“Dev’esserci” di José Saramago: la speranza oltre il muro dell’impossibile

Una donna in primo piano tiene una chiave davanti a un antico muro di pietra, mentre attraverso una porta aperta appaiono il mare, la luce del tramonto e un’isola lontana.

Davanti a ogni muro può esistere una porta e, da qualche parte, una chiave: l’immagine della ricerca e della speranza nella poesia Dev’esserci di José Saramago.

In Dev’esserci, José Saramago affida alla poesia una delle aspirazioni più profonde dell’essere umano: la certezza che, oltre ciò che già conosciamo, esista ancora qualcosa da scoprire. Un colore mai visto, una parola nascosta, una chiave capace di aprire la porta che sembrava definitivamente chiusa.

Pier Carlo Lava

Dev’esserci

Deve pur esserci un colore ancora da scoprire,
un intreccio nascosto di parole,
deve pur esserci una chiave capace di aprire

la porta di questo muro smisurato.
Deve pur esserci un’isola più a sud,
una corda più tesa e risonante,
un altro mare che nuoti in un diverso azzurro,

un’altra altezza della voce che sappia cantare meglio.
Poesia venuta tardi, che non riesci
a dire nemmeno la metà di ciò che sai:
non rimani in silenzio quando potresti, né rinneghi

questo corpo affidato al caso, troppo angusto per contenerti.
José Saramago

Traduzione poetica dal portoghese realizzata con l’assistenza dell’intelligenza artificiale

La poesia si apre con un’affermazione ripetuta che possiede il tono di una convinzione e, contemporaneamente, di un desiderio: deve pur esserci qualcosa che ancora non conosciamo. Non è una certezza dimostrata, ma un atto di fiducia pronunciato davanti ai limiti della realtà.

Saramago immagina innanzitutto un colore ancora da scoprire. L’immagine richiama immediatamente tutto ciò che non abbiamo ancora visto, pensato o sperimentato. La realtà non è un territorio completamente esplorato: conserva possibilità nascoste che attendono uno sguardo capace di riconoscerle.

Accanto al colore compare un intreccio segreto di parole. Anche il linguaggio, apparentemente conosciuto e quotidiano, può ancora generare combinazioni inattese. Le parole esistono già, ma il poeta deve trovare il modo nuovo di unirle affinché riescano a esprimere ciò che fino a quel momento è rimasto senza voce.

La chiave e il muro smisurato introducono uno dei contrasti più significativi del componimento. Il muro rappresenta tutto ciò che appare insuperabile: i limiti dell’uomo, le difficoltà della vita, l’impossibilità di comprendere pienamente il mondo e persino l’incapacità delle parole di contenere la totalità dell’esperienza.

Eppure, davanti a quel muro, Saramago non si arrende. Se esiste una porta, deve esistere anche una chiave. In questa intuizione si trova il nucleo più autentico della speranza: non la negazione degli ostacoli, ma la fiducia nella possibilità di attraversarli.

La speranza di Saramago, infatti, non è ingenua. Il poeta vede chiaramente la grandezza del muro e non cerca di ridimensionarlo. Sa che alcune difficoltà possono sembrare sproporzionate rispetto alle nostre forze. Tuttavia continua a cercare il passaggio nascosto, perché accettare l’esistenza del limite non significa rinunciare a superarlo.

Nella seconda parte della poesia lo sguardo si sposta verso nuovi orizzonti. Deve pur esserci un’isola più a sud, un luogo ancora lontano dalle mappe abituali. L’isola diventa il simbolo di una destinazione possibile, di uno spazio nel quale l’essere umano possa ritrovare ciò che nel presente sembra mancare.

Compare poi una corda più tesa e risonante. È un’immagine musicale che esprime il bisogno di raggiungere una vibrazione più intensa e autentica. La vita e la poesia devono trovare una nota capace di risuonare più profondamente, andando oltre le formule già consumate e le parole pronunciate senza convinzione.

