| Le donne rappresentano una presenza fondamentale nel welfare e nel Terzo settore, ma restano ancora sottorappresentate nei ruoli decisionali e dirigenziali. |
Una locandina condivisa alcuni giorni fa dalla nostra autrice Maria Pellino, dedicata alle donne impegnate nel sociale e nello sviluppo della comunità, offre lo spunto per una riflessione che va oltre il singolo evento. Dietro molti servizi rivolti ad anziani, persone con disabilità, minori, famiglie fragili e cittadini in difficoltà c’è infatti una presenza femminile determinante. Una presenza numerosa, competente e spesso silenziosa, alla quale, tuttavia, non corrispondono sempre lo stesso riconoscimento economico, un’adeguata stabilità professionale e un’effettiva possibilità di raggiungere i ruoli decisionali.
Pier Carlo Lava
Il sociale non è un settore marginale
Quando si parla di “sociale” si pensa ancora troppo spesso alla beneficenza o a un’attività basata esclusivamente sulla buona volontà. In realtà si tratta di un vasto sistema di servizi, professionalità e organizzazioni che contribuisce al funzionamento quotidiano del Paese. Comprende cooperative sociali, associazioni, fondazioni, organizzazioni di volontariato, imprese sociali, servizi educativi, strutture per anziani e persone con disabilità, centri antiviolenza, progetti contro la povertà, iniziative per l’integrazione e percorsi di reinserimento lavorativo.
Secondo l’Istat, alla fine del 2023 erano attive in Italia 368.367 istituzioni non profit, con 949.200 dipendenti. Rispetto all’anno precedente, il numero degli enti era cresciuto del 2,3% e quello dei dipendenti del 3,2%. Più della metà del personale, il 53,6%, risultava impiegato nelle cooperative sociali.
I dati preliminari del Censimento permanente riferiti al 2024 mostrano inoltre che il 66,6% delle istituzioni non profit opera per finalità di pubblica utilità. Il 48,3% dichiara di sostenere persone fragili o in difficoltà, il 43,3% di promuovere e tutelare i diritti e il 43,1% di occuparsi della cura e dello sviluppo dei beni comuni. Quasi la metà degli enti, il 46,4%, intrattiene relazioni significative con i Comuni. Le percentuali possono sovrapporsi, perché una stessa organizzazione può perseguire più finalità.
Questi numeri spiegano perché il Terzo settore non debba essere considerato un semplice sostituto occasionale dell’intervento pubblico. È piuttosto una parte essenziale del welfare di prossimità, capace di intercettare bisogni che cambiano rapidamente e di costruire reti tra famiglie, istituzioni, scuole, servizi sanitari e comunità locali.
Una presenza femminile imponente
La fotografia più significativa arriva dall’indagine Inapp sui servizi sociali erogati dal non profit. Nel 2021 operavano in questo ambito 33.973 enti, quasi il doppio rispetto ai 18.971 censiti nel 2016. Complessivamente erano impegnate circa 1,2 milioni di persone, distribuite quasi in parti uguali tra personale retribuito e volontari.
Le donne erano più di 800.000, circa il doppio degli uomini. Gli enti raggiungevano mediamente tre milioni e mezzo di persone e famiglie, con interventi rivolti soprattutto alle famiglie, alle persone con disabilità e ai minori. Il dato conferma che, senza il contributo femminile, una parte considerevole della rete italiana di assistenza e inclusione semplicemente non potrebbe funzionare.
Le donne sono educatrici, assistenti sociali, operatrici sociosanitarie, psicologhe, mediatrici culturali, infermiere, coordinatrici, amministratrici, volontarie e responsabili di progetto. Sono spesso loro a conoscere direttamente le famiglie, ascoltare i bisogni, gestire le emergenze e mantenere i rapporti con scuole, Comuni e servizi sanitari.
Il loro contributo non si limita alla cura della singola persona. Un servizio per l’infanzia consente ai genitori di lavorare; l’assistenza a un anziano sostiene un’intera famiglia; un progetto rivolto a una persona con disabilità può restituirle autonomia; un centro antiviolenza può cambiare il destino di una donna e dei suoi figli. In questo senso, il lavoro sociale produce sviluppo, perché aumenta le possibilità delle persone, rafforza la coesione e impedisce che fragilità individuali diventino esclusione permanente.
Molte nelle attività operative, poche al comando
Proprio l’indagine Inapp mette però in evidenza una contraddizione: la fortissima presenza femminile si concentra soprattutto nelle posizioni operative, mentre le donne risultano molto meno rappresentate ai livelli apicali e negli organismi di governo degli enti.
Il fenomeno non riguarda soltanto il sociale. Nel 2024 le donne occupavano il 35,2% delle posizioni manageriali nell’Unione europea, ma in Italia la quota si fermava al 27,9%, uno dei valori più bassi dell’Unione.
Si ripropone così il cosiddetto soffitto di cristallo: le donne sono numerose alla base delle organizzazioni, svolgono le attività a maggiore contatto con le persone e accumulano esperienza, ma incontrano maggiori ostacoli quando si tratta di accedere alla direzione, alla presidenza o ai luoghi nei quali vengono stabilite strategie, risorse e priorità.
Le cause sono diverse. Pesano la difficoltà di conciliare gli orari di lavoro con le responsabilità familiari, la minore disponibilità a partecipare a riunioni serali o trasferte, le interruzioni di carriera legate alla maternità e modelli organizzativi ancora costruiti attorno a una disponibilità pressoché totale. A tutto questo si aggiungono stereotipi difficili da eliminare: alle donne vengono riconosciute capacità di ascolto e relazione, mentre agli uomini vengono più facilmente attribuite autorevolezza, attitudine al comando e competenza economica.
