Han Kang, la voce che attraversa il dolore: memoria, corpo e resistenza nella Nobel 2024

 

Ritratto realistico di Han Kang accanto a una grande finestra, illuminata dalla luce naturale, con alberi sfocati sullo sfondo.
Ritratto illustrativo di Han Kang, scrittrice sudcoreana e Premio Nobel 2024, in un’atmosfera intima e contemplativa che richiama la sensibilità poetica delle sue opere.

Dalla violenza della storia alla fragilità dell’esistenza, la scrittrice sudcoreana trasforma il dolore individuale e collettivo in una letteratura poetica, intensa e profondamente umana.

Han Kang scrive libri nei quali la bellezza e la sofferenza convivono nella stessa frase. I suoi personaggi attraversano la violenza, il lutto, la perdita della parola e il desiderio di sottrarsi alle imposizioni della società. La sua letteratura non distoglie lo sguardo dalle ferite della storia, ma cerca nel linguaggio un filo capace di unire i vivi ai morti e gli esseri umani tra loro.

Pier Carlo Lava

Il Premio Nobel per la Letteratura 2024

Il 10 ottobre 2024 l’Accademia Svedese ha assegnato ad Han Kang il Premio Nobel per la Letteratura per la sua «intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana». È stata la prima scrittrice sudcoreana a ricevere il più importante riconoscimento letterario internazionale.

La motivazione evidenzia le due grandi direzioni della sua opera. Da una parte ci sono i traumi collettivi, le stragi, la repressione politica e i tentativi di cancellare la memoria; dall’altra il corpo individuale, vulnerabile ma capace di opporre una resistenza silenziosa alle regole, alla violenza e alle aspettative sociali. Fonte: Premio Nobel.

Han Kang non racconta la sofferenza per trasformarla in spettacolo. La osserva con precisione, tentando di comprendere che cosa permetta agli esseri umani di infliggere dolore e, nello stesso tempo, di proteggersi, curarsi e sacrificarsi gli uni per gli altri.

Biografia di Han Kang

Han Kang è nata il 27 novembre 1970 a Gwangju, nella Corea del Sud. Proviene da una famiglia legata alla letteratura: suo padre, Han Seung-won, è un affermato romanziere coreano. Quando aveva nove anni si trasferì con la famiglia a Seoul, pochi mesi prima che nella sua città natale avvenisse uno degli episodi più drammatici della storia contemporanea sudcoreana.

Nel maggio del 1980, una rivolta democratica scoppiata a Gwangju venne repressa nel sangue dall’esercito. Han Kang non assistette direttamente al massacro, ma alcuni anni più tardi, quando aveva dodici anni, trovò in casa un libro fotografico pubblicato clandestinamente dai sopravvissuti e dai familiari delle vittime. Le immagini dei corpi uccisi e, nello stesso volume, quelle dei cittadini in fila per donare il sangue ai feriti le mostrarono due aspetti opposti dell’umanità: la capacità di distruggere e quella di soccorrere.

Questa contraddizione sarebbe diventata una delle domande fondamentali di tutta la sua produzione: come possono gli esseri umani compiere atti tanto crudeli e, contemporaneamente, gesti di straordinaria solidarietà? Han Kang ha ricordato quell’esperienza anche nella sua lezione per il Nobel, spiegando come quelle fotografie abbiano inciso profondamente sul suo modo di interrogare la natura umana. Fonte: lezione del Premio Nobel.

Dopo aver studiato letteratura coreana all’Università Yonsei di Seoul, Han Kang iniziò la propria carriera nel 1993 pubblicando alcune poesie sulla rivista Letteratura e società. Il debutto in prosa avvenne nel 1995 con la raccolta di racconti L’amore di Yeosu. Negli anni successivi si dedicò prevalentemente alla narrativa, senza abbandonare la sensibilità poetica delle origini.

Accanto alla scrittura, Han Kang si è interessata alla musica e alle arti visive, elementi che attraversano numerosi suoi libri. Ha inoltre insegnato scrittura creativa al Seoul Institute of the Arts. Oggi vive a Seoul.

Il successo internazionale arrivò con “La vegetariana”, vincitore nel 2016 dell’International Booker Prize nella traduzione inglese di Deborah Smith. Il riconoscimento, condiviso tra autrice e traduttrice, fece conoscere la sua opera a un pubblico mondiale. Fonte: International Booker Prize.

Una prosa poetica, tenera e brutale

La scrittura di Han Kang è essenziale e luminosa, ma attraversata da immagini di grande intensità. Il suo linguaggio può descrivere con delicatezza un fiocco di neve, un albero o il respiro di una persona e, poche righe dopo, mostrare un corpo ferito, una cicatrice o una stanza segnata dalla morte.

