“Viene un’eco” di Nikollè Loka: quando la natura racconta la solitudine

 

Un gufo vola sopra una valle luminosa mentre un tasso e il suo cucciolo percorrono un sentiero accanto a un grande olmo, tra pioggia lontana e raggi di sole.
Il volo del gufo, il cammino del tasso con il suo cucciolo e la pioggia attraversata dal sole evocano le voci lontane della poesia “Viene un’eco”. Immagine creata con IA – a solo scopo illustrativo

Ci sono poesie che non raccontano una storia nel senso tradizionale del termine, ma suscitano immagini, sensazioni e domande. “Viene un’eco” di Nikollè Loka appartiene a questa dimensione: è un componimento sospeso tra memoria e presente, nel quale la natura assume una voce misteriosa e diventa lo specchio dell’inquietudine umana.

Pier Carlo Lava

Viene un’eco

di Nikollè Loka

Viene un’eco,
da un’ora lontana nella continuità…
e attraverso il monte, di fronte,
una striscia di pioggia,
un raggio di sole.

Si vede un tasso
con il cucciolo tra le braccia;
si sente un pianto:
il gufo sull’olmo
inizia a raccontare la sua vita.

Viene un’eco,
da un’ora lontana nella continuità…
un olmo in piedi,
con l’anima tra i denti;
una canzone senza voce,
un fischio,
un grido
che non trova la sua compagna;
un vento
che non sa quando si calmerà,
un borbottio.

Recensione

Un’eco proveniente da un tempo lontano attraversa l’intera poesia di Nikollè Loka. Non è soltanto un suono che torna: sembra essere una voce della memoria, una presenza indefinita capace di attraversare la distanza, il paesaggio e quella misteriosa “continuità” nella quale passato e presente finiscono per confondersi.

La poesia si apre con un’immagine di grande efficacia visiva. Oltre il monte appaiono contemporaneamente una striscia di pioggia e un raggio di sole. Sono due elementi opposti, ma inseparabili: la pioggia porta con sé malinconia e inquietudine, mentre il sole introduce una possibilità di luce. Il poeta rappresenta così la duplicità dell’esistenza, continuamente divisa tra dolore e speranza, oscurità e chiarore.

All’interno di questo paesaggio compare un tasso con il proprio cucciolo tra le braccia. È un’immagine insolita e tenera, quasi fiabesca, che richiama la protezione, l’istinto materno e la fragilità della vita. Subito dopo, però, si sente un pianto e il gufo appollaiato sull’olmo comincia a raccontare la propria esistenza. Gli animali non sono semplici presenze decorative: diventano creature simboliche, portatrici di esperienze e sentimenti profondamente umani.

Il gufo, tradizionalmente associato alla notte, alla saggezza e al mistero, assume il ruolo di narratore. Il suo racconto non viene però espresso attraverso parole riconoscibili. È un pianto, un richiamo proveniente dall’ombra, forse la testimonianza di una solitudine antica che soltanto chi sa ascoltare può comprendere.

Nella seconda parte ritorna il verso iniziale, trasformandosi in una sorta di ritornello. L’eco continua ad arrivare “da un’ora lontana”, come se il tempo non procedesse in linea retta, ma ritornasse continuamente sui propri passi. È la memoria che insiste, che non si lascia cancellare e continua a manifestarsi attraverso suoni, immagini e presenze naturali.

Particolarmente intensa è la raffigurazione dell’olmo “con l’anima tra i denti”. L’espressione comunica uno stato di estrema resistenza: l’albero rimane in piedi, ma sembra aggrapparsi alla vita con le ultime forze. Diventa così il simbolo di chi affronta il dolore senza arrendersi, pur sentendo dentro di sé tutta la precarietà dell’esistenza.

La conclusione è costruita attraverso una successione di suoni spezzati: una canzone senza voce, un fischio, un grido, il vento e infine un borbottio. Il paesaggio sembra voler parlare, ma non riesce a trasformare la propria voce in un discorso compiuto. Anche il grido cerca invano “la sua compagna”, evocando una solitudine che non trova risposta.

Il vento, che non sa quando riuscirà a calmarsi, rappresenta l’inquietudine più profonda dell’essere umano. Non è una tempesta destinata certamente a finire, ma una forza smarrita, incapace persino di conoscere il momento della propria quiete. Il borbottio finale lascia il componimento volutamente aperto, come se l’eco continuasse oltre l’ultima parola.

Con “Viene un’eco”, Nikollè Loka costruisce una poesia fortemente evocativa, nella quale la natura possiede un’anima e ogni sua manifestazione diventa un segnale da interpretare. Le immagini sono semplici solo in apparenza: dietro il monte, la pioggia, il sole, il gufo, l’olmo e il vento si nascondono la memoria, la solitudine, la resistenza e l’incessante ricerca di una risposta.

È una poesia da ascoltare prima ancora che da spiegare. La sua forza risiede proprio nei suoni incompleti, nei richiami lontani e nei silenzi che separano un’immagine dall’altra. L’eco evocata dal poeta non appartiene soltanto al paesaggio: è quella voce interiore che torna dai luoghi più remoti della nostra esperienza e continua a parlarci anche quando non riusciamo più a comprenderne pienamente le parole.

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