| L’intelligenza artificiale può accelerare l’apprendimento, ma esperienza, formazione e affiancamento umano restano indispensabili per evitare errori e costruire competenze reali. |
Senza formazione e affiancamento, l’IA rischia di amplificare non soltanto il talento, ma anche l’inesperienza e gli errori
Nell’articolo precedente mi sono domandato se sia l’intelligenza artificiale a cambiare noi oppure se siamo noi a cambiare grazie all’intelligenza artificiale. Da quella riflessione nasce però una seconda domanda, forse ancora più difficile: come potranno affrontare l’IA i giovani che non hanno alle spalle anni di esperienza professionale e non hanno ancora costruito un proprio metodo per valutare ciò che la macchina suggerisce?
Pier Carlo Lava
Chi, come me, ha svolto per molti anni incarichi di direzione commerciale e marketing prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale, ha dovuto imparare a ragionare, organizzare, negoziare e decidere contando sulle proprie conoscenze e sull’esperienza maturata giorno dopo giorno. Riunioni, trattative con i buyer, definizione dei contratti, gestione della forza vendita e coordinamento degli uffici interni — vendite, marketing, spedizioni e logistica — imponevano di comprendere problemi reali e di assumersi la responsabilità delle scelte.
Oggi, quando utilizzo l’IA, non parto quindi dal nulla. Posso confrontare le sue risposte con situazioni già vissute e accorgermi più facilmente se una proposta è concreta, incompleta, ingenua oppure sbagliata. L’esperienza diventa una sorta di filtro: non impedisce di commettere errori, ma permette di non confondere automaticamente una risposta ben formulata con una risposta corretta.
Il problema esisteva già prima dell’intelligenza artificiale
La difficoltà dei giovani, tuttavia, non nasce con l’IA. Da tempo, nelle industrie, nelle fabbriche e negli uffici, molti nuovi assunti vengono inseriti senza un vero percorso di formazione e senza un affiancamento adeguato. Si pretende che imparino rapidamente, osservando gli altri e arrangiandosi sul campo, mentre l’azienda continua a correre e nessuno trova — o vuole trovare — il tempo necessario per seguirli.
È una situazione che avevo già conosciuto durante la mia attività professionale. Più di una volta avevo segnalato ad amministratori delegati e titolari la necessità di investire nella formazione. La risposta era spesso la stessa: «La formazione se la faranno da soli, sul campo».
Il campo può certamente insegnare molto, ma soltanto quando qualcuno aiuta il giovane a interpretare ciò che accade, corregge gli errori e gli affida responsabilità progressive. Senza una guida, il campo non è una scuola: può diventare semplicemente il luogo nel quale si procede per tentativi, talvolta ripetendo a lungo gli stessi sbagli.
Considerare la formazione soltanto come un costo è inoltre una visione miope. Anche gli errori costano: richiedono tempo per essere corretti, producono inefficienze, possono compromettere un rapporto con un cliente, danneggiare la reputazione di un’impresa e, nei lavori più delicati, generare conseguenze molto serie. Il risparmio ottenuto rinunciando all’addestramento può quindi trasformarsi in un costo molto maggiore, anche se non sempre compare immediatamente in un bilancio.
Quando il primo maestro rischia di diventare un algoritmo
In questo scenario arriva l’intelligenza artificiale. Il giovane che non ha ricevuto una preparazione sufficiente e non dispone di una persona alla quale rivolgersi può essere tentato di chiedere tutto alla macchina. L’IA risponde subito, non mostra impazienza e offre spesso testi ordinati e convincenti. Ma proprio questa apparente sicurezza rappresenta il pericolo maggiore.
L’intelligenza artificiale può produrre una risposta plausibile e tuttavia sbagliata, non conoscere tutti gli elementi di una situazione aziendale o proporre una soluzione formalmente impeccabile ma inapplicabile nella realtà. Una persona esperta possiede riferimenti con cui valutarla; chi sta iniziando, invece, potrebbe non avere ancora gli strumenti per riconoscere l’errore.
Si crea così il rischio di una competenza apparente: il giovane riesce a consegnare rapidamente un documento, un’analisi o una proposta, ma non sempre saprebbe spiegare il ragionamento seguito, difenderne le conclusioni o modificarla quando cambiano le condizioni. Non è necessariamente una sua colpa. Se l’impresa non gli ha insegnato il lavoro e gli ha soltanto chiesto di produrre risultati in fretta, l’IA diventa la scorciatoia più facilmente disponibile.
Le qualità individuali non possono sostituire la formazione
Naturalmente esistono giovani efficienti, creativi, intelligenti e dotati di capacità superiori. Alcuni, anche se lasciati quasi soli, riescono a osservare, imparare ed emergere molto bene. Altri, privi di esperienza e di una guida, possono invece commettere errori incredibili, talvolta anche in situazioni importanti.
