Pier Carlo Lava
L’amore come desiderio, trasformazione e “piccola morte” nella poesia di Alda Merini.
La poesia appartiene alla raccolta La volpe e il sipario, pubblicata per la prima volta nel 1997 e successivamente riproposta da Rizzoli. Si tratta di una delle opere della maturità artistica di Merini, una raccolta compatta nella quale la poetessa racconta l’amore nella sua dimensione carnale, spirituale e dolorosa. Rizzoli
La ripetizione iniziale del titolo assume il tono di un’invocazione. Quel sentimento sembra essere chiamato, desiderato e quasi supplicato. Non è necessariamente una persona precisa a essere cercata: è l’amore stesso, nella sua essenza, a diventare indispensabile. La dichiarazione “Ho sete dell’aria” trasforma il desiderio in una necessità fisica. Come non si può vivere senza respirare, così l’io poetico non riesce a esistere senza sentire intorno a sé la vibrazione amorosa.
Ma la poesia cambia immediatamente temperatura. Merini introduce l’immagine di un “caldo di gelo”, un ossimoro che racchiude l’intera ambivalenza della passione. L’amore riscalda e, nello stesso tempo, espone al freddo dell’assenza, dell’abbandono e della paura. Accanto al desiderio compare così la morte, non soltanto come conclusione della vita, ma come perdita delle proprie difese e della precedente identità.
La congiunzione avversativa che apre la seconda parte imprime però una svolta. Nonostante il gelo e la vicinanza della morte, l’amore riesce ad aprire un passaggio segreto. Entra nelle viscere, nella zona più profonda e incontrollabile dell’essere umano. La scelta di un’immagine tanto corporea mostra come, per Alda Merini, amare non sia un esercizio astratto o puramente sentimentale: significa essere coinvolti interamente, con il corpo, la memoria, la fragilità e il desiderio.
Particolarmente significativa è l’immagine delle “viscere adolescenti”. L’aggettivo non deve essere interpretato soltanto in senso anagrafico. Anche una persona adulta, quando ama veramente, può tornare adolescente: vulnerabile, impetuosa, incapace di proteggersi e pronta a credere nuovamente nell’impossibile. L’amore restituisce una giovinezza interiore, ma insieme riapre tutte le antiche ferite.
Nel finale compare Leda, la figura della mitologia greca amata da Zeus sotto le sembianze di un cigno. Il richiamo si lega al precedente “canto del cigno”, tradizionalmente associato all’ultima manifestazione prima della morte. Merini sovrappone così mito, erotismo e destino. Il cigno diventa contemporaneamente amante, canto estremo e annuncio di una trasformazione dalla quale non si torna indietro.
L’espressione conclusiva della “piccola morte” contiene il nucleo più intenso della composizione. Può alludere all’estasi amorosa, ma anche al temporaneo annullamento dell’io: quando si ama completamente, una parte di noi cessa di appartenerci. Si perde il controllo, si abbandonano le difese e si accetta il rischio di essere feriti. Amare significa quindi morire per qualche istante alla propria solitudine, per rinascere nell’incontro con l’altro.
Con un linguaggio breve, visionario e potentemente fisico, Alda Merini sottrae l’amore a ogni rappresentazione convenzionale. Non lo descrive come una favola romantica, ma come una forza che unisce sete e gelo, adolescenza e morte, desiderio e paura. È proprio questa contraddizione a rendere la poesia così autentica: l’amore può farci soffrire perché ci rende vulnerabili, ma è anche ciò che permette alla vita di vibrare pienamente. La poesia e la sua collocazione nella raccolta sono documentate anche da Libreriamo.
GEO: Milano, Lombardia, Italia
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Nota sul diritto d’autore: Il testo integrale della poesia non è stato riprodotto perché l’opera di Alda Merini è ancora tutelata dal diritto d’autore.
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