| Tra la sicurezza della strada conosciuta e le opportunità di quella nuova: in un mondo che cambia velocemente, anche restare fermi può diventare un rischio. |
C’è un vecchio proverbio che invita alla prudenza: «Chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che lascia, ma non sa quello che trova». È una frase nella quale c’è molta saggezza, perché ogni cambiamento porta con sé una parte di incertezza. Eppure esiste un’altra espressione, altrettanto famosa, che sembra suggerirci esattamente il contrario: «Chi si ferma è perduto». Quale delle due ha ragione? Probabilmente entrambe. Perché il vero problema non è scegliere sempre la strada vecchia oppure sempre quella nuova, ma comprendere quando sia arrivato il momento di lasciare ciò che conosciamo per provare qualcosa che ancora non conosciamo.
Pier Carlo Lava
Per molto tempo abbiamo associato la stabilità alla sicurezza. Avere un lavoro per tutta la vita, abitare nello stesso luogo, svolgere le stesse attività, utilizzare gli stessi strumenti e affidarsi alle medesime abitudini rappresentava, per molte generazioni, una forma di protezione. Cambiare significava rischiare, mentre conservare ciò che si possedeva sembrava la scelta più prudente.
Ma il mondo nel quale viviamo oggi è profondamente diverso.
Da alcuni decenni la velocità del cambiamento è aumentata in maniera impressionante. Tecnologia, comunicazione, lavoro, economia, conoscenza e rapporti sociali si trasformano continuamente. Internet ha modificato il nostro modo di informarci e comunicare; gli smartphone hanno portato una parte enorme del mondo nelle nostre tasche; l’intelligenza artificiale sta modificando professioni e attività che fino a pochi anni fa sembravano difficilmente automatizzabili.
In un contesto simile, continuare a fare esattamente ciò che abbiamo sempre fatto non significa necessariamente conservare la nostra posizione.
A volte significa arretrare.
L’illusione di essere al sicuro restando fermi
Esiste un paradosso che vale la pena considerare: cerchiamo l’immobilità perché ci dà sicurezza, ma in un mondo che corre l’immobilità può diventare una delle condizioni più insicure.
Immaginiamo di trovarci su una scala mobile che procede nella direzione opposta rispetto a quella nella quale vogliamo andare. Se rimaniamo immobili, non rimaniamo realmente nello stesso punto: arretriamo. Per mantenere la posizione dobbiamo almeno camminare. E se vogliamo avanzare dobbiamo muoverci ancora più velocemente.
Qualcosa di simile sta accadendo nella società contemporanea.
Un professionista che smette completamente di aggiornarsi può scoprire dopo alcuni anni che le competenze sulle quali aveva costruito la propria carriera sono diventate meno richieste. Un’impresa che rifiuta qualsiasi innovazione può essere superata dai concorrenti. Un’attività commerciale che ignora i nuovi comportamenti dei consumatori può perdere progressivamente i propri clienti.
E lo stesso principio, con le dovute differenze, può riguardare anche città, territori e società intere.
Le quattro mura possono diventare una prigione
Naturalmente esiste una tentazione molto umana: quando fuori tutto cambia rapidamente, viene spontaneo cercare protezione in ciò che conosciamo.
Possiamo metaforicamente chiuderci fra quattro mura, costruire barriere e convincerci che ciò che sta accadendo fuori non ci riguardi.
Ma le mura che inizialmente sembrano proteggerci possono, con il tempo, trasformarsi in qualcosa che ci separa dal resto del mondo.
Perché dietro ogni cambiamento non ci sono soltanto rischi.
Ci sono anche opportunità.
Nuovi lavori, nuove conoscenze, nuove persone, nuovi strumenti, nuovi mercati, nuovi modi di comunicare e perfino possibilità che una generazione precedente non avrebbe potuto immaginare.
Chi costruisce una barriera per tenere fuori tutto ciò che teme inevitabilmente rischia di lasciare fuori anche qualcosa che avrebbe potuto migliorare la propria vita.
Ma cambiare non significa inseguire qualsiasi novità
Questo non significa sostenere che tutto ciò che è nuovo sia necessariamente migliore.
