L’era delle non-cose: quando l’informazione ci ha rubato la materia
C’è stato un tempo in cui le cose avevano un peso. Un libro conservava l’odore della carta e il segno piegato all’angolo della pagina ventiquattro; una fotografia sbiadiva al sole chiusa in un cassetto; una lettera d’amore portava impressa la pressione della penna sul foglio, la grafia incerta di chi l’aveva impressa.
Oggi, come registra lucidamente il filosofo Byung-Chul Han nel suo saggio Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere la realtà (Einaudi), non abitiamo più la terra, ma il Cloud. Non possediamo più oggetti tangibili, ma consumiamo informazioni volatili, stimoli luminosi che svaniscono con uno scorrimento di polpastrello.
La stanchezza del pixel e il miraggio del digitale
La tesi di Han è spietata: lo smartphone è il feticcio dell’era moderna, il luogo in cui la realtà si smaterializza per farsi segnale elettrico. Se l’oggetto fisico ha una sua resistenza, un’anima fatta di tempo che invecchia con noi, l’informazione è pura immediatezza. Non dura, si limita a succedere.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo e stridente in questa transizione. Una dissonanza intima, quasi dolorosa, che percepiamo ogni volta che posiamo lo schermo su un tavolo e ci guardiamo intorno.
Siamo circondati da fantasmi digitali: notifiche che esigono attenzione, like che simulano presenze, archivi infiniti che non ricordano nulla.
In questo scenario, il legame umano subisce una mutazione silenziosa. L’"altro" sfuma, sostituito dal proprio riflesso all’interno dello schermo. L’intimità non è più una stanza chiusa in cui ci si guarda negli occhi senza parlare, ma un flusso continuo di dati esibiti, misurati, categorizzati.
Materia (Tempo, Memoria, Presenza)
↓
Smaterializzazione
↓
Informazione (Flusso, Volatilità, Solitudine)
Il recupero del tatto: una resistenza poetica
La vera distopia non è un futuro di macchine senzienti o cieli d’acciaio, ma questo presente di superfici lisce e asettiche dove nulla lascia più un’impronta. È il paradosso di un mondo iperconnesso in cui siamo, al tempo stesso, irrimediabilmente soli e spogliati della materia.
Reagire a questo svuotamento non significa rifiutare la tecnologia, ma riappropriarsi del peso specifico delle cose. Tornare a toccare ciò che è imperfetto, riscoprire la lentezza di un testo che non si consuma in tre secondi, rivendicare il diritto alla penombra, al silenzio e all'incompiuto.
Perché se l'informazione ci offre l'illusione di possedere tutto subito, è solo nel contatto ruvido con la realtà che torniamo, davvero, a sentire.
Sergio Batildi
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