| Sigfrido Ranucci, storico conduttore di Report, simbolo del giornalismo d’inchiesta e dell’indipendenza dell’informazione. Immagine generata con intelligenza artificiale. |
Pier Carlo Lava
La decisione è stata annunciata venerdì 28 agosto con una nota ufficiale della Rai. L’azienda parla dell’apertura di una “nuova fase” per Report e presenta Presutti e Piervincenzi come due giornalisti scelti sulla base della competenza, del merito e dell’esperienza maturata sul campo.
A Ranucci sarebbero state prospettate tre possibilità di ricollocazione professionale, considerate coerenti con la sua qualifica di vicedirettore ad personam della Direzione Approfondimento. Secondo le indiscrezioni circolate, le ipotesi riguarderebbero RaiNews, il Tg3 oppure un ufficio di corrispondenza all’estero.
La nota della Rai, tuttavia, non indica una contestazione precisa nei confronti di Ranucci. L’azienda si limita ad affermare che il giornalismo d’inchiesta deve fondarsi sulla credibilità, sull’autorevolezza, sulla piena indipendenza editoriale e su una rigorosa imparzialità. Non viene spiegato quale comportamento concreto del conduttore avrebbe violato questi principi, né è stato reso pubblico il parere del Comitato etico della Rai, consegnato in forma riservata all’amministratore delegato Giampaolo Rossi.
È quindi necessario distinguere i fatti dalle interpretazioni. La Rai non ha scritto esplicitamente che Ranucci avrebbe compromesso la credibilità di Report. È stato lo stesso giornalista a collegare la propria rimozione alla campagna mediatica condotta contro di lui e alle valutazioni interne sul possibile danno reputazionale per il programma.
Il caso Lavitola: Ranucci è la vittima, non l’indagato
La vicenda nasce dall’attentato del 16 ottobre 2025, quando un ordigno rudimentale esplose davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia, danneggiando gravemente le sue automobili e il cancello della casa. Le indagini hanno portato prima all’arresto dei presunti esecutori materiali e successivamente, il 10 agosto 2026, a quello di Valter Lavitola, accusato dalla Procura di Roma di essere il mandante.
Lavitola ha ammesso di avere organizzato un’azione intimidatoria, sostenendo di avere voluto favorire un aumento della protezione assegnata al giornalista. Una ricostruzione giudicata dal gip fumosa, generica e priva di concreti riscontri. Secondo gli inquirenti, l’obiettivo sarebbe stato invece quello di accrescere la popolarità di Ranucci e preparare una sua possibile discesa in politica.
Ma esiste un dato fondamentale che non può essere ignorato: Sigfrido Ranucci non è indagato ed è parte offesa nel procedimento. Nell’ordinanza del gip viene chiarito che non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse a conoscenza del progetto o fosse d’accordo con Lavitola.
Sono invece finiti sotto la lente della Rai i rapporti personali tra i due, alcune conversazioni private e la trasmissione a Lavitola di una mail aziendale nella quale il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini chiedeva un riequilibrio delle inchieste di Report.
Sono circostanze sulle quali è legittimo chiedere chiarimenti e formulare valutazioni professionali. Ma un conto è esaminare criticamente determinati comportamenti, un altro è trasformare la vittima inconsapevole di un attentato nel principale bersaglio della vicenda.
Già il 10 luglio la Rai aveva sospeso cautelativamente le repliche estive di Report, pur confermando il ritorno del programma nella stagione autunnale. Il 20 luglio aveva poi avviato una verifica interna affidata al Comitato etico. Il contenuto e le conclusioni di quella relazione sono però rimasti riservati.
La risposta durissima di Ranucci
Dopo avere appreso della decisione, Ranucci ha affidato ai social una risposta durissima:
«Sono venuto a conoscenza dall’Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report. Il motivo è che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2.800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai. Cioè da coloro che sono stati ringraziati ieri da Mollicone per aver sollevato “cunei d’ombra” sul sottoscritto. Il gioco è fatto.
Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico. Il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti.
Vi voglio bene, grazie per la vostra passione e dedizione che mi ha accompagnato per 30 anni».
Il riferimento ai 2.800 articoli rappresenta una quantificazione effettuata dallo stesso Ranucci e non un dato certificato da un organismo indipendente. È però evidente che il giornalista sia stato sottoposto per settimane a una campagna mediatica molto intensa, soprattutto da parte di testate vicine al centrodestra.
Il peso delle pressioni politiche del centrodestra
Non esistono, allo stato, prove pubbliche di un ordine impartito direttamente dal Governo ai vertici della Rai. Ma sarebbe ingenuo ignorare il contesto politico nel quale la decisione è maturata.
Da tempo esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia attaccavano Ranucci e Report, chiedendo verifiche, sospensioni e un cambiamento alla guida della trasmissione. Matteo Salvini aveva apertamente sostenuto che, fino a quando non fosse stata fatta chiarezza, sarebbe stato meglio proseguire con Report senza Ranucci. Dopo l’annuncio della Rai, il leader della Lega ha commentato: «Giusto così. Ora si faccia chiarezza».
Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera ed esponente di Fratelli d’Italia, aveva a sua volta attaccato duramente Ranucci. Il giornalista lo ha accusato di essersi complimentato con i quotidiani del gruppo Angelucci per gli articoli pubblicati contro di lui, considerandoli propedeutici al suo allontanamento dalla trasmissione.
Quando una richiesta politica ripetuta per mesi viene infine accolta dai vertici del servizio pubblico, senza che venga resa nota una responsabilità professionale precisa del giornalista, parlare di una decisione esclusivamente aziendale diventa poco credibile.
