«La communitas non è un bene che si possiede, ma un debito che ci costituisce; non un’appartenenza che ci protegge, ma una responsabilità che ci espone all’altro.» — Rielaborazione dal pensiero di Roberto Esposito
Dal concetto al luogo, lungo la via del munus
Ricordo nitidamente il giorno dell'esame di Filosofia Teoretica con il Professor Roberto Esposito. Superare quella prova con il massimo dei voti non fu soltanto un importante traguardo accademico, ma una vera e propria epifania concettuale. Tra le pagine di Communitas. Origine e destino della comunità, la lezione del professore dischiuse una verità tanto profonda quanto destabilizzante: la comunità non è la somiglianza identitaria di chi si chiude dentro un perimetro rassicurante, bensì il munus — quel dono, quel dovere e quel debito reciproco che ci priva dell'egoismo individuale per aprirci alla cura dell'altro. Una lezione di altissimo valore teoretico, che il professore ha cercato con generosità di insegnare a generazioni di studenti.
Per anni quel concetto è rimasto un faro teorico imprescindibile nel mio percorso di studi. Mi chiedevo, tuttavia, se nell'epoca contemporanea — dominata dalle logiche dell'iper-individualismo e dall'arroccamento immunitario — vi fosse ancora spazio per tradurre la communitas in una prassi viva, visibile, incarnata nei luoghi e nei corpi.
La risposta è arrivata poco distante da casa. Dalla mia dimora, attraversando la regina viarum, l'antica Via Appia — oggi riconosciuta Patrimonio Mondiale dell'UNESCO —, bastano appena undici chilometri per raggiungere i piedi della collina. Durante le mie passeggiate lungo questo tragitto imbevuto di storia millenaria, cammino dopo cammino, ho compreso fino in fondo il senso di quel vero "dono" che il professor Esposito ha cercato di trasmetterci.
Laddove la sociologia delle aree interne vedeva soltanto spopolamento e rassegnazione, l'incontro tra l'arte e la gente di Valogno ha riattivato esattamente quel munus. A Valogno la bellezza dei murales non è semplice decorazione, ma offerta; l'accoglienza degli abitanti non è una prestazione turistica, ma la restituzione spontanea di un senso condiviso del vivere.
Le righe che seguono nascono dunque dall'intreccio ideale tra quel ricordo universitario, il passo lento e meditativo lungo la Via Appia e il miracolo umano di Valogno: la testimonianza di come un'idea filosofica possa trovare la sua verifica più alta e commovente nelle pietre dipinte e nelle porte aperte di un piccolo borgo.
Dal declino demografico alla rifondazione simbolica
Nel panorama dell’Italia delle aree interne, dove il fenomeno dello spopolamento consuma lentamente la trama sociale ed economica di centinaia di piccoli centri, il caso di Valogno — frazione collinare del comune di Sessa Aurunca, arroccata sulle pendici del Parco Naturale Regionale di Roccamonfina — rappresenta un paradigma di rigenerazione urbana e sociale di straordinario interesse antropologico. Valogno non è soltanto un borgo dipinto; è un cantiere permanente di artivismo e di placemaking fondato sull'antico e rivoluzionario concetto di communitas.
Agli inizi degli anni 2000, Valogno condivideva il triste destino di molte zone interne dell’Appennino meridionale: emigrazione giovanile, invecchiamento della popolazione, progressivo abbandono del patrimonio abitativo e un pervasivo senso di rassegnazione. La svolta è arrivata nel 2011 grazie all'iniziativa illuminata di due residenti, Giovanni Casale e la moglie Dora Mesolella, i quali hanno promosso il progetto "Valogno Borgo d'Arte".
L’operazione non si è configurata come una mera sovrapposizione decorativa sul tessuto edilizio preesistente. Al contrario, il murale è stato introdotto come strumento di rottura linguistica e semantica. Attraverso l'invito rivolto a pittori, street artist e illustratori da ogni parte d'Italia e del mondo, i muri scrostati e le facciate in pietra grigia del paese si sono trasformati in tele monumentali capaci di riattivare il dialogo tra lo spazio e i suoi abitanti.
La tela della memoria e la poetica dei colori
Da un punto di vista estetico e iconografico, il ciclo pittorico di Valogno — che conta oggi decine di opere distribuite con armonia lungo i vicoli del centro storico — spazia da figure legate al realismo magico ad allegorie della vita contadina, fino a citazioni della fiaba e del folklore locale. Tra i temi iconografici ricorrenti si riscontrano:
Il tema del volo e della metamorfosi: Ali di farfalla, mongolfiere suspended e volti sognanti simboleggiano la possibilità di evasione e di riscatto rispetto alla fissità periferica.
La figura della donna e della natura: Rappresentazioni archetipiche della fertilità, della terra aurunca e della memoria storica locale, ricche di cromatismi caldi ed avvolgenti.
L’elemento fiabesco: Il recupero della dimensione del gioco e dell'infanzia come antidoto alla rigidità razionalistica della modernità metropolitana.
Tuttavia, ridurre Valogno a una galleria d'arte a cielo aperto significherebbe fraintenderne la portata profonda. L'arte qui non è mai un fine a se stessa, né un bene da esibire, ma funge da pretesto relazionale e da dispositivo di innesco sociale.
La communitas come prassi politica ed esistenziale
Nel pensiero del filosofo Roberto Esposito, la communitas si definisce rigorosamente attraverso il munus — l'obbligo reciproco, la legge della restituzione, la cura inscindibile nei confronti dell'altro. A Valogno la bellezza visiva ha riattivato esattamente questo meccanismo bio-politico ed esistenziale.
Focus Teorico: La dialettica Communitas / Immunitas
Se il dispositivo moderno dell'immunitas cerca di proteggere l'individuo isolandolo dal contatto con il diverso, l'esperienza di Valogno riafferma il primato della communitas: l'apertura incondizionata all'ospite come condizione di sopravvivenza del tessuto sociale.
La presenza continua di artisti, visitatori e viaggiatori ha spinto la comunità locale a riaprire letteralmente le porte, a condividere le tavole, a riscoprire l'arte del racconto orale. Gli abitanti non sono più spettatori passivi del degrado del proprio borgo, ma si sono riscoperti custodi attivi dello spazio pubblico. Le porte delle case private restano socchiuse o aperte; il turista viene accolto non come consumatore di un servizio di massa, ma come ospite temporaneo di una casa collettiva.
L'impatto economico, pur contenuto nelle dimensioni, ha generato micro-economie virtuose legate all'accoglienza diffusa, alla ristorazione casereccia e alla valorizzazione dell'artigianato locale, dimostrando come la cultura possa trasformarsi nel capitale di sostentamento primario per le aree marginali.
Un modello per la resistenza dei borghi
L'esperienza di Valogno dimostra con chiarezza che per salvare i piccoli borghi non bastano i finanziamenti strutturali o le infrastrutture materiali: occorre riattivare il capitale simbolico, relazionale ed emotivo dei luoghi. La riappropriazione poetica dello spazio pubblico ha restituito alla popolazione residente un profondo senso di orgoglio identitario (empowerment comunitario).
In un'epoca caratterizzata dall'isolamento digitale e dalla spersonalizzazione delle metropoli, il "miracolo" di Valogno suggerisce una strada concreta ed esemplare: contrastare l'oblio non con la sterile nostalgia del passato, ma con la meraviglia dell'arte presente, trasformando ogni muro sbrecciato nel punto di partenza per una nuova narrazione collettiva.
A cura di Francesca Giordano
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
"Non sono un murales - Segni di comunità."
RispondiElimina