Ma un’organizzazione seria non può costruire il proprio futuro confidando esclusivamente nella capacità dei migliori di salvarsi da soli. Sarebbe come ammettere che il sistema funziona soltanto per le persone eccezionali e abbandona tutte le altre. La formazione non serve unicamente a chi incontra maggiori difficoltà: permette anche ai più capaci di crescere prima, evitare errori inutili e trasformare il talento in una competenza stabile.
Non dobbiamo quindi concludere che le nuove generazioni siano meno intelligenti o meno disponibili a impegnarsi. Molti giovani possiedono rapidità di apprendimento, familiarità con la tecnologia, creatività e una capacità di sperimentare che possono diventare risorse straordinarie. Il problema nasce quando queste qualità non incontrano l’esperienza di chi ha lavorato prima di loro.
Un’alleanza tra esperienza e innovazione
La soluzione non consiste nel vietare o limitare per principio l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Sarebbe inutile e significherebbe rinunciare a uno strumento destinato a far parte sempre di più del lavoro. Occorre invece insegnare a utilizzarlo con metodo.
Un giovane dovrebbe poter contare su un periodo reale di inserimento, su una persona esperta che lo affianchi e su responsabilità proporzionate alla preparazione raggiunta. Dovrebbe imparare non soltanto a interrogare l’IA, ma anche a verificare le fonti, riconoscere i limiti di una risposta, proteggere i dati riservati e spiegare con parole proprie le decisioni prese.
Allo stesso tempo, chi possiede molti anni di esperienza dovrebbe essere disposto a trasferirla senza considerare i nuovi strumenti come una minaccia. I giovani possono insegnare ai più anziani nuovi linguaggi e nuove possibilità tecnologiche; i più anziani possono offrire ciò che nessun programma possiede davvero: la memoria delle conseguenze, il senso delle proporzioni, la conoscenza delle persone e dei contesti.
Questa alleanza sarebbe utile anche alle imprese. L’esperienza senza innovazione rischia di diventare immobilismo, mentre l’innovazione senza esperienza può trasformarsi in improvvisazione. Unite, invece, possono produrre un lavoro più rapido senza renderlo superficiale.
Chi riuscirà a governare l’intelligenza artificiale?
Non possiamo sapere quanti giovani riusciranno a superare questa prova. Probabilmente la vera divisione non sarà tra giovani e adulti, ma tra chi avrà ricevuto gli strumenti per governare l’intelligenza artificiale e chi si limiterà a consumarne passivamente le risposte.
Avranno maggiori possibilità coloro che incontreranno buoni insegnanti, responsabili disponibili, colleghi esperti oppure famiglie capaci di trasmettere curiosità e senso critico. Altri dovranno costruirsi questi strumenti da soli e non tutti riusciranno a farlo nello stesso modo. Se ciò accadrà, però, non potremo attribuirne tutta la responsabilità ai giovani: sarà anche il risultato di scuole e imprese che avranno rinunciato al proprio compito educativo.
La mia generazione ha imparato prima a pensare e poi, molti anni dopo, a utilizzare l’intelligenza artificiale. Le nuove generazioni dovranno imparare le due cose contemporaneamente. Per riuscirci avranno bisogno di tempo, formazione, esperienza concreta e persone disposte ad accompagnarle.
L’IA può accelerare enormemente l’apprendimento, ma può anche accelerare l’errore. Può aiutare un giovane a crescere oppure nascondere, dietro una risposta perfettamente scritta, il fatto che nessuno gli abbia mai insegnato davvero il mestiere. La tecnologia farà la propria parte; la domanda decisiva è se noi adulti, le scuole e le imprese saremo ancora disposti a fare la nostra.
GEO: Alessandria, Piemonte, Italia – Intelligenza artificiale, giovani, lavoro, formazione professionale, imprese e futuro dell’occupazione.altre notizie, approfondimenti e opinioni dal territorio e dall’Italia: Alessandria Post e ItalianNewsPost.com.
Nota sull’intelligenza artificiale: L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto alla ricerca, all’organizzazione delle informazioni e alla revisione del testo. Contenuti e impostazione editoriale sono stati definiti e verificati dall’autore.
Descrizione: Immagine fotografica orizzontale raffigurante un giovane professionista davanti a un computer, mentre un collega più esperto gli illustra dati e procedure. Sullo sfondo è visibile un moderno ambiente produttivo: una rappresentazione dell’alleanza necessaria tra nuove generazioni, esperienza professionale e innovazione tecnologica.
Crediti: Immagine creata con IA – a solo scopo illustrativo.
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post