Sarebbe un errore uguale e contrario.
Ci sono tradizioni, valori, conoscenze ed esperienze che meritano di essere conservati. L’esperienza accumulata negli anni possiede un valore enorme proprio perché permette di valutare le novità senza subirle passivamente.
Non dobbiamo quindi scegliere tra passato e futuro come se uno dovesse necessariamente cancellare l’altro.
La vera capacità consiste probabilmente nel portare con noi ciò che il passato ci ha insegnato mentre continuiamo a camminare verso qualcosa che ancora non conosciamo completamente.
Cambiare non significa rinnegare ciò che siamo stati.
Significa permettere a ciò che siamo stati di diventare qualcosa di nuovo.
Il rischio delle occasioni perdute
Quando dobbiamo prendere una decisione importante tendiamo naturalmente a pensare soprattutto a ciò che potremmo perdere.
«E se sbagliassi?»
«E se la nuova strada fosse peggiore?»
«E se poi volessi tornare indietro?»
Sono domande legittime. Ma ce n’è un’altra che forse facciamo troppo raramente:
«E se non provassi?»
Perché nella vita esiste il rimpianto degli errori commessi, ma esiste anche quello delle occasioni che abbiamo lasciato passare.
La strada nuova può essere sbagliata. Può costringerci a tornare indietro. Può persino farci rimpiangere per qualche tempo quella precedente.
Ma almeno avremo scoperto dove portava.
La strada mai percorsa, invece, rimane per sempre accompagnata da una domanda alla quale nessuno potrà più rispondere: «Che cosa sarebbe successo se avessi provato?»
Cambiare significa anche continuare a imparare
Forse uno degli errori più grandi consiste nel pensare che esista un momento della vita nel quale abbiamo imparato abbastanza.
Non esiste.
Oggi, probabilmente più che in passato, imparare deve diventare un processo permanente.
Non significa necessariamente tornare sui banchi di scuola. Significa mantenere viva la curiosità, confrontarsi con persone diverse da noi, utilizzare nuovi strumenti, ascoltare chi è più giovane e chi possiede esperienze differenti, leggere, informarsi e soprattutto accettare che qualche nostra certezza possa essere messa in discussione.
Dire «ho sempre fatto così» può essere la descrizione di un’esperienza consolidata, ma non dovrebbe mai diventare l’unica ragione per continuare a fare qualcosa nello stesso modo.
Perché il mondo non ci garantisce che ciò che funzionava ieri funzionerà anche domani.
La saggezza sta forse nel movimento
Ed eccoci nuovamente ai nostri due proverbi.
«Chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che lascia, ma non sa quello che trova».
È vero.
Ma è altrettanto vero che «chi si ferma è perduto».
La prima frase ci ricorda di non essere incoscienti. La seconda ci ricorda di non lasciare che la prudenza diventi paura.
Tra queste due idee esiste probabilmente lo spazio nel quale trascorriamo buona parte della nostra vita: quello delle decisioni.
Non dobbiamo cambiare strada ogni giorno.
Non dobbiamo inseguire ogni moda.
Non dobbiamo demolire tutto ciò che appartiene al passato soltanto perché qualcosa di nuovo è comparso all’orizzonte.
Ma dobbiamo conservare la capacità di aprire una porta quando arriva il momento di farlo.
Perché oggi il mondo corre. Possiamo discutere se corra troppo velocemente e possiamo perfino desiderare, qualche volta, che rallenti. Ma non possiamo comportarci come se fosse rimasto fermo.
E allora forse il significato moderno di quei due antichi modi di dire potrebbe essere riassunto così:
la strada nuova può portarci nel posto sbagliato, ma restare immobili mentre il mondo cambia può essere il modo più sicuro per non arrivare più da nessuna parte.
E alla fine rimane una domanda che ognuno di noi, prima o poi, dovrebbe avere il coraggio di rivolgere a se stesso: nella vita pesano di più gli errori che abbiamo commesso tentando di cambiare oppure le occasioni che abbiamo perduto perché abbiamo avuto paura di provarci?
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