Difesa, 12 miliardi in più mentre i docenti perdono potere d’acquisto: quale futuro senza una scuola forte?
| Il contrasto tra una scuola pubblica bisognosa di investimenti e la rapida crescita della spesa destinata alla difesa. |
Mentre la spesa italiana per la difesa cresce rapidamente, la scuola pubblica continua a fare i conti con stipendi poco competitivi, investimenti inferiori alla media internazionale, edifici bisognosi di interventi e una professione docente che fatica ad attrarre i giovani. Non esiste un bonifico che trasferisca direttamente denaro dalle aule scolastiche agli armamenti, ma le cifre raccontano con chiarezza quali siano oggi le priorità politiche e finanziarie del Paese.
Pier Carlo Lava
Secondo i dati elaborati sulla base delle rilevazioni NATO, la spesa italiana per la difesa è passata da 33,4 miliardi di euro nel 2024 a 45,3 miliardi nel 2025, con un incremento vicino ai 12 miliardi, pari al 36%. Un balzo che ha consentito all’Italia di raggiungere il precedente obiettivo del 2% del Pil, ma le cui modalità non risultano ancora completamente trasparenti.
La definizione giornalistica “miliardi per le bombe” è certamente efficace, ma richiede una precisazione. Non tutto l’aumento corrisponde all’acquisto di carri armati, missili o munizioni. Secondo l’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, il 24% dell’incremento sarebbe riferibile agli armamenti, il 35% al personale e il 38% alla categoria residuale “altro”, comprendente costi operativi, manutenzioni, infrastrutture e diverse attività collegate alla sicurezza.
Una parte consistente dell’aumento potrebbe inoltre derivare dalla riclassificazione di spese già sostenute, includendo nel perimetro NATO settori e personale precedentemente non conteggiati, come componenti della Guardia di Finanza, delle Capitanerie di porto, dello spazio e della cybersicurezza. Il dato dei 12 miliardi è dunque corretto secondo la classificazione NATO, ma non equivale necessariamente a 12 miliardi di nuovi stanziamenti interamente destinati alle armi.
La distinzione è importante per la correttezza dell’informazione, ma non cancella la questione politica: negli anni a venire l’Italia sarà chiamata a incrementare realmente e progressivamente le risorse destinate alla difesa.
L’obiettivo NATO del 5% entro il 2035
Al vertice dell’Aia del 2025, i Paesi dell’Alleanza Atlantica hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla difesa e alla sicurezza. Il nuovo obiettivo è composto da almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture strategiche, sicurezza delle reti, protezione civile, innovazione e rafforzamento dell’industria della difesa.
Si tratta di una scelta motivata dal deterioramento dello scenario internazionale, dalla guerra in Ucraina, dalle nuove minacce tecnologiche e dalla necessità europea di ridurre la dipendenza militare dagli Stati Uniti. La sicurezza nazionale è una funzione essenziale dello Stato e non può essere liquidata con slogan semplicistici.
Tuttavia, quando gli impegni militari richiedono decine di miliardi aggiuntivi, diventa inevitabile chiedersi da quali capitoli di bilancio arriveranno le risorse. Se l’aumento della difesa non sarà accompagnato da una crescita economica consistente o da nuove entrate, il rischio sarà quello di comprimere ulteriormente altri settori fondamentali: sanità, scuola, università, ricerca, assistenza e politiche familiari.
Docenti italiani: stipendi inferiori e perdita reale del 4,4%
Il confronto con la condizione degli insegnanti è particolarmente significativo. Il rapporto Education at a Glance 2025 dell’OCSE rileva che gli stipendi effettivi dei docenti italiani della scuola primaria sono inferiori del 33% rispetto a quelli degli altri lavoratori laureati occupati a tempo pieno. Nella media dei Paesi OCSE la differenza è molto più contenuta, pari al 17%.
Tra il 2015 e il 2024 le retribuzioni reali degli insegnanti della scuola primaria sono cresciute mediamente del 14,6% nell’area OCSE, mentre in Italia sono diminuite del 4,4%, una volta tenuto conto dell’inflazione.
