Ucraina, il dilemma del PD: difendere Kiev o salvare ad ogni costo l’alleanza con Conte?

 

Raffigurazione fotorealistica di Pina Picierno in un ambiente istituzionale, con le bandiere dell’Unione europea e dell’Ucraina sullo sfondo.
Pina Picierno al centro del confronto politico sul sostegno a Kiev e sulle divisioni nel campo largo. Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

Le dichiarazioni di Pina Picierno pongono il Partito democratico davanti a una questione che non può più essere rinviata. Il sostegno all’Ucraina e il suo diritto a difendersi dall’aggressione russa sono compatibili con la costruzione del campo largo, oppure il PD dovrà progressivamente attenuare la propria posizione per non compromettere l’alleanza con Giuseppe Conte e con Alleanza Verdi e Sinistra?

Pier Carlo Lava

La denuncia politica di Pina Picierno

In un’intervista rilasciata a Il Foglio, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, uscita dal PD e oggi nel gruppo Renew Europe, ha sostenuto che la posizione favorevole alla difesa di Kiev sia ormai diventata minoritaria nel campo largo. Una valutazione molto severa, accompagnata dall’accusa di ingenuità rivolta alla segretaria dem Elly Schlein, che continuerebbe a inseguire un’alleanza con il Movimento 5 Stelle nonostante le profonde divergenze sulla politica estera.

Il punto sollevato da Picierno non riguarda soltanto l’invio delle armi. Investe la collocazione internazionale di una coalizione che ambisce a candidarsi alla guida dell’Italia: il rapporto con l’Unione europea e la NATO, la sicurezza del continente, il giudizio sull’invasione russa e il diritto di un Paese aggredito a continuare a difendersi.

Picierno ritiene che, osservando le posizioni dei leader delle forze che dovrebbero comporre il campo largo, la linea sostenuta da Schlein sia ormai isolata. Giuseppe Conte ha ribadito che il Movimento 5 Stelle non voterà nuovi aiuti militari all’Ucraina, mentre AVS mantiene da tempo una posizione molto critica verso l’invio delle armi. Da qui la domanda: quanto potrà resistere la linea ufficiale del PD quando si dovrà scrivere un programma comune?

Il PD continua ufficialmente a sostenere l’Ucraina

Occorre comunque distinguere tra quello che avviene nel Partito democratico e i rapporti di forza presenti nell’intera coalizione. Non esistono elementi sufficienti per affermare con certezza che all’interno del PD i favorevoli al sostegno militare a Kiev siano già diventati una minoranza.

La posizione ufficiale del partito rimane favorevole all’Ucraina. Il 23 luglio Elly Schlein aveva ribadito che il PD avrebbe continuato ad aiutare il Paese aggredito anche attraverso il sostegno militare, ricordando che Vladimir Putin ha violato il diritto internazionale con l’invasione. Nel partito numerosi esponenti, tra i quali Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Simona Malpezzi, Piero Fassino, Giorgio Gori e Alessandro Alfieri, hanno reagito con decisione alle parole di Conte, sostenendo che il diritto dell’Ucraina a difendersi non può diventare oggetto di una trattativa elettorale.

Sarebbe quindi inesatto presentare oggi il PD come un partito ufficialmente contrario alle armi. È però evidente che esistano al suo interno sensibilità differenti, soprattutto tra l’area riformista ed europeista e quella più vicina alle posizioni pacifiste e alla necessità di preservare l’intesa con il Movimento 5 Stelle.

La vera debolezza del PD non sembra dunque risiedere, almeno per ora, nella sua posizione formale, ma nella difficoltà di spiegare come questa posizione potrà essere mantenuta dentro una coalizione nella quale due partner fondamentali la contestano apertamente.

La sfida di Conte e la risposta incompleta di Schlein

Giuseppe Conte ha annunciato che il Movimento 5 Stelle non sosterrà ulteriori invii di armi e ha proposto di affidare alle eventuali primarie del campo largo anche la scelta della linea sulla politica estera. In altre parole, secondo la sua impostazione, chi vincerà le primarie dovrebbe avere la forza politica per determinare anche la posizione della coalizione sull’Ucraina.