La contrapposizione tra bellezza e violenza non serve a creare un effetto artificiale. È il modo con cui la scrittrice rappresenta l’esistenza: la vita rimane fragile e preziosa proprio perché può essere spezzata. Il corpo è il luogo nel quale si depositano la paura, la memoria e le imposizioni della società, ma anche il punto da cui può iniziare una ribellione.

Nelle sue opere il confine tra i vivi e i morti diventa spesso incerto. Le persone scomparse continuano ad abitare i ricordi, i sogni e perfino i gesti quotidiani di chi è rimasto. Ricordare significa allora rifiutarsi di abbandonare definitivamente coloro che la violenza ha tentato di cancellare.

“La vegetariana”: la ribellione silenziosa del corpo

Il romanzo più conosciuto di Han Kang è “La vegetariana”. La protagonista, Yeong-hye, è una donna apparentemente comune che, dopo un sogno sanguinoso, decide di non mangiare più carne. La scelta viene considerata dalla famiglia non come una decisione personale, ma come un’offesa e una minaccia all’ordine sociale.

Quello che potrebbe sembrare un semplice cambiamento alimentare diventa una ribellione radicale. Il marito, il padre e gli altri familiari cercano di obbligarla a tornare alla normalità, esercitando su di lei pressioni psicologiche e violenza fisica. Yeong-hye, invece, desidera allontanarsi progressivamente dalla condizione umana e immagina di trasformarsi in una pianta.

La vegetariana non è propriamente un libro sul vegetarianismo. È un romanzo sul controllo del corpo femminile, sulla difficoltà di essere compresi e sul rifiuto di partecipare a un mondo percepito come violento. La rinuncia al cibo diventa l’unica forma di linguaggio rimasta a una donna alla quale nessuno vuole veramente prestare ascolto.

La storia è narrata attraverso lo sguardo delle persone che circondano Yeong-hye. La protagonista rimane quasi sempre osservata dall’esterno, come se anche il lettore fosse costretto a sperimentare l’impossibilità di raggiungere completamente la sua interiorità.

“Atti umani”: restituire un nome alle vittime di Gwangju

Con “Atti umani”, Han Kang affronta direttamente il massacro di Gwangju del 1980. Il romanzo parte dalla storia del quindicenne Dong-ho, impegnato nella ricerca di un amico scomparso, e costruisce successivamente un coro di voci appartenenti ai morti, ai sopravvissuti e alle persone segnate dalla repressione.

La narrazione attraversa una palestra trasformata in obitorio, le celle nelle quali i prigionieri vengono torturati, la censura e le vite di chi, molti anni dopo, continua a convivere con il trauma. Ogni capitolo cambia prospettiva, mostrando come la violenza non termini con la morte delle vittime, ma continui nei ricordi e nei corpi dei sopravvissuti.

Han Kang non riduce le persone uccise a numeri o simboli. Restituisce loro volti, nomi, desideri e relazioni. Raccontare diventa un atto di responsabilità: impedire che il silenzio imposto dal potere si trasformi in oblio. Fonte: Adelphi.

“L’ora di greco”: quando le parole e la vista scompaiono

In “L’ora di greco” si incontrano due persone che stanno perdendo qualcosa di fondamentale. Una donna, segnata da una serie di esperienze traumatiche, ha perduto la capacità di parlare. Il suo insegnante di greco antico, invece, sta progressivamente diventando cieco.

Lei cerca di ritrovare la voce attraverso una lingua antica; lui tenta di conservare le immagini del mondo prima che la vista scompaia completamente. Tra i due nasce una relazione fragile, costruita attraverso esitazioni, silenzi e piccoli gesti.

Il romanzo riflette sulla possibilità di comunicare quando le parole non bastano più. La perdita diventa anche uno spazio d’incontro: due vulnerabilità differenti possono riconoscersi e avvicinarsi senza che una debba necessariamente guarire l’altra.

“Non dico addio”: la memoria della strage di Jeju

In “Non dico addio”, pubblicato in Italia nel 2024, Han Kang torna a interrogare una pagina rimossa della storia coreana. La protagonista Gyeong-ha riceve da un’amica ricoverata in ospedale la richiesta di raggiungere l’isola di Jeju per occuparsi del suo pappagallino.

Durante una violenta tempesta di neve, il viaggio si trasforma in una discesa nella memoria del massacro di Jeju, avvenuto tra il 1948 e il 1949, quando decine di migliaia di civili furono uccisi e molti altri vennero imprigionati o torturati.

Le vicende di tre donne si intrecciano con quelle delle vittime. La neve ricopre il paesaggio, ma non riesce a nascondere le ossa e i ricordi. Dire “non dico addio” significa rifiutare la separazione definitiva e continuare a custodire il legame con coloro che sono stati cancellati dalla storia ufficiale.

Han Kang unisce sogno e realtà, visibile e invisibile, trasformando il romanzo in una candela accesa nel buio della memoria. Fonte: Adelphi.

