| Immagine simbolica della polemica scoppiata a Trino dopo i saluti romani e i richiami al fascismo segnalati durante la festa patronale. |
Una festa patronale dovrebbe essere un momento di incontro aperto a tutta la comunità, indipendentemente dalle idee politiche di ciascuno. Quanto accaduto a Trino, nel Vercellese, ha invece acceso una dura polemica dopo la diffusione di una canzone inneggiante a Mussolini, alcuni saluti romani e, due giorni dopo, cori anticomunisti durante uno spettacolo musicale.
Il segretario regionale del Partito Democratico e consigliere piemontese Domenico Rossi ha respinto con decisione il tentativo di considerare quegli episodi una semplice manifestazione goliardica. La sua posizione contiene un principio difficilmente contestabile: i simboli di una dittatura non possono essere normalizzati, soprattutto all’interno di una manifestazione pubblica frequentata anche da giovani e famiglie.
Allo stesso tempo, occorre distinguere il piano della condanna politica e morale da quello strettamente giudiziario. Non ogni gesto nostalgico o saluto romano costituisce automaticamente il reato di apologia del fascismo. La valutazione compete alla magistratura e dipende dal contesto, dalle modalità dei fatti e dalla loro concreta capacità di favorire la diffusione o la ricostituzione di organizzazioni fasciste.
Dalla canzone sul Duce ai cori anticomunisti
Il primo episodio risale a sabato 22 agosto 2026. Durante la festa patronale di San Bartolomeo, dagli altoparlanti di un autoscontro sarebbe stata diffusa Everybody viva el duche, canzone realizzata con l’intelligenza artificiale e presentata dal suo autore come una parodia. Alcuni ragazzi presenti avrebbero però accompagnato il brano alzando il braccio nel saluto romano.
Il secondo episodio si sarebbe verificato lunedì 24 agosto durante lo spettacolo di Dj Matrix. Dopo una domanda rivolta al pubblico sulla presenza di comunisti in piazza, sarebbe stata proposta la canzone Quando c’era Silvio, seguita dal coro “chi non salta comunista è” e, secondo quanto denunciato dal PD locale, anche da espressioni offensive.
Il segretario del circolo democratico di Trino, Vincenzino Porta, ha parlato di uno spettacolo offensivo per la città e ha chiesto una presa di posizione chiara da parte dell’amministrazione comunale.
I due episodi non sono identici. Un coro anticomunista, per quanto divisivo e discutibile durante una festa destinata all’intera cittadinanza, rientra normalmente nell’espressione di un’opinione politica. Diverso è il richiamo esplicito a Mussolini accompagnato dal saluto romano, gesto direttamente collegato alla simbologia del regime fascista e alla sua eredità storica.
La prima risposta del sindaco Daniele Pane
Il sindaco di Trino Daniele Pane, esponente di Fratelli d’Italia, ha inizialmente replicato che chi riteneva di avere assistito a un’apologia del fascismo o a un illecito avrebbe dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine. Per quanto riguarda i cori dello spettacolo musicale, ha richiamato la libertà di espressione, sostenendo che non spetti al sindaco stabilire quali opinioni politiche possano essere manifestate, naturalmente entro i limiti previsti dalla legge.
Successivamente Pane ha precisato con maggiore nettezza la propria posizione, dichiarandosi uomo di destra liberale, democratica e profondamente antifascista. Ha condannato i saluti romani, ma ha contestato al PD di avere utilizzato il comportamento di alcuni ragazzi per imbastire un’accusa politica contro l’intera amministrazione comunale.
Il sindaco ha ragione su un punto: non può essere l’amministrazione comunale a stabilire se sia stato commesso un reato. Questa valutazione appartiene alle forze dell’ordine e alla magistratura. Tuttavia, un sindaco non è soltanto il responsabile amministrativo di un Comune. È anche il rappresentante istituzionale della comunità e può esprimere immediatamente un giudizio politico e civile, senza attendere l’eventuale apertura di un procedimento penale.
Rossi: «Il fascismo non è un’opinione»
La replica di Domenico Rossi è stata molto dura. Il segretario piemontese del PD ha sostenuto che nulla possa legittimare l’esaltazione del Ventennio e la rievocazione di una dittatura, ricordando inoltre che le istituzioni democratiche e le libere elezioni sono state rese possibili da quanti combatterono il fascismo, compresi i comunisti italiani.
