Alda Merini: «E se diventi farfalla nessuno pensa più a quando strisciavi per terra»

Bruco, crisalide e farfalla al tramonto, simboli della trasformazione e della rinascita.
Dalla fragilità alla libertà: ogni farfalla porta con sé la memoria del percorso compiuto prima di avere le ali.

Ci sono frasi capaci di raccontare un’intera esistenza attraverso un’immagine. Quella della farfalla associata ad Alda Merini appartiene a questa categoria: parla della trasformazione, ma soprattutto di ciò che viene prima, quando le ali ancora non ci sono e nessuno può sapere se un giorno arriveranno. È una metafora potente della vita, delle difficoltà attraversate in silenzio e di quella capacità, tutta umana, di diventare qualcosa che forse neppure noi pensavamo di poter essere.

Pier Carlo Lava

«E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.»

Poche parole e un’immagine immediata: la farfalla. Uno degli esseri più fragili e nello stesso tempo uno dei simboli più universali della trasformazione.

Eppure, nella frase attribuita ad Alda Merini, la parte più interessante forse non è la farfalla. È ciò che viene prima.

È quel “strisciavi per terra”.

Perché tutti vedono le ali quando finalmente arrivano. Molti meno ricordano, o conoscono, il tempo trascorso senza poter volare.

Quando gli altri vedono soltanto il risultato

Accade continuamente nella vita.

Vediamo una persona che ha raggiunto un obiettivo, che ha ritrovato serenità, che ha costruito una famiglia, una professione, un progetto. Vediamo qualcuno sorridere dopo anni difficili e siamo portati a giudicare ciò che abbiamo davanti.

La farfalla.

Ma raramente conosciamo davvero il bruco.

Non sappiamo quante volte quella persona abbia avuto paura. Quante porte abbia trovato chiuse. Quante notti abbia trascorso chiedendosi se sarebbe riuscita ad andare avanti.

Il successo visibile cancella facilmente la memoria della fatica invisibile.

Ed è proprio questo contrasto a rendere così suggestiva la metafora.

La parte più sorprendente: “non volevi le ali”

C’è però un dettaglio ancora più profondo.

Non si dice soltanto che un tempo non avevamo le ali. Si aggiunge qualcosa di molto più umano: “non volevi le ali”.

Non sempre, infatti, desideriamo cambiare.

A volte abbiamo paura della trasformazione perché ciò che conosciamo, anche quando ci fa soffrire, ci appare meno spaventoso dell’ignoto.

Cambiare significa abbandonare qualcosa.

Un'abitudine. Una sicurezza. Una relazione. Un modo di pensare. Talvolta perfino l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Per questo le trasformazioni più importanti della vita non cominciano necessariamente con entusiasmo. Possono iniziare con una perdita, una delusione, una malattia, una separazione, un fallimento professionale o semplicemente con la sensazione che la strada percorsa fino a quel momento non sia più quella giusta.

Prima delle ali può esserci la paura.

Alda Merini conosceva il dolore

Questa immagine assume una forza particolare quando viene accostata alla vicenda umana di Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931 e morta nella stessa città il 1° novembre 2009.

La sua esistenza fu attraversata dalla poesia, dagli affetti, dalle difficoltà economiche e da lunghi periodi di sofferenza psichica e di ricovero in istituti psichiatrici.

Merini trasformò molte di quelle esperienze in materia poetica.

Non nascose il dolore e non costruì intorno alla propria vita un'immagine rassicurante. Nella sua produzione convivono amore, desiderio, solitudine, spiritualità, corpo, follia, abbandono e bisogno di libertà.

Anche per questo l'immagine della metamorfosi sembra adattarsi così bene al suo universo poetico.

La sofferenza non scompare semplicemente perché arriva un momento migliore. Rimane dentro la persona e contribuisce, nel bene e nel male, a costruirne l'identità.

Non bisogna vergognarsi del tempo trascorso a terra

Viviamo in una società che ama raccontare soprattutto i risultati.

Celebriamo chi ce l'ha fatta.

Molto meno frequentemente raccontiamo gli anni nei quali quella stessa persona non ce la faceva affatto.

I social network hanno accentuato questa tendenza. Vediamo fotografie di viaggi, successi professionali, famiglie sorridenti, traguardi raggiunti. Raramente vediamo le sconfitte, le paure e i momenti nei quali qualcuno si sente completamente perduto.

Eppure ogni farfalla ha avuto il proprio tempo a terra.

Non dovrebbe esserci vergogna nel ricordarlo.

Anzi.

Forse è proprio il ricordo delle difficoltà attraversate che può impedirci di giudicare troppo rapidamente chi, oggi, sta ancora cercando le proprie ali.

Le persone che abbiamo incontrato quando non sapevamo volare

C'è poi un'altra possibile lettura.

Durante i momenti difficili scopriamo spesso qualcosa sulle persone che ci circondano.

Ci sono quelle che arrivano quando vedono le ali.

E quelle che erano presenti quando le ali ancora non esistevano.

Sono due presenze molto diverse.

Chi ci ha conosciuto durante una difficoltà, chi ha creduto in noi quando avevamo smesso di farlo, chi è rimasto mentre attraversavamo una fase complicata della nostra esistenza conserva inevitabilmente un posto particolare nella nostra memoria.

Perché non ha conosciuto soltanto la farfalla.

Ha conosciuto la trasformazione.

Nessuno diventa farfalla nello stesso momento

Esiste infine un insegnamento che possiamo ricavare da questa metafora: non tutti abbiamo gli stessi tempi.

C'è chi trova presto la propria strada e chi la trova a cinquant'anni.

Chi ricomincia a sessanta.

Chi scopre un talento quando pensava ormai di non avere più nulla da dimostrare.

Chi dopo una sconfitta riesce a costruire qualcosa che prima non avrebbe neppure immaginato.

La vita non segue un calendario uguale per tutti.

Confrontare continuamente il nostro percorso con quello degli altri rischia quindi di essere inutile e, qualche volta, crudele.

La domanda importante non è quanto velocemente siano arrivate le ali.

È se abbiamo continuato a cercarle.

Ricordarsi di quando non avevamo le ali

Forse la parte più bella della metafora attribuita ad Alda Merini arriva proprio alla fine della riflessione.

Quando finalmente diventiamo farfalla, non dovremmo essere noi i primi a dimenticare il bruco.

Ricordare le nostre fragilità può renderci più comprensivi verso quelle degli altri.

Ricordare le sconfitte può insegnarci a non considerare definitivo un fallimento.

Ricordare chi ci ha aiutato può impedirci di pensare di aver fatto tutto da soli.

E ricordare il tempo trascorso a terra può farci apprezzare maggiormente il momento nel quale, finalmente, riusciamo a volare.

Perché nella vita le ali non cancellano ciò che siamo stati.

Sono anche il risultato di tutto ciò che abbiamo attraversato prima di averle.

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Una riflessione sulla celebre frase attribuita ad Alda Merini e sulla farfalla come simbolo di rinascita, cambiamento e capacità di superare i momenti difficili della vita.

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Nota editoriale

Un viaggio nella metafora della farfalla, tra fragilità, trasformazione e rinascita, partendo dalle parole attribuite ad Alda Merini e dal suo straordinario universo poetico.

Immagine realizzata con Intelligenza Artificiale a scopo illustrativo. 

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