“Il libro bianco”: scrivere per una vita mai vissuta

Pubblicato in Italia nel 2025, “Il libro bianco” è uno dei testi più intimi e originali dell’autrice. Han Kang parte dal ricordo della sorella maggiore, morta poche ore dopo la nascita, e immagina di offrirle tutte le cose bianche che non ha potuto conoscere.

Le fasce preparate per la neonata, il sale, lo zucchero, la luna, la neve, la schiuma delle onde e il respiro visibile nel gelo compongono un inventario poetico della perdita. Il bianco non rappresenta soltanto la morte o il lutto, ma anche ciò che può rimanere intatto e resistere alla distruzione.

Il libro si muove tra prosa, poesia, meditazione e autobiografia. Scrivere diventa un modo per donare simbolicamente alla sorella la vita che non ha avuto e, nello stesso tempo, per cercare una possibile guarigione attraverso le parole. Fonte: Adelphi.

“La scatola delle lacrime”, la novità italiana del 2026

Nel 2026 Adelphi ha pubblicato in Italia “La scatola delle lacrime”, un breve racconto illustrato destinato ai bambini ma capace di parlare anche agli adulti. La protagonista è una bambina che piange davanti a ogni ombra, suono o piccolo cambiamento del mondo.

Un giorno incontra un misterioso collezionista di lacrime, accompagnato da un uccellino blu. L’uomo sta cercando la lacrima più rara: quella versata senza una ragione particolare e, contemporaneamente, per tutte le ragioni possibili.

Il viaggio della bambina diventa una fiaba sul valore della sensibilità e sulla possibilità che le lacrime non siano soltanto il segno di una debolezza. Possono aiutarci a riconoscere il dolore, attraversarlo e perfino salvarci. Anche in questa storia apparentemente semplice ritorna l’intero universo poetico di Han Kang. Fonte: Adelphi.

La letteratura contro la violenza

Nel discorso pronunciato durante il banchetto del Nobel, Han Kang ha ricordato le domande che accompagnano da sempre la sua scrittura: perché nasciamo, perché esistono il dolore e l’amore e quanto sia difficile rimanere umani anche nei momenti più oscuri.

Per la scrittrice, leggere significa seguire il filo del linguaggio fino all’interiorità di un’altra persona. La letteratura ci permette di immaginare il mondo dalla prospettiva degli altri e, proprio per questo, si oppone agli atti che distruggono la vita.

Non si tratta di una fiducia ingenua nel potere dei libri. Un romanzo non può restituire la vita alle vittime o cancellare le conseguenze della violenza. Può però impedire che quelle esistenze vengano dimenticate e può costringerci a riconoscere nell’altro una persona reale.

Da quale libro cominciare

Chi desidera conoscere Han Kang può iniziare da “La vegetariana”, il suo romanzo più famoso e immediato, anche se profondamente inquietante. Chi vuole comprendere il rapporto tra letteratura e memoria storica può scegliere Atti umani o Non dico addio.

L’ora di greco è particolarmente indicato per chi cerca una storia intima sul linguaggio, sul silenzio e sull’incontro tra due fragilità. Il libro bianco, invece, è il testo ideale per chi ama una scrittura vicina alla poesia e alla meditazione.

Perché leggere Han Kang oggi

La letteratura di Han Kang ci riguarda perché viviamo in un tempo nel quale le immagini della violenza rischiano di diventare abituali e il dolore degli altri può trasformarsi in una notizia rapidamente dimenticata. I suoi libri rallentano il nostro sguardo e ci obbligano a restare davanti alle persone, ai corpi e alle storie che sarebbe più comodo ignorare.

La scrittrice sudcoreana non divide l’umanità tra innocenti perfetti e colpevoli assoluti. Cerca di comprendere la contraddizione che abita ogni essere umano: la capacità di ferire e quella di prendersi cura, la tentazione dell’indifferenza e il bisogno di offrire aiuto.

Dopo il silenzio di Jon Fosse e le visioni apocalittiche di László Krasznahorkai, Han Kang completa idealmente questo percorso nella grande letteratura contemporanea. La sua risposta alla violenza non è il rumore, ma una voce limpida e tenace che continua a pronunciare i nomi dei vivi e dei morti, affinché nessuno venga cancellato una seconda volta.

Fonti consultate: sito ufficiale del Premio Nobel, lezione e discorso pronunciati da Han Kang durante la settimana del Nobel, archivio dell’International Booker Prize e catalogo italiano Adelphi.

GEO: Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura 2024, è una delle voci più importanti della narrativa contemporanea. Attraverso una prosa poetica e intensa, la scrittrice sudcoreana affronta i traumi della storia, la violenza, la memoria, la fragilità del corpo e la necessità di conservare un legame con chi non c’è più.

Per leggere altri approfondimenti dedicati a libri, scrittori e cultura visita Alessandria Post e Italian News Post.

Frase IA: Immagine illustrativa creata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.


Commenti