Basta monetizzare il vuoto: Rosa Andronaco contro i falsi miti del successo digitale

Bambina osserva sullo smartphone una creator mentre sul tavolo sono presenti libri, scarpe da danza, attrezzatura sportiva e strumenti da lavoro.
La notorietà facile proposta dai social rischia di oscurare agli occhi dei più piccoli il valore dello studio, dell’impegno e del sacrificio.

Con “Basta monetizzare il vuoto”, Rosa Andronaco affronta senza diplomazie uno degli aspetti più controversi della società digitale: l’enorme distanza tra il valore economico attribuito alla visibilità e quello riconosciuto alla cultura, alla competenza, al lavoro e al sacrificio. Il suo non è soltanto un attacco agli influencer, ma un interrogativo rivolto agli adulti: quali modelli di successo stiamo consegnando ai bambini?

Pier Carlo Lava

Fin dalle prime righe l’autrice respinge la più prevedibile delle obiezioni: criticare i guadagni degli influencer non significa necessariamente essere mossi dall’invidia. Il punto centrale è piuttosto comprendere perché la società contemporanea ricompensi con cifre enormi alcuni personaggi capaci di attirare l’attenzione, mentre lascia spesso nell’ombra ballerini, sportivi, studiosi, lavoratori e professionisti che costruiscono le proprie competenze attraverso anni di impegno.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti. “Basta” esprime insofferenza e desiderio di rottura; “monetizzare” appartiene al linguaggio freddo delle piattaforme; “il vuoto” rappresenta invece il giudizio culturale e morale dell’autrice. Tre parole che sintetizzano efficacemente una denuncia più ampia contro un’economia dell’attenzione nella quale non sempre ciò che ottiene maggiore visibilità coincide con ciò che possiede maggiore valore.

Il passaggio più incisivo dell’intervento non riguarda tuttavia le ville, le automobili o i guadagni milionari attribuiti ai protagonisti del web. È il racconto della nipotina di cinque anni che, interrogata sul lavoro desiderato, risponde: “la youtuber, così divento ricca e famosa”. In quella frase infantile si concentra il nucleo autentico della riflessione: non il desiderio di comunicare, creare o divertire, ma l’associazione immediata fra esposizione pubblica, notorietà e ricchezza.

Andronaco osserva così quanto sia diventato difficile per una famiglia contrastare modelli che raggiungono i bambini attraverso telefoni, video, compagni di scuola e strategie commerciali sempre più pervasive. Anche un ambiente domestico fondato su regole e valori rischia di trasformarsi in una piccola isola circondata da un oceano di messaggi costruiti per catturare l’attenzione e alimentare il consumo.

L’autrice cita, come esempio, il fenomeno dei Me contro Te, soffermandosi sull’aspetto rassicurante e apparentemente innocuo della loro comunicazione. La sua critica non riguarda la volgarità, ma un meccanismo più sottile: la capacità di trasformare l’affetto e l’identificazione dei bambini in un vasto sistema commerciale. È una posizione severa, espressa con parole che non cercano mediazioni e che potrebbero apparire eccessive, ma che hanno il merito di porre una questione reale: quando l’intrattenimento rivolto ai minori smette di essere semplice gioco e diventa pressione commerciale?

Lo stile di Rosa Andronaco è diretto, appassionato e volutamente provocatorio. Espressioni molto dure restituiscono la sua indignazione, anche se in alcuni passaggi rischiano di generalizzare un universo digitale assai più vario. Non tutti i creator producono contenuti vuoti e non tutto ciò che intrattiene deve necessariamente possedere una finalità educativa. Esistono divulgatori, artisti e professionisti capaci di utilizzare le piattaforme con intelligenza e responsabilità.

Anche la proposta di togliere o limitare la monetizzazione ai contenuti giudicati privi di valore presenta una difficoltà evidente: chi dovrebbe stabilire che cosa merita di essere remunerato e che cosa, invece, rappresenta il vuoto? Una simile decisione potrebbe aprire la strada a valutazioni arbitrarie. Sarebbe forse più praticabile rafforzare le tutele dei minori, rendere chiaramente riconoscibile ogni messaggio pubblicitario, limitare le tecniche capaci di creare dipendenza e promuovere una più solida educazione digitale nelle famiglie e nelle scuole.

Il testo, tuttavia, non pretende di essere una proposta legislativa. È soprattutto uno sfogo civile, nato dalla preoccupazione di una nonna che vede una bambina assorbire precocemente l’idea che apparire conti più del saper fare. Proprio questa dimensione personale rende credibile e coinvolgente la riflessione.

“Basta monetizzare il vuoto” si colloca inoltre in continuità con la precedente critica dell’autrice all’omologazione dei creator e alla ripetizione dei medesimi format, sostituiti all’originalità e al pensiero critico.

La forza dell’articolo risiede dunque nella capacità di disturbare una normalità ormai accettata. Si può dissentire dalle soluzioni prospettate e considerare troppo aspra qualche espressione, ma non ignorare la domanda fondamentale: vogliamo davvero che i bambini crescano pensando che il successo consista soltanto nell’essere osservati, imitati e trasformati in consumatori?

La risposta non può limitarsi a spegnere uno schermo. Richiede adulti presenti, regole adeguate e la capacità di restituire prestigio alla conoscenza, all’impegno e alla responsabilità. Perché il problema non è che qualcuno riesca a guadagnare attraverso internet, ma che la ricchezza e la fama diventino gli unici criteri attraverso i quali misurare il valore di una persona.