Schlein ha respinto questo metodo, sostenendo che il programma debba essere concordato prima delle primarie e che il vincitore debba poi rappresentare l’intera alleanza. La sua risposta è corretta sul piano della procedura, ma non risolve il problema politico. Dire che prima viene il programma e successivamente il candidato non chiarisce quale compromesso sia possibile tra chi vuole continuare ad aiutare militarmente Kiev e chi intende interrompere gli aiuti.

La politica estera di una possibile maggioranza di governo non può essere decisa come se fosse una delle tante proposte da sottoporre ai gazebo. Le primarie possono individuare una leadership, ma non possono cancellare divergenze che riguardano la sicurezza nazionale, le alleanze internazionali e la credibilità dell’Italia nei confronti dei suoi partner europei.

Prima ancora di scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio, il campo largo dovrebbe dichiarare con chiarezza se intende mantenere il sostegno militare all’Ucraina, limitarlo oppure interromperlo. Senza questo chiarimento, qualsiasi programma comune rischierebbe di essere soltanto un accordo elettorale destinato a entrare in crisi davanti alla prima decisione concreta.

Sostenere Kiev non significa volere una guerra senza fine

Uno degli equivoci più frequenti consiste nell’associare automaticamente il sostegno militare all’Ucraina alla volontà di prolungare il conflitto. È invece possibile — e necessario — sostenere contemporaneamente il diritto di Kiev a difendersi e la ricerca di una soluzione diplomatica.

L’obiettivo finale deve essere una pace giusta e duratura, non una guerra senza limiti e senza prospettive. Gli aiuti militari non possono quindi trasformarsi in un assegno in bianco: devono essere accompagnati da controlli, da una strategia politica europea, da iniziative diplomatiche credibili e dalla definizione delle condizioni attraverso le quali arrivare a un negoziato.

Tuttavia, interrompere unilateralmente le forniture mentre la Russia continua le operazioni militari non produrrebbe automaticamente la pace. Potrebbe, al contrario, indebolire la posizione dell’Ucraina, modificare i rapporti di forza a favore di Mosca e rendere qualsiasi futura trattativa ancora più squilibrata.

Le preoccupazioni di chi teme l’escalation, l’allargamento del conflitto e il peso economico sostenuto dai Paesi europei sono legittime e meritano risposte serie. Non è però sufficiente pronunciare la parola pace per costruire un percorso realmente capace di raggiungerla. Una proposta diplomatica deve spiegare quali garanzie di sicurezza offrire all’Ucraina, come impedire nuove aggressioni e in che modo far rispettare un eventuale accordo.

Il rischio di confondere il pacifismo con il disarmo dell’aggredito

La Russia ha invaso uno Stato sovrano e l’Ucraina ha reagito esercitando il diritto alla propria difesa. Questa distinzione tra aggressore e aggredito non può essere cancellata neppure dopo anni di guerra, stanchezza dell’opinione pubblica e crescenti difficoltà economiche.

Riconoscere le responsabilità di Mosca non significa rifiutare il dialogo. Al contrario, una diplomazia efficace deve partire dalla realtà e non dall’equidistanza. Se si chiede soltanto a Kiev di rinunciare alle armi, ai territori o alla propria sicurezza senza imporre condizioni equivalenti alla Russia, non si sta proponendo un compromesso: si sta chiedendo al Paese aggredito di accettare le conseguenze dell’invasione.

Il tema posto da Picierno è quindi anche culturale. Una parte della sinistra continua a considerare quasi automaticamente l’invio delle armi come una scelta militarista, mentre tende a sottovalutare ciò che accadrebbe se un Paese europeo venisse lasciato solo davanti a una potenza molto più grande.

Il campo largo può davvero governare con queste divisioni?

