Difesa, l’Italia riduce la richiesta SAFE: 8,9 miliardi sui 14,9 disponibili

Bandiere dell’Italia e dell’Unione europea davanti a mezzi militari, drone e sistemi per la cybersicurezza
L’Italia ha ridotto a 8,9 miliardi di euro la richiesta di prestiti europei SAFE, rispetto ai 14,9 miliardi inizialmente disponibili. Immagine rappresentativa realizzata con intelligenza artificiale.
 

L’Italia ha deciso di ricorrere ai finanziamenti europei del programma SAFE per una somma inferiore rispetto a quella inizialmente riservata al nostro Paese: 8,9 miliardi di euro anziché 14,9. Una scelta che ridimensiona l’impegno finanziario, ma non cancella il nodo politico: come saranno utilizzate queste risorse e quale sarà il loro peso sul debito pubblico?

Pier Carlo Lava

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che il governo ha ridotto la richiesta perché, nell’attuale situazione economica e internazionale, ritiene necessario conservare maggiori margini per la sanità e le politiche sociali. Il ministero della Difesa dovrà ora definire l’elenco dei progetti, molti dei quali – secondo Tajani – sarebbero già programmati e sviluppati insieme ad altri Paesi. L’impiego delle risorse dovrebbe iniziare nel 2027.

Il nodo delle cifre: 8 oppure 8,9 miliardi?

Sull’importo esatto rimane una differenza tra le comunicazioni disponibili. Tajani ha parlato esplicitamente di 8,9 miliardi, mentre fonti europee hanno riferito che la lettera inviata dal governo italiano alla Commissione conterrebbe una richiesta di 8 miliardi. Il dato politico è comunque chiaro: l’Italia utilizzerà soltanto una parte dei 14,9 miliardi inizialmente prenotati. La cifra definitiva potrà essere considerata certa quando saranno completati il piano dei progetti e l’accordo di prestito con Bruxelles.

Prendendo come riferimento gli 8,9 miliardi indicati dal ministro, il governo chiederebbe circa il 59,7% della disponibilità originaria, rinunciando – almeno per ora – a circa 6 miliardi di euro.

È però importante chiarire che i 14,9 miliardi non erano un contributo a fondo perduto già assegnato all’Italia. Rappresentavano il massimale dei prestiti agevolati che il nostro Paese avrebbe potuto utilizzare attraverso SAFE.

Che cos’è realmente SAFE

SAFE, acronimo di Security Action for Europe, è uno strumento finanziario dell’Unione europea nato nel 2025 come primo pilastro del piano europeo per la preparazione alla difesa. La dotazione complessiva è di 150 miliardi di euro.

La Commissione europea raccoglie il denaro sui mercati emettendo titoli europei e successivamente lo presta agli Stati membri. Non si tratta quindi di sovvenzioni: le somme ricevute dovranno essere restituite dai singoli Paesi, anche se a condizioni generalmente più convenienti rispetto a quelle ottenibili attraverso le normali emissioni nazionali.

I prestiti possono avere una durata massima di 45 anni, con un periodo di grazia fino a 10 anni per il rimborso del capitale. Sono inoltre previsti tassi competitivi e la possibilità di ricevere un prefinanziamento.

Per l’Italia, che normalmente paga sul proprio debito interessi più elevati rispetto alle obbligazioni emesse dall’Unione europea, SAFE può rappresentare un’alternativa finanziariamente vantaggiosa rispetto a nuovi Btp, Bot o Cct. Rimane tuttavia nuovo debito pubblico: condizioni favorevoli non significano denaro gratuito.

Per quali spese potranno essere utilizzati i fondi

Il programma non finanzia soltanto l’acquisto tradizionale di armamenti. Tra gli interventi ammessi rientrano:

  • munizioni, missili e sistemi di artiglieria;
  • mezzi terrestri ed equipaggiamenti per i militari;
  • droni e tecnologie anti-drone;
  • difesa aerea e antimissile;
  • sicurezza informatica e guerra elettronica;
  • protezione delle infrastrutture critiche;
  • mobilità militare;
  • sistemi navali e sottomarini;
  • satelliti, comunicazioni, intelligenza artificiale e sistemi di sorveglianza.

