Angela Ragozzino, “Luce che resta - Ti cerco nei giorni” Guido Miano Editore, Milano 2026 Recensione di Maria Rizzi

 




Angela Ragozzino, “Luce che resta - Ti cerco nei giorni”

Guido Miano Editore, Milano 2026

Recensione di Maria Rizzi


La Silloge Luce che resta - Ti cerco nei giorni di Angela Ragozzino, edita da Guido

Miano, punta il riflettore soprattutto sulla luce della memoria, che evoca il legame profondo

tra la percezione visiva, la stimolazione neurale e la conservazione del ricordo. Come

sottolinea nell’ottima prefazione Michele Miano, le isole del passato hanno sempre

rappresentato il territorio ideale per l’autrice, ma in quest’occasione il concetto assume

maggiore consistenza.

Il testo è dedicato alla madre Rosalba e all’amica Onorina, ed è corredato da

meravigliose foto, alcune scattate dalla stessa Angela, altre rappresentanti paesaggi e

opere pittoriche e scultoree di autori vari, che evidenziano il potere delle arti di sigillarsi e

sostenersi a vicenda. Quando le arti si incontrano, infatti, si attiva il processo di sinestesia

e di intertestualità, ovvero quel momento in cui la parola poetica supera i propri confini per

dialogare, fondersi o richiamare altre forme di creazione. La Ragozzino dimostra che

questa sinestesia è indispensabile alla sua voce, che dopo varie raccolte incentrate sulla

natura e sulla memoria, approda a “La luce che resta”, con la chiara volontà di tessere una

tela all’interno della quale il chiarore illumina la memoria interiore e restituisce vita a ciò

che il tempo ha cancellato.

I versi divengono una guida nel buio: “La luce” rappresenta la rivelazione improvvisa

che fa riaffiorare il ricordo, e fissa il chiarore di un momento remoto, rendendolo eterno e

immobile come pietra. Esaustiva in merito alle tematiche dominanti nella silloge la

bellissima lirica Il silenzio dell’amore. Nei versi dei grandi autori, il silenzio non è assenza o

vuoto, ma un rifugio che resiste al tempo. Poeti come Khalil Gibran descrivono il silenzio

come uno spazio sacro che protegge la verità di un legame. E Angela Ragozzino sembra

viverlo allo stesso modo, senza rabbia, con la malinconica consapevolezza che ogni storia

è destinata a finire. Ricorre tra le pagine, simili a un diario, l’atmosfera senza suoni, l’Oblio:

«(…) La stanchezza/ uccide/ anche la voglia/ di vivere». La stanchezza che consuma

l’anima e spegne ogni desiderio è un tema profondo, spesso esplorato nella poetica della

Nostra, anche in modo ravvicinato e reiterato. Si potrebbe pensare a una forma di

nichilismo, ma le poesie di questo viaggio a ritroso nel tempo, con il suono lieve di arpa,

toccano essenzialmente il tema della perdita. «Un volto… che non c’È./ Poche linee

tracciate/ su fondo rosso,/ rosso come il sangue versato» (La mamma che non c’è). La

poetessa sperimenta il venir meno delle fondamenta identitarie ed emotive su cui si è

costruita la sua esistenza. La madre racchiude il senso di radice, contenimento e

continuità vitale. Di fronte a questa perdita di coordinate, la persona può scivolare nel

nichilismo passivo, che comporta apatia, rassegnazione, e disistima di sé, oppure

intraprendere un nichilismo attivo, inteso come la capacità critica di attraversare il vuoto

per ridefinire nuovi valori personali.

La Ragozzino non è artista e donna volta alla depressione, attraversa sul vascello

catartico della scrittura poetica la sofferenza e le dona nuovi colori... i quadri, gli scatti, le

sculture che affiancano i versi. L’abbinamento tra liriche di dolore e foto di paesaggi

rappresenta la proiezione della sofferenza interiore nella natura, trasforma l’immagine in

uno specchio visivo. La natura non è solo uno sfondo, ma un riflesso dei sentimenti umani.

Le foto fungono da ricerca di un catalizzatore, offrono al dolore un luogo fisico e tangibile

in cui abitare ed essere osservato senza giudizio. Inoltre gli accostamenti creano un senso

di universalità; il dolore personale si ridimensiona e si stempera nella vastità del mondo

naturale. Più che esplicative in tal senso la lirica Mater panis: «(…) Sei tu l’emblema/ della

Vita che nasce (…)», seguita dalla foto di un’opera in legno di Gustavo Delugan, intitolata

proprio “Mater Panis”, e dalla foto Il mare di papaveri, di Marica Raucci, propedeutica ai

versi omonimi, dolcemente in levare. Un saliscendi di sentimenti nei versi di quest’autrice


della provincia di Caserta, che ha trascorso e trascorre la vita tesa ad arco verso il

prossimo, prima attraverso la professione di medico, in questa nuova stagione tramite il

costante impegno nel sociale per scopi benefici. Il modus vivendi è specchio di una

personalità ricca, che dopo le ferite sa e vuole rialzarsi, che non si vergogna di dire il

dolore, ma non lo coltiva, che «…vive nell’attesa/ delle prime gemme/ sul mandorlo…»

(L’attesa).

Ho sentito molto vicina Angela Ragozzino, non solo per le comuni origini partenopee e

per la coincidenza d’anagrafe, ma per questa luce con la quale tende a irradiare ogni

amore passato e presente. Ho amato molto anche il suo stile privo di fronzoli, vero,

empatico. Ella non avverte la necessità di ricorrere a figure retoriche, scrive su dettato

dell’anima ed è musica pura. La ringrazio per la lettura di questo diario originale e privo di

luoghi comuni e per avermi concesso di toccare la sua anima di seta e di vibrare con essa.

Maria Rizzi


ANGELA RAGOZZINO, Luce che resta – Ti cerco nei giorni, prefazione di Michele Miano; Guido Miano

Editore, Milano 2026, pp. 80, isbn 979-12-81351-96-7.

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