Una coalizione può contenere sensibilità differenti su economia, lavoro, ambiente e politiche sociali. La pluralità è normale e, in alcuni casi, persino positiva. Esistono però questioni sulle quali un governo deve possedere una linea riconoscibile fin dal primo giorno.

Se PD, Movimento 5 Stelle e AVS arrivassero al governo senza un’intesa reale sull’Ucraina, ogni nuovo provvedimento europeo o parlamentare sugli aiuti a Kiev potrebbe trasformarsi in una crisi politica. La stessa ambiguità riguarderebbe il rafforzamento della difesa europea, i rapporti con la NATO e la risposta alle future minacce russe.

Picierno ha pertanto ragione quando sostiene che non ci troviamo più davanti a una divergenza secondaria. Il problema riguarda la possibilità stessa di costruire una coalizione credibile e capace di governare. Non basta essere uniti contro il centrodestra: occorre sapere quali decisioni prendere una volta ottenuta la maggioranza.

La posizione della vicepresidente del Parlamento europeo non deve necessariamente essere condivisa in ogni sua formulazione. Definire l’intero campo largo vicino al punto di vista dell’aggressore rischia di semplificare un confronto nel quale esistono motivazioni diverse e un’opinione pubblica sempre più stanca della guerra. Ma la domanda politica che Picierno pone è fondata e non può essere liquidata come la polemica di una ex dirigente uscita dal partito.

Il dilemma di Elly Schlein

Elly Schlein tenta di tenere insieme due esigenze: confermare la tradizionale collocazione europeista del PD e costruire un’alleanza con Conte sufficientemente ampia da competere con il centrodestra. Finora ha cercato di evitare che la politica estera facesse saltare il progetto del campo largo, ma questa strategia di equilibrio sta diventando sempre più difficile.

Conte non sembra intenzionato a cambiare posizione e ha scelto proprio il tema delle armi per caratterizzare il profilo del Movimento 5 Stelle. L’area riformista del PD, d’altra parte, non appare disponibile ad accettare un progressivo avvicinamento alle posizioni pentastellate. Schlein rischia così di trovarsi stretta tra la necessità elettorale dell’alleanza e la difesa della linea internazionale del proprio partito.

Il pericolo è che, nel tentativo di non perdere Conte, il PD finisca per annacquare progressivamente la propria posizione, evitando decisioni chiare e rinviando ogni chiarimento. Ma un’ambiguità mantenuta fino alle elezioni non scomparirebbe dopo il voto: diventerebbe ancora più pericolosa nel momento di governare.

Conclusione

Il dilemma del PD non può essere aggirato. Se il campo largo vuole proporsi come alternativa credibile, deve stabilire prima delle elezioni quale posizione assumere sull’Ucraina. Non si tratta di scegliere tra la pace e la guerra, ma di chiarire quale pace si intenda costruire e con quali garanzie per il Paese aggredito.

Pina Picierno coglie un punto essenziale: nell’alleanza immaginata da Schlein, il sostegno militare a Kiev rischia davvero di diventare una posizione politicamente minoritaria. Ciò non significa che lo sia già dentro il PD, ma significa che il partito potrebbe essere costretto a scegliere tra la propria linea ufficiale e la conservazione del rapporto con Conte.

Se questa scelta diventasse inevitabile, il Partito democratico dovrebbe ricordare che le alleanze elettorali possono essere ricostruite, mentre la credibilità internazionale e la coerenza sui principi fondamentali, una volta perdute, sono molto più difficili da recuperare.

Fonti di riferimento: intervista di Pina Picierno a Il Foglioricostruzione dello scontro tra Conte e Schlein di Sky TG24posizione di Elly Schlein sul sostegno all’Ucrainaprofilo di Pina Picierno al Parlamento europeo.

GEO

Il confronto tra Pina Picierno, Elly Schlein e Giuseppe Conte riapre il dibattito sul sostegno militare a Kiev e sulle divisioni presenti nel campo largo. L’articolo analizza il dilemma del PD tra la difesa dell’Ucraina e la salvaguardia dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle.

Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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