SAFE punta soprattutto sugli acquisti congiunti tra almeno due Paesi, anche se per un periodo limitato sono consentiti alcuni programmi nazionali. Almeno il 65% del costo dei componenti deve provenire dall’Unione europea, dall’Ucraina o dai Paesi ammessi dello Spazio economico europeo e dell’EFTA. L’obiettivo non è soltanto rafforzare gli eserciti, ma anche sviluppare una base industriale europea meno frammentata e meno dipendente dalle forniture esterne.

Questo potrebbe offrire opportunità anche all’industria italiana della difesa, dell’aerospazio, della cantieristica, dell’elettronica e della cybersicurezza. Il beneficio economico, tuttavia, dipenderà dai progetti scelti e dalla quota di produzione e occupazione che resterà effettivamente in Italia.

Meno SAFE significa più denaro alla sanità?

L’affermazione secondo cui la riduzione della richiesta consentirebbe di investire maggiormente in sanità e politiche sociali deve essere interpretata con attenzione. I miliardi SAFE non possono essere spostati direttamente dalla difesa agli ospedali: sono prestiti europei vincolati a determinati investimenti nel settore della sicurezza.

Chiedere 8,9 miliardi anziché 14,9 significa però assumere meno debito, pagare in futuro meno interessi e rate di rimborso e, almeno teoricamente, conservare maggiore spazio nel bilancio nazionale per altre priorità. Il vantaggio per il welfare non è quindi automatico: dipenderà dalle decisioni che saranno inserite nelle prossime leggi di Bilancio.

Se i 6 miliardi non richiesti non saranno accompagnati da stanziamenti aggiuntivi e verificabili per sanità, assistenza, famiglie e lotta alla povertà, il richiamo alle politiche sociali rischierà di rimanere soprattutto una giustificazione politica.

Le divisioni nella maggioranza e tra le opposizioni

Il ricorso a SAFE ha fatto emergere sensibilità differenti all’interno del centrodestra. Forza Italia sostiene la necessità di modernizzare la difesa europea, mentre la Lega ha manifestato forti perplessità sull’aumento delle spese militari e ha rivendicato il ruolo del Parlamento. Già quando Tajani aveva annunciato la prenotazione dei 14,9 miliardi, il Carroccio aveva precisato che la decisione definitiva non poteva essere considerata acquisita.

Anche le opposizioni sono divise. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra contestano la scelta di contrarre nuovo debito per la difesa e chiedono che le risorse siano indirizzate alle necessità economiche e sociali. Dal Partito Democratico, da Azione e da Più Europa sono invece arrivate posizioni più favorevoli all’impiego dello strumento europeo, accompagnate però dalla richiesta di maggiore trasparenza e di un passaggio parlamentare.

Una scelta intermedia che deve essere spiegata

La decisione di fermarsi a 8,9 miliardi appare come un compromesso tra tre esigenze: rispettare gli impegni europei e internazionali sulla sicurezza, approfittare di condizioni finanziarie favorevoli e non caricare eccessivamente il debito pubblico in una fase nella quale famiglie, imprese e servizi pubblici chiedono risposte immediate.

Non sarebbe corretto presentare ogni investimento nella difesa come una spesa inutile: cybersicurezza, protezione delle infrastrutture, sistemi anti-drone, controllo dello spazio marittimo e capacità di risposta alle emergenze riguardano direttamente la sicurezza dei cittadini. Allo stesso tempo, non si può sostenere che ogni programma militare sia automaticamente necessario soltanto perché finanziato a condizioni convenienti.

Prima della firma definitiva il governo dovrebbe quindi rendere pubblici progetti, costi, tempi, partner industriali e ricadute occupazionali, specificando quali programmi erano già previsti nel bilancio nazionale e quali rappresenteranno invece nuova spesa. Sarebbe inoltre opportuno un confronto parlamentare, considerando che il rimborso di questi prestiti ricadrà su più generazioni.

La riduzione da 14,9 a 8,9 miliardi può essere letta come un segnale di prudenza, ma la vera valutazione potrà essere fatta soltanto quando si saprà che cosa verrà acquistato, da chi, a quali condizioni e con quali vantaggi concreti per la sicurezza e per l’industria italiana. Senza queste informazioni, il dibattito rischia di rimanere prigioniero della contrapposizione semplicistica tra “armi” e “sanità”, mentre il problema reale riguarda la qualità, la trasparenza e la sostenibilità delle scelte pubbliche.

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