È quindi più che ragionevole ritenere che la pressione esercitata dal centrodestra abbia avuto un peso determinante nell’allontanamento di Sigfrido Ranucci da Report. Non è ancora possibile parlare di una prova definitiva o di un ordine diretto del Governo, ma la successione degli eventi, le dichiarazioni politiche e la soddisfazione espressa da alcuni esponenti della maggioranza costituiscono indizi difficili da ignorare.
Il rischio è che la vicenda Lavitola sia stata utilizzata come l’occasione attesa da tempo per liberarsi di un giornalista e di un programma considerati scomodi. La stessa redazione di Report ha parlato esplicitamente di un “evidente mandato politico” e di un disegno finalizzato a delegittimare uno degli ultimi presidi di libertà e indipendenza informativa del servizio pubblico.
La redazione pronta ad abbandonare Report
La decisione della Rai ha provocato una reazione senza precedenti all’interno della trasmissione. Gli inviati storici hanno definito la scelta “completamente irricevibile”, contestandone sia il metodo sia il merito.
I giornalisti hanno denunciato di avere appreso i nomi dei nuovi conduttori dalle agenzie di stampa e hanno annunciato che, qualora l’azienda non tornasse sui propri passi, sarebbero pronti ad abbandonare in blocco il programma.
Bernardo Iovene e Giulio Valesini hanno inoltre rifiutato la proposta di diventare capi autori della nuova edizione. La squadra teme che dietro il cambiamento non vi sia soltanto la sostituzione di un conduttore, ma il tentativo di modificare profondamente l’identità, il metodo e la forza delle inchieste di Report.
Il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, Vittorio Di Trapani, ha chiesto alla Rai di spiegare pubblicamente quali motivazioni abbiano determinato la rimozione e quali siano le non meglio precisate esigenze editoriali e organizzative richiamate dall’azienda.
Il legale di Ranucci, Roberto De Vita, ha parlato di una decisione che colpisce contemporaneamente la vittima di un attentato, Report e l’indipendenza dell’informazione pubblica.
Sul piano politico, il Movimento 5 Stelle e numerosi esponenti del Partito Democratico hanno denunciato una forma di censura e un regolamento di conti contro una voce scomoda del servizio pubblico. La maggioranza di centrodestra ha invece difeso la decisione, sostenendo la necessità di restituire alla trasmissione credibilità e imparzialità.
Una scelta che non può essere giustificata dagli ascolti
Ranucci lavora in Rai dal 1991, è entrato nella squadra di Report nel 2006 e ne è diventato conduttore alla fine del 2016. Parliamo quindi di oltre 35 anni di servizio pubblico, di vent’anni trascorsi all’interno della trasmissione e di quasi dieci anni alla sua guida.
Nel corso della sua carriera ha realizzato inchieste sulla mafia, sui traffici illeciti di rifiuti, sulle armi non convenzionali e sulle violazioni dei diritti umani. Ha lavorato come inviato nei Balcani, in Medio Oriente, a New York dopo l’attentato alle Torri Gemelle e a Sumatra dopo lo tsunami. È stato inoltre il giornalista che ha ritrovato e portato all’attenzione pubblica l’ultima intervista televisiva concessa da Paolo Borsellino.
Neppure gli ascolti possono giustificare la decisione. Nella stagione televisiva 2025-2026, le 24 puntate di Report hanno registrato una media di circa 1,55 milioni di telespettatori e l’8,81% di share, con una chiusura di stagione all’11,9% e 1,765 milioni di spettatori. La stessa Rai ha riconosciuto che Report ha contribuito in maniera significativa ai risultati della prima serata di Rai3.
Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi sono professionisti con esperienze importanti e non devono diventare bersagli personali della polemica. Presutti lavora da anni nelle inchieste di Report ed è arrivata prima nella selezione Rai. Piervincenzi possiede una lunga esperienza nel giornalismo televisivo sul campo e nel 2017 fu brutalmente aggredito durante un’inchiesta sulla criminalità a Ostia.
Il problema non è mettere in discussione la loro dignità professionale. Il problema è comprendere perché la Rai abbia deciso di interrompere il rapporto tra Ranucci e la trasmissione senza formulare pubblicamente una contestazione circostanziata, dopo una procedura interna rimasta segreta e mentre l’autorità giudiziaria considera il giornalista una vittima inconsapevole dell’attentato.
La libertà di stampa non significa che un giornalista debba essere sottratto alle critiche. Significa però che eventuali provvedimenti devono fondarsi su fatti accertati, motivazioni trasparenti e criteri applicati nello stesso modo a tutti.
Quando il conduttore di una trasmissione d’inchiesta viene rimosso dopo mesi di attacchi politici e mediatici, senza che sia indicata chiaramente una sua responsabilità, il sospetto che si voglia normalizzare una voce scomoda non è soltanto legittimo: diventa inevitabile.
A Sigfrido Ranucci voglio quindi fare arrivare un messaggio semplice e diretto: sono con lui in questa battaglia. Sono con chi continua a credere che il giornalismo debba controllare il potere e non esserne controllato. Sono con chi pensa che un servizio pubblico senza inchieste coraggiose sia più povero, più debole e meno libero.
E siamo in tanti. Tutto qui.
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Nota sull’intelligenza artificiale: L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto alla ricerca e all’organizzazione delle informazioni. Contenuti, revisione del testo e impostazione editoriale sono stati definiti e verificati dall’autore.
GEO: Roma, Lazio, Italia.
Immagine fotorealistica di Sigfrido Ranucci generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo.
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