Il recente contratto del comparto Istruzione e Ricerca 2025-2027 introduce un incremento medio, a regime dal gennaio 2027, di circa 143 euro lordi mensili per i docenti. L’aumento rappresenta un recupero importante, ma non risolve il divario accumulato rispetto al costo della vita e alle retribuzioni riconosciute alle professioni che richiedono un analogo livello di formazione.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto la cifra scritta sul cedolino. Un insegnante deve affrontare anni di precariato, trasferimenti, graduatorie, concorsi, aggiornamento professionale e responsabilità educative sempre più complesse. Alla scuola viene chiesto di contrastare dispersione, disagio giovanile, bullismo, divari sociali, analfabetismo digitale e fragilità familiari, senza che a questa crescita delle responsabilità corrisponda un adeguato riconoscimento economico e sociale.
L’Italia investe nell’istruzione meno della media OCSE
L’insufficienza non riguarda soltanto gli stipendi. L’Italia destina all’istruzione, dalla scuola primaria all’università, circa il 3,9% del Pil, contro una media OCSE del 4,7%. Particolarmente debole è il finanziamento dell’università: la spesa pubblica italiana è pari a 8.992 dollari per studente, mentre la media OCSE raggiunge i 15.102 dollari.
Questi numeri incidono sulla qualità degli edifici, sui laboratori, sull’innovazione tecnologica, sul sostegno agli studenti con disabilità e sulla possibilità di offrire il tempo pieno in tutte le aree del Paese. Si riflettono anche sull’abbandono scolastico, sulla fuga dei laureati, sulle difficoltà delle famiglie meno abbienti e sulla capacità dell’Italia di costruire competenze adeguate alla trasformazione tecnologica in corso.
È proprio qui che il confronto tra difesa e istruzione assume il suo significato più profondo. La sicurezza di una nazione non dipende soltanto dalla quantità di mezzi militari disponibili. Dipende anche dalla preparazione dei cittadini, dalla qualità della ricerca, dalla capacità di comprendere le informazioni e di riconoscere la propaganda, dalla coesione sociale e dalla possibilità per ogni ragazzo di migliorare la propria condizione attraverso lo studio.
La lezione ancora attuale di Piero Calamandrei
Il richiamo a Piero Calamandrei non è puramente celebrativo. Nel discorso pronunciato l’11 febbraio 1950 al Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, il giurista e padre costituente definì la scuola un “organo costituzionale”, indispensabile alla formazione dei cittadini e al ricambio della classe dirigente.
Secondo Calamandrei, la scuola rende concreta la democrazia perché permette alle capacità migliori di emergere da ogni ambiente sociale, impedendo che il potere politico, economico e culturale diventi patrimonio ereditario di una casta chiusa. La scuola è quindi il complemento necessario del suffragio universale: votare non basta se i cittadini non possiedono gli strumenti culturali per valutare, scegliere e partecipare.
Calamandrei indicava anche un pericolo più sottile del totalitarismo dichiarato: il progressivo indebolimento della scuola statale, lasciata impoverire fino a perdere autorevolezza e capacità formativa. Non sosteneva l’abolizione delle scuole private, ma riteneva indispensabile che la scuola pubblica rimanesse il punto di riferimento principale, accessibile a tutti e sufficientemente forte da garantire libertà, pluralismo e uguaglianza.
Difendere il Paese significa anche finanziare la conoscenza
Porre la questione non significa negare la necessità della difesa militare né ignorare le minacce internazionali. Significa chiedere che la sicurezza venga interpretata in modo più ampio. Un Paese è vulnerabile anche quando possiede scuole impoverite, insegnanti scoraggiati, giovani senza prospettive, università sottofinanziate e milioni di cittadini privi degli strumenti necessari per comprendere la realtà.
L’aumento delle spese militari dovrebbe quindi essere accompagnato da un piano pluriennale altrettanto credibile per l’istruzione, con l’obiettivo di avvicinare gradualmente l’Italia alla media OCSE, recuperare il potere d’acquisto dei docenti, ridurre il precariato e rendere sicuri e moderni gli edifici scolastici.
Le armi possono difendere i confini. La scuola, invece, difende la qualità della società che vive dentro quei confini. Se quest’ultima viene considerata una spesa da contenere anziché un investimento strategico, il rischio non è soltanto quello di avere professori meno pagati: è quello di consegnare alle generazioni future una democrazia più fragile, meno consapevole e molto più diseguale.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post