Anche l’immagine di un altro mare che nuota in un diverso azzurro suggerisce l’esistenza di possibilità ancora inesplorate. Saramago non cerca soltanto un’altra riva: immagina un mare differente, immerso in un colore nuovo. La speranza non consiste quindi nel ripetere ciò che già conosciamo, ma nel concepire qualcosa che non esiste ancora.

La voce poetica desidera raggiungere un’altezza dalla quale possa cantare meglio. Non si tratta di superiorità, ma di profondità e consapevolezza. Cantare meglio significa trovare un linguaggio più vero, capace di esprimere ciò che normalmente rimane nascosto nell’interiorità.

Negli ultimi quattro versi la poesia si rivolge direttamente a se stessa. È una “poesia tardiva”, arrivata quando il poeta sente che molto tempo è già trascorso. Eppure proprio questo ritardo le conferisce una particolare urgenza: ciò che non è stato detto prima deve essere finalmente pronunciato.

La poesia, tuttavia, non riesce a esprimere nemmeno la metà di ciò che conosce. In questa confessione emerge il limite inevitabile di ogni forma d’arte. Il poeta avverte dentro di sé un universo di pensieri, emozioni e intuizioni, ma sa che le parole possono restituirne soltanto una parte.

Nonostante questa insufficienza, la poesia non tace. Continua a cercare, a interrogare e a tentare nuove combinazioni. Forse non riuscirà mai a dire tutto, ma proprio il suo ostinato tentativo rappresenta una forma di resistenza contro il silenzio.

L’ultimo verso contiene un’immagine straordinariamente intensa: la poesia non riesce a stare dentro il corpo casuale che la ospita. Il corpo umano è limitato, fragile e provvisorio; la parola poetica, invece, aspira a superare il tempo e i confini individuali.

In questa contrapposizione Saramago sembra suggerire che dentro ogni persona possa esistere qualcosa di più grande della sua stessa vita. Un pensiero, un sogno, una speranza o una parola possono eccedere i limiti fisici dell’individuo e continuare il proprio cammino negli altri.

Dev’esserci è quindi una poesia sulla ricerca, ma anche sull’inquietudine creativa. Chi scrive non si accontenta delle risposte disponibili: continua a cercare il colore sconosciuto, la parola nascosta, la chiave perduta e il mare immerso in un altro azzurro.

È proprio questa ricerca a mantenere viva la speranza. Non sappiamo con certezza se troveremo l’isola o riusciremo ad aprire la porta. Ma finché continuiamo a immaginare che una chiave possa esistere, il muro non rappresenta ancora una sconfitta definitiva.

Con pochi versi, José Saramago ci ricorda che la speranza non è attesa passiva. È movimento, immaginazione e ostinazione. È la capacità di guardare un muro smisurato e continuare, nonostante tutto, a cercarne la porta.

Nota sull’opera

Il titolo originale della poesia è Há-de haver. Il componimento appartiene a Os poemas possíveis, raccolta pubblicata per la prima volta nel 1966 e successivamente rivista dall’autore nel 1982. L’opera poetica di Saramago è disponibile in Italia nel volume Feltrinelli Le poesie, curato da Fernanda Toriello.

Una donna guarda con determinazione verso l’osservatore tenendo tra le dita una vecchia chiave. Alle sue spalle si innalza un grande muro di pietra, attraversato da una porta aperta sul mare. Oltre il passaggio si distinguono un’isola lontana e un cielo illuminato dal tramonto. La scena rappresenta simbolicamente il colore ancora da scoprire, la chiave capace di aprire il muro e l’isola più a sud immaginati da José Saramago.

Immagine originale generata con l’intelligenza artificiale per illustrare la recensione della poesia Dev’esserci di José Saramago.

Alessandria, Piemonte, Italia – Una lettura critica di Dev’esserci di José Saramago, poesia dedicata alla ricerca di ciò che ancora non conosciamo e alla speranza di trovare una porta anche davanti ai muri apparentemente insuperabili.

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Nota editoriale: la versione italiana della poesia riportata nell’articolo è una traduzione poetica non ufficiale, realizzata con l’assistenza dell’intelligenza artificiale e sottoposta a revisione editoriale.

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