Secondo Rossi, parlare di libertà di espressione di fronte ai saluti romani significa confondere il libero confronto politico con l’esaltazione di un regime che abolì le libertà, perseguitò gli oppositori, introdusse le leggi razziali e trascinò l’Italia nella guerra.
La sostanza politica del suo intervento è condivisibile. Definire determinati gesti una ragazzata rischia di contribuire alla loro normalizzazione. Anche qualora chi li compie non possieda una piena consapevolezza storica, la risposta non dovrebbe consistere nell’indifferenza, ma nell’educazione e nella spiegazione di ciò che quei simboli rappresentano.
Occorre però precisare la formula scelta da Rossi: sostenere che “il fascismo è un crimine” esprime un giudizio storico e politico, ma non significa che ogni richiamo al fascismo costituisca automaticamente un reato perseguibile.
Quando il saluto romano diventa reato
La Costituzione italiana vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito fascista. La legge Scelba del 1952 punisce l’apologia e le manifestazioni fasciste quando possiedono determinate caratteristiche e risultano concretamente collegate al pericolo che si vuole impedire.
La Corte costituzionale ha chiarito da tempo che non viene punita qualsiasi espressione nostalgica o difesa elogiativa del fascismo, ma quella manifestazione capace, per modalità e contesto, di favorire adesioni e contribuire alla ricostituzione di organizzazioni fasciste.
Il principio è stato ribadito nel 2024 dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione: il saluto romano compiuto durante una riunione pubblica può integrare il reato previsto dalla legge Scelba quando, considerando tutte le circostanze, determina un concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Può inoltre assumere rilievo in base alla legge Mancino qualora il contesto riveli una manifestazione propria di organizzazioni fondate sulla discriminazione o sull’odio razziale.
Applicando questi principi al caso di Trino, non è possibile stabilire sulla base delle sole ricostruzioni giornalistiche se siano stati commessi reati. Servirebbero video completi, testimonianze, numero delle persone coinvolte, durata e modalità dei gesti, eventuale organizzazione preventiva e contesto complessivo. Parlare di apologia come fatto già giudiziariamente accertato sarebbe quindi prematuro.
La responsabilità politica esiste anche senza un reato
Il vero tema sollevato dalla vicenda non riguarda soltanto il codice penale. Un comportamento può essere politicamente e moralmente inaccettabile anche quando non raggiunge la soglia necessaria per configurare un reato.
Il saluto romano non è un gesto neutro, privo di storia o riducibile a una provocazione qualsiasi. Richiama un regime che cancellò il pluralismo politico e sindacale, utilizzò la violenza contro gli oppositori e privò gli italiani delle libertà fondamentali. Proprio per questo, davanti a episodi simili, le istituzioni dovrebbero esprimersi con parole inequivocabili.
Rossi ha dunque ragione nel chiedere che non si ricorra alla categoria della goliardia per minimizzare tutto. Anche il sindaco Pane, nella sua successiva dichiarazione antifascista, ha compiuto una precisazione importante. Sarebbe però stato preferibile che quella condanna fosse arrivata subito, separandola nettamente dalla questione relativa all’eventuale responsabilità penale.
Quattro ragazzi che compiono un gesto senza comprenderne pienamente il significato non rappresentano necessariamente un’emergenza neofascista. Rappresentano però un problema culturale che non va ignorato. La risposta più utile non è trasformarli automaticamente in criminali, ma ricordare loro, e a chi osserva, perché l’Italia democratica ha scelto di fondarsi sull’antifascismo.
La libertà di espressione protegge il confronto tra idee diverse, anche dure e sgradevoli. Non impone però alle istituzioni di restare indifferenti davanti all’esaltazione di una dittatura. È precisamente questa la distinzione che la polemica di Trino dovrebbe aiutare a comprendere.
Trino, Vercelli, Piemonte – La polemica sui saluti romani durante la festa patronale riapre il confronto sui limiti della libertà di espressione, sulla responsabilità delle istituzioni e sul significato dell’antifascismo nella Repubblica italiana. Saluti romani e richiami a Mussolini alla festa patronale di Trino: Domenico Rossi condanna la minimizzazione degli episodi, mentre il sindaco Daniele Pane rivendica la propria posizione antifascista. Analisi politica e giuridica della vicenda.
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Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a scopo illustrativo.
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