| Un marinaio lotta per sottrarre la barca alla furia del mare: immagine simbolica ispirata alla poesia Il mio marinaio di Rosalba Di Giacomo. |
In “Il mio marinaio”, Rosalba Di Giacomo trasforma la lotta di un uomo contro il mare in una potente metafora dell’esistenza. La barca contesa alle onde, le funi strette tra le mani ferite e la salsedine che brucia negli occhi raccontano la fatica di chi affronta il dolore senza arrendersi. Ma la poesia rivela anche una verità più intima e amara: possiamo resistere alla tempesta esteriore, mentre i suoi marosi continuano a vivere dentro il cuore.
Pier Carlo Lava
Il mio marinaio
Tirava, il marinaio
tirava le funi
e contendeva la barca ai marosi
che tempestavano la spiaggia.
Lacrime d'acqua e di pioggia
sul viso, sulle mani, negli occhi,
sulla lunga cerata nera.
Furioso, il mare in tempesta
si attorcigliava allungando le sue onde.
Ma, deciso a non mollare,
restava lì il marinaio.
Inerte e scura,
gironzolava nei pressi la sera.
Sto tirando anche io
le funi della mia barca
contro i marosi della vita.
Ho le mani ferite dai canapi salati
e gli occhi che bruciano
per la salsedine e il tanto dolore.
Come
il marinaio nella tempesta,
ho combattuto contro la furia
che prevarica ogni forza umana
ma la sera, scendendo,
mi ha portato nel cuore i marosi.
Rosalba Di Giacomo
Il mare come immagine dell’esistenza
La prima parte della poesia costruisce una scena concreta, quasi cinematografica. Il marinaio tira le funi e tenta di sottrarre la propria barca alla violenza dei marosi. Il verbo “tirava”, ripetuto nei versi iniziali, comunica immediatamente lo sforzo fisico, la tensione dei muscoli e la determinazione di chi sa di non poter abbandonare ciò che gli appartiene.
La barca non è soltanto un’imbarcazione minacciata dalla tempesta. Diventa progressivamente il simbolo della vita, degli affetti, dei progetti e di tutto ciò che una persona cerca di proteggere quando le circostanze sembrano volerlo trascinare via.
Anche il mare assume un carattere quasi umano. È furioso, si attorciglia e allunga le onde come se possedesse braccia ostili con le quali afferrare la barca. Non costituisce quindi un semplice elemento del paesaggio, ma una forza antagonista: rappresenta le avversità che superano la volontà individuale e mettono alla prova ogni certezza.
Lacrime confuse con la pioggia
Tra le immagini più intense troviamo le “lacrime d’acqua e di pioggia” che attraversano il viso, le mani e gli occhi del marinaio. La distinzione tra il pianto dell’uomo e l’acqua della tempesta scompare. Il dolore personale si confonde con quello della natura, mentre il corpo diventa il punto nel quale il mare e l’essere umano sembrano incontrarsi.
La lunga cerata nera aggiunge alla scena una tonalità cupa. Il nero richiama la notte imminente, la paura e una sofferenza che avvolge ogni cosa. Nonostante questo, il marinaio rimane al proprio posto: “deciso a non mollare”, continua a opporsi alla tempesta.
In questo passaggio emerge il nucleo morale della poesia: il coraggio non consiste nell’assenza della paura o del dolore, ma nella scelta di restare e combattere anche quando le forze sembrano insufficienti.
Dalla scena osservata alla confessione personale
La svolta decisiva arriva con il verso “Sto tirando anche io”. Fino a quel momento il marinaio era apparso come una figura osservata dall’esterno; ora la voce poetica si riconosce in lui e rivela il significato profondo dell’intera scena.
Le funi diventano quelle della propria barca e i marosi si trasformano apertamente nei “marosi della vita”. Il paesaggio marino lascia così emergere una confessione autobiografica e universale. Tutti, prima o poi, siamo chiamati a trattenere qualcosa che le difficoltà minacciano di strapparci: una speranza, un amore, un equilibrio o la fiducia nel futuro.
Le mani ferite dai “canapi salati” testimoniano quanto questa resistenza sia costata. Non si attraversa una tempesta senza riportarne i segni. Le ferite non sono però soltanto una manifestazione della fragilità: diventano anche la prova concreta di una battaglia sostenuta fino in fondo.
Quando la tempesta entra nel cuore
La conclusione è la parte più dolorosa e originale della poesia. La voce narrante afferma di avere combattuto contro una furia capace di prevaricare ogni forza umana, ma non proclama una vittoria rassicurante. Con la discesa della sera, i marosi entrano nel cuore.
La sera, descritta precedentemente come “inerte e scura”, sembra aggirarsi nei pressi della scena aspettando il momento nel quale avvolgerla. È il tempo che viene dopo la lotta, quando il clamore si attenua e rimaniamo soli con ciò che abbiamo vissuto. Proprio allora la tempesta esteriore può trasformarsi in inquietudine interiore.
Il marinaio forse ha salvato la barca, ma non è uscito indenne dal combattimento. Allo stesso modo, una persona può superare una prova senza riuscire immediatamente a liberarsi del dolore che essa ha lasciato.
“Il mio marinaio” è una poesia intensa, visiva e profondamente umana. Rosalba Di Giacomo racconta la resistenza senza idealizzarla: riconosce il valore di chi non molla, ma anche le ferite invisibili che ogni battaglia può depositare nell’anima. Il suo marinaio rappresenta tutti coloro che continuano a stringere le funi della propria vita, pur avendo le mani ferite e il cuore ancora attraversato dalle onde.
GEO: Italia.
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Su una costa rocciosa, un marinaio bagnato dalla pioggia stringe le funi con entrambe le mani e tenta di salvare una piccola barca, minacciata dalle onde. La scena rappresenta la determinazione dell’essere umano davanti alle tempeste e ai dolori della vita.
Crediti: Immagine creata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, a esclusivo scopo illustrativo.
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