarò comunque lì sotto.

Schiacciata contro
il muro della mossa,
a spingerti verso il cielo.

Nessun chilometro
può fermare questa penna.

Sento il boato del Plebiscito
entrarmi nelle vene,
mentre gli occhi
si riempiono di lacrime.

Sarò lì, col cuore in gola,
nell’istante esatto
in cui la tua terra si inginocchia
e tu ti stacchi dal suolo
e diventi cielo.

Non ho le tue origini,
non ho quella terra
nelle mie radici,
ma il mio cuore sarà
quello dei figli di Viterbo,
per essere figlia tua.

Giuseppina De Biase

La recensione

“Evviva Santa Rosa” è una poesia dell’assenza che si trasforma in presenza. Giuseppina De Biase parte dalla consapevolezza dolorosa di non poter partecipare personalmente alla celebrazione del 3 settembre, ma riesce progressivamente ad annullare ogni distanza. Il corpo rimarrà lontano, mentre la mente, la memoria e il cuore saranno ancora una volta nelle strade di Viterbo, insieme ai Facchini e alla comunità raccolta intorno alla sua Santa.

L’apertura possiede già un ritmo profondamente fisico: “il sangue ha già il ritmo del passo dei Facchini”. Non si tratta semplicemente di ricordare una manifestazione, ma di sentirne il movimento dentro di sé. L’attesa diventa pulsazione, il passo collettivo entra nel sangue e la poesia assume fin dall’inizio l’andamento di una marcia solenne.

Particolarmente efficace è la successione di immagini attraverso le quali Viterbo prende vita agli occhi del lettore. Le sue vie diventano “un fiume di luce e di grida”, mentre il buio viene attraversato dal grido dei Facchini e dal boato di Piazza del Plebiscito. La città non è rappresentata come uno sfondo immobile, ma come un organismo vivo che respira, attende, si emoziona e infine si inginocchia davanti alla propria patrona.

Al centro della composizione emerge la dimensione collettiva della tradizione. Le “cento spalle” diventano “una sola schiena, un solo sudore”: un’immagine potente, capace di raccontare l’unione dei Facchini e, simbolicamente, quella dell’intera comunità viterbese. La fatica individuale si scioglie in un’impresa comune, nella quale ogni uomo rinuncia alla propria separatezza per diventare parte di un unico corpo.

Anche la frase “la mia assenza sarà solo un guscio vuoto” racchiude uno dei significati più profondi della poesia. L’assenza riguarda soltanto l’involucro esteriore, mentre ciò che conta davvero — il sentimento, la fede e la partecipazione emotiva — rimane presente. La poetessa si immagina sotto la Macchina, stretta contro il muro al momento della mossa, mentre contribuisce idealmente a spingerla verso il cielo.

La scrittura di Giuseppina De Biase procede per versi liberi, brevi sospensioni e improvvise accelerazioni. Le pause restituiscono l’attesa; le ripetizioni rafforzano l’emozione; le immagini legate al sangue, alle vene, alle spalle, al sudore e alle lacrime rendono concreta una devozione che avrebbe potuto rimanere astratta. Tutto, invece, passa attraverso il corpo e diventa esperienza vissuta.

Il verso “Nessun chilometro può fermare questa penna” rappresenta una dichiarazione poetica e personale. Se la distanza impedisce la presenza fisica, la scrittura permette di attraversarla. La penna diventa così uno strumento di partecipazione, un ponte ideale tra Napoli e Viterbo, tra l’autrice e una tradizione che l’ha profondamente conquistata.

Il momento culminante arriva quando Santa Rosa “si stacca dal suolo e diventa cielo”. È un’immagine luminosa, quasi una trasfigurazione: la materia si solleva, la città si inginocchia e la Santa appartiene per un istante a una dimensione superiore. In pochi versi la poetessa raccoglie lo stupore, la fede e la commozione dell’intera celebrazione.

Il finale chiarisce infine il senso autentico dell’omaggio. Giuseppina De Biase riconosce con sincerità di non possedere origini viterbesi e di non avere quella terra nelle proprie radici. Eppure rivendica un’appartenenza scelta attraverso il cuore. Non è viterbese per nascita, ma lo diventa poeticamente per amore e devozione.

“Evviva Santa Rosa” è dunque molto più di una poesia dedicata a una ricorrenza. È un canto alla memoria, alla fede popolare e alla capacità delle tradizioni autentiche di accogliere anche chi proviene da lontano. Con una voce partecipe e profondamente emozionata, Giuseppina De Biase rende omaggio a Santa Rosa, ai Facchini e a tutta Viterbo, trasformando la propria lontananza in una presenza ancora più intensa: quella della parola poetica.

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Riferimento geografico: Viterbo, Lazio, Italia.

Crediti: Immagine generata con intelligenza artificiale per Alessandria Post e ItaliaNewsPost.com.

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