Le Arpie: le oscure creature alate che dalla mitologia arrivarono all’Inferno di Dante

Tre Arpie dal volto femminile e dal corpo di uccello sorvolano una costa rocciosa dell’antica Grecia accanto a un banchetto rovesciato.
Le Arpie, creature mitologiche associate ai venti tempestosi, alla rapacità e al tormento, rappresentate durante la punizione del re Fineo.

Creature dal volto femminile e dal corpo di uccello, le Arpie attraversano la mitologia greca e romana trasformandosi da personificazioni dei venti tempestosi in simboli di rapacità, contaminazione e tormento. La loro immagine inquietante ha resistito nei secoli, trovando in Virgilio e in Dante due delle sue rappresentazioni più celebri.

Pier Carlo Lava

Nell’immaginario comune la parola arpia viene spesso utilizzata come insulto rivolto a una donna considerata aggressiva, perfida o particolarmente sgradevole. Dietro questa espressione si nasconde però una figura molto più antica e complessa, nata nel mondo greco e successivamente reinterpretata dalla letteratura latina e medievale.

Il loro nome deriva probabilmente dal verbo greco harpázein, che significa afferrare, rapire o portar via con violenza. Le Arpie erano infatti esseri rapidi e imprevedibili, capaci di piombare dall’alto sulle proprie vittime, sottrarre persone e oggetti e scomparire improvvisamente nel vento.

Figlie del mare e dei venti

Secondo Esiodo, le Arpie erano figlie della divinità marina Taumante e dell’oceanina Elettra, nonché sorelle di Iris, la messaggera degli dèi associata all’arcobaleno. Le più conosciute erano Aello, il cui nome richiama la tempesta, e Ocipete, “colei che vola rapidamente”. Tradizioni successive aggiunsero anche Celeno, il cui nome significa “l’oscura”.

Nelle rappresentazioni più antiche non erano necessariamente esseri mostruosi. Potevano apparire come giovani donne alate, personificazioni delle raffiche improvvise e dei venti violenti. Il loro compito era quello di eseguire la volontà divina, portando via uomini e cose oppure trascinando le anime verso il mondo dei morti.

Con il passare del tempo, il loro aspetto diventò progressivamente più spaventoso. Furono descritte con testa e busto di donna, corpo di grande uccello rapace, ali possenti, artigli affilati e un volto deformato dalla fame. Non si limitavano più a rapire: contaminavano il cibo, diffondevano un odore insopportabile e lasciavano dietro di sé sporcizia e desolazione.

La punizione del re Fineo

Il mito più famoso legato alle Arpie è quello di Fineo, re della Tracia dotato del dono della profezia. Fineo avrebbe rivelato agli uomini troppi segreti degli dèi e, per questa colpa, Zeus decise di punirlo.

Ogni volta che al re veniva servito del cibo, le Arpie scendevano dal cielo, ne divoravano una parte e rendevano il resto immangiabile. Fineo, pur avendo davanti a sé una tavola imbandita, era quindi condannato a soffrire continuamente la fame.

La liberazione arrivò con gli Argonauti, gli eroi partiti sulla nave Argo alla ricerca del Vello d’oro. Tra loro si trovavano Zete e Calaide, figli alati del vento del nord Borea. I due inseguirono le Arpie nel cielo e riuscirono ad allontanarle. Secondo alcune versioni avrebbero dovuto ucciderle, ma Iris intervenne promettendo che non avrebbero più tormentato Fineo.

Questo racconto rivela la natura simbolica delle Arpie: esse rappresentano un desiderio che non può mai essere soddisfatto, la presenza di qualcosa che si trova a portata di mano ma viene continuamente sottratto o corrotto.

Le Arpie nell’Eneide di Virgilio

Le Arpie assumono un ruolo particolarmente importante nel terzo libro dell’Eneide. Enea e i suoi compagni, durante il lungo viaggio verso l’Italia, approdano alle isole Strofadi, dove trovano mandrie incustodite e preparano un banchetto.

Le creature piombano improvvisamente sul cibo, lo divorano e contaminano ciò che rimane. I Troiani tentano di combatterle, ma le loro piume sono resistenti ai colpi e gli esseri alati riescono sempre a sfuggire.

È allora che Celeno, la più terribile delle Arpie, pronuncia una profezia: i Troiani arriveranno in Italia, ma saranno colpiti da una fame così grande da essere costretti a mangiare persino le proprie mense. La minaccia si compirà simbolicamente quando Enea e i suoi uomini mangeranno le focacce utilizzate come piatti, comprendendo finalmente il significato dell’oracolo.

In Virgilio le Arpie non sono soltanto mostri fisici. Sono creature profetiche che annunciano prove e sofferenze, custodi di una volontà divina che gli uomini non possono evitare.

Dante le colloca nella selva dei suicidi

La rappresentazione più celebre nella letteratura italiana si trova nel tredicesimo canto dell’Inferno di Dante Alighieri. Il poeta incontra le Arpie nel secondo girone del settimo cerchio, all’interno della terribile selva nella quale sono punite le anime dei suicidi.

Coloro che hanno rifiutato il proprio corpo togliendosi la vita vengono trasformati in alberi contorti e spinosi. Le Arpie costruiscono i loro nidi tra quei rami, ne strappano le foglie e provocano dolore alle anime imprigionate nei tronchi.

Dante le descrive con ali larghe, piedi artigliati, ventre ricoperto di piume e volto umano. Quando lacerano i rami, dalle ferite escono contemporaneamente sangue e parole. È attraverso una di queste ferite che il poeta ascolta la storia di Pier delle Vigne, consigliere dell’imperatore Federico II, morto suicida dopo essere caduto in disgrazia.

La presenza delle Arpie completa il significato della pena. Le anime hanno spezzato volontariamente il legame con il proprio corpo e ora vengono eternamente ferite da creature che uniscono in maniera innaturale elementi umani e animali. Nel giorno del Giudizio universale recupereranno i loro corpi, ma non potranno più indossarli: li appenderanno ai rami degli alberi nei quali sono rinchiuse.

Dal mito al linguaggio quotidiano

Nel corso dei secoli l’immagine delle Arpie ha perduto gran parte della propria complessità originaria. Il termine è diventato sinonimo di persona avida, crudele, litigiosa o capace di tormentare gli altri. Usato quasi sempre al femminile, conserva una sfumatura offensiva e risente dello stereotipo antico che associava il volto di donna a un corpo mostruoso e predatore.

La sua sopravvivenza nel linguaggio dimostra tuttavia la straordinaria forza del mito. Le Arpie continuano a comparire nella pittura, nella scultura, nei romanzi fantastici, nei videogiochi e nel cinema. A volte sono rappresentate come mostri feroci, altre come donne alate seducenti e pericolose.

Dietro le diverse interpretazioni rimane sempre la stessa idea: una forza improvvisa che scende dall’alto, afferra, sporca e porta via. Le Arpie personificano ciò che rende irraggiungibile la serenità, contamina quanto dovrebbe nutrirci e trasforma un desiderio in una condanna.

Forse è proprio per questo che non sono mai scomparse. Non appartengono soltanto alle paure degli antichi, ma rappresentano anche tormenti profondamente moderni: la fame che non si placa, la perdita improvvisa, il senso di colpa e l’impossibilità di sottrarsi alle conseguenze delle proprie scelte.

Alessandria, Piemonte – Un viaggio tra mitologia, letteratura e simbolismo per riscoprire le Arpie, creature alate che dal mondo greco e romano arrivarono fino alla selva dei suicidi descritta da Dante.

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Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a scopo illustrativo.

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