Ma la capacità di prendersi cura degli altri non deve diventare una gabbia. Le competenze relazionali non sono una caratteristica “naturale” che giustifica stipendi bassi o ruoli subordinati: sono competenze professionali, maturate attraverso formazione ed esperienza, che devono essere riconosciute e retribuite.
Il divario economico
Non esiste un unico dato retributivo capace di rappresentare un settore tanto composito come quello sociale. Le statistiche generali, tuttavia, aiutano a capire i meccanismi che possono produrre differenze significative.
Nel perimetro analizzato dall’Istat per il 2022, la retribuzione media oraria era di 15,9 euro per le donne e 16,8 euro per gli uomini, con un divario del 5,6%. La distanza saliva però al 16,6% tra i laureati e raggiungeva il 30,8% tra i dirigenti. Il dato complessivo, quindi, non significa che la parità sia stata raggiunta: le differenze aumentano proprio nelle professioni e nei livelli gerarchici più elevati.
Il divario annuale può inoltre essere molto più ampio di quello calcolato sulla singola ora lavorata. Nel 2023 lavorava a tempo parziale il 31,5% delle occupate, contro l’8,1% degli uomini. Tra le madri dai 25 ai 54 anni la percentuale saliva al 36,7%. Meno ore retribuite significano redditi più bassi, minori contributi previdenziali, pensioni future inferiori e più limitate possibilità di avanzamento.
La disuguaglianza risulta evidente anche considerando l’accesso stesso al lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione femminile fra i 20 e i 64 anni era in Italia del 58%, il più basso dell’Unione europea, mentre il divario rispetto agli uomini raggiungeva 19,1 punti percentuali, quasi il doppio della media europea.
Il peso della cura non retribuita
Esiste poi un enorme lavoro sociale che non compare nelle buste paga: quello svolto ogni giorno all’interno delle famiglie. Assistenza ai genitori anziani, cura dei figli, sostegno a persone malate o non autosufficienti, gestione della casa e accompagnamento ai servizi continuano a gravare soprattutto sulle donne.
Un rapporto pubblicato nel 2026 dall’Organizzazione internazionale del lavoro e da Federcasalinghe stima che le donne svolgano il 71% del lavoro di cura non retribuito in Italia. Nel secondo trimestre del 2025, fra le oltre 3,2 milioni di persone che dichiaravano di non poter partecipare al mercato del lavoro a causa delle responsabilità familiari, il 95,1% era costituito da donne.
È un circolo difficile da spezzare: la mancanza di servizi spinge molte donne a ridurre o lasciare il lavoro; la conseguente minore autonomia economica rende ancora più probabile che siano loro ad assumersi nuovi compiti di assistenza. Il lavoro di cura, considerato per molto tempo una responsabilità privata, ha invece effetti economici e sociali che riguardano l’intera collettività.
Dalla presenza alla partecipazione reale
Promuovere le donne nello sviluppo sociale non significa semplicemente aumentarne il numero, perché in molti ambiti sono già la maggioranza. Significa trasformare una grande presenza operativa in potere decisionale, riconoscimento professionale e autonomia economica.
Occorrono selezioni trasparenti per i ruoli di responsabilità, retribuzioni adeguate alle competenze, formazione continua, percorsi di carriera accessibili e una migliore organizzazione dei tempi di lavoro. Servono anche maggiori investimenti negli asili nido, nell’assistenza domiciliare, nei servizi per la non autosufficienza e nel sostegno ai caregiver. Senza una rete pubblica e territoriale sufficientemente forte, la cura continuerà infatti a essere trasferita quasi automaticamente sulle famiglie e, al loro interno, soprattutto sulle donne.
È importante anche favorire la presenza femminile nei consigli di amministrazione, negli organi direttivi e nei luoghi nei quali vengono decisi i finanziamenti. Chi conosce direttamente i bisogni delle persone deve poter contribuire anche alla costruzione delle politiche e non essere chiamato soltanto ad attuarle.
La vera sfida consiste nel superare l’idea che il lavoro sociale abbia un valore minore perché non produce oggetti materiali o profitti immediatamente visibili. In realtà produce sicurezza, autonomia, salute, inclusione e fiducia, beni senza i quali non può esistere uno sviluppo duraturo.
Riconoscere il ruolo delle donne nel sociale significa dunque riconoscere una parte fondamentale dell’economia e della democrazia del Paese. Ma la gratitudine, da sola, non basta. Alle donne che sostengono persone, famiglie e comunità devono essere garantiti gli stessi diritti, le stesse opportunità di carriera e lo stesso accesso ai luoghi decisionali. Solo allora la loro presenza non sarà più soltanto indispensabile, ma finalmente accompagnata dal riconoscimento che merita.
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GEO: In Italia le donne rappresentano la componente principale del lavoro sociale, del volontariato e dell’assistenza, ma continuano ad avere minori possibilità di accedere ai vertici, retribuzioni mediamente inferiori e maggiori responsabilità nella cura familiare non retribuita.
Fonti consultate: Istat, Inapp, Eurostat e Organizzazione internazionale del lavoro.
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Nota sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale: l’articolo è stato realizzato con il supporto dell’IA per la ricerca, l’organizzazione e la verifica delle informazioni, sotto la supervisione editoriale dell’autore.
Descrizione: Donne impegnate nella progettazione di servizi sociali, iniziative di inclusione e interventi destinati alla comunità.
Crediti: Immagine fotorealistica generata con intelligenza artificiale da OpenAI per Alessandria Post.
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