Testo originale: “Basta monetizzare il vuoto” di Rosa Andronaco

Con “Basta monetizzare il vuoto”, Rosa Andronaco affronta senza diplomazie uno degli aspetti più controversi della società digitale: l’enorme distanza tra il valore economico attribuito alla visibilità e quello riconosciuto alla cultura, alla competenza, al lavoro e al sacrificio. Il suo non è soltanto un attacco agli influencer, ma un interrogativo rivolto agli adulti: quali modelli di successo stiamo consegnando ai bambini?

Pier Carlo Lava

Fin dalle prime righe l’autrice respinge la più prevedibile delle obiezioni: criticare i guadagni degli influencer non significa necessariamente essere mossi dall’invidia. Il punto centrale è piuttosto comprendere perché la società contemporanea ricompensi con cifre enormi alcuni personaggi capaci di attirare l’attenzione, mentre lascia spesso nell’ombra ballerini, sportivi, studiosi, lavoratori e professionisti che costruiscono le proprie competenze attraverso anni di impegno.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti. “Basta” esprime insofferenza e desiderio di rottura; “monetizzare” appartiene al linguaggio freddo delle piattaforme; “il vuoto” rappresenta invece il giudizio culturale e morale dell’autrice. Tre parole che sintetizzano efficacemente una denuncia più ampia contro un’economia dell’attenzione nella quale non sempre ciò che ottiene maggiore visibilità coincide con ciò che possiede maggiore valore.

Il passaggio più incisivo dell’intervento non riguarda tuttavia le ville, le automobili o i guadagni milionari attribuiti ai protagonisti del web. È il racconto della nipotina di cinque anni che, interrogata sul lavoro desiderato, risponde: “la youtuber, così divento ricca e famosa”. In quella frase infantile si concentra il nucleo autentico della riflessione: non il desiderio di comunicare, creare o divertire, ma l’associazione immediata fra esposizione pubblica, notorietà e ricchezza.

Andronaco osserva così quanto sia diventato difficile per una famiglia contrastare modelli che raggiungono i bambini attraverso telefoni, video, compagni di scuola e strategie commerciali sempre più pervasive. Anche un ambiente domestico fondato su regole e valori rischia di trasformarsi in una piccola isola circondata da un oceano di messaggi costruiti per catturare l’attenzione e alimentare il consumo.

L’autrice cita, come esempio, il fenomeno dei Me contro Te, soffermandosi sull’aspetto rassicurante e apparentemente innocuo della loro comunicazione. La sua critica non riguarda la volgarità, ma un meccanismo più sottile: la capacità di trasformare l’affetto e l’identificazione dei bambini in un vasto sistema commerciale. È una posizione severa, espressa con parole che non cercano mediazioni e che potrebbero apparire eccessive, ma che hanno il merito di porre una questione reale: quando l’intrattenimento rivolto ai minori smette di essere semplice gioco e diventa pressione commerciale?

Lo stile di Rosa Andronaco è diretto, appassionato e volutamente provocatorio. Espressioni molto dure restituiscono la sua indignazione, anche se in alcuni passaggi rischiano di generalizzare un universo digitale assai più vario. Non tutti i creator producono contenuti vuoti e non tutto ciò che intrattiene deve necessariamente possedere una finalità educativa. Esistono divulgatori, artisti e professionisti capaci di utilizzare le piattaforme con intelligenza e responsabilità.

Anche la proposta di togliere o limitare la monetizzazione ai contenuti giudicati privi di valore presenta una difficoltà evidente: chi dovrebbe stabilire che cosa merita di essere remunerato e che cosa, invece, rappresenta il vuoto? Una simile decisione potrebbe aprire la strada a valutazioni arbitrarie. Sarebbe forse più praticabile rafforzare le tutele dei minori, rendere chiaramente riconoscibile ogni messaggio pubblicitario, limitare le tecniche capaci di creare dipendenza e promuovere una più solida educazione digitale nelle famiglie e nelle scuole.

Il testo, tuttavia, non pretende di essere una proposta legislativa. È soprattutto uno sfogo civile, nato dalla preoccupazione di una nonna che vede una bambina assorbire precocemente l’idea che apparire conti più del saper fare. Proprio questa dimensione personale rende credibile e coinvolgente la riflessione.

“Basta monetizzare il vuoto” si colloca inoltre in continuità con la precedente critica dell’autrice all’omologazione dei creator e alla ripetizione dei medesimi format, sostituiti all’originalità e al pensiero critico.

La forza dell’articolo risiede dunque nella capacità di disturbare una normalità ormai accettata. Si può dissentire dalle soluzioni prospettate e considerare troppo aspra qualche espressione, ma non ignorare la domanda fondamentale: vogliamo davvero che i bambini crescano pensando che il successo consista soltanto nell’essere osservati, imitati e trasformati in consumatori?

La risposta non può limitarsi a spegnere uno schermo. Richiede adulti presenti, regole adeguate e la capacità di restituire prestigio alla conoscenza, all’impegno e alla responsabilità. Perché il problema non è che qualcuno riesca a guadagnare attraverso internet, ma che la ricchezza e la fama diventino gli unici criteri attraverso i quali misurare il valore di una persona.

Testo originale: “Basta monetizzare il vuoto” di Rosa Andronaco

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Alessandria, Piemonte, Italia

Testo originale: “Basta monetizzare il vuoto” di Rosa Andronaco

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Descrizione: Immagine simbolica e realistica dedicata alla riflessione di Rosa Andronaco “Basta monetizzare il vuoto”. Una bambina è attratta dai contenuti di una creator sullo smartphone, mentre intorno a lei alcuni oggetti rappresentano la cultura, lo sport, l’arte e il lavoro. Immagine generata con I.A.


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