Davanti alla legge di Franz Kafka: l’attesa che consuma un’intera esistenza

La porta della Legge è aperta, ma l’uomo aspetta per tutta la vita un’autorizzazione che non arriverà mai. 

Una porta aperta, un guardiano e un uomo disposto ad aspettare per tutta la vita il permesso di entrare. Con una vicenda essenziale e apparentemente semplice, Franz Kafka costruisce una delle parabole più enigmatiche e inquietanti della letteratura del Novecento. “Davanti alla legge” racconta l’attesa, la paura dell’autorità e l’incapacità di oltrepassare un limite che forse esiste soprattutto dentro di noi. La porta non viene mai chiusa, eppure l’uomo non trova il coraggio di attraversarla.

Pier Carlo Lava

Davanti alla legge

di Franz Kafka

Davanti alla Legge sta un guardiano.

Un uomo venuto dalla campagna si presenta davanti a lui e chiede di essere ammesso nella Legge. Ma il guardiano gli dice che, per il momento, non può concedergli di entrare.

L’uomo riflette e poi domanda se potrà entrare più tardi.

— È possibile — risponde il guardiano — ma non adesso.

Poiché la porta della Legge è aperta, come sempre, e il guardiano si è fatto da parte, l’uomo si china per cercare di vedere che cosa ci sia al di là dell’ingresso.

Quando se ne accorge, il guardiano ride e dice:

— Se ti attira tanto, prova pure a entrare nonostante il mio divieto. Ricorda, però: io sono potente. E sono soltanto il più insignificante dei guardiani. Di sala in sala ce ne sono altri, ciascuno più potente del precedente. Già la vista del terzo è insopportabile persino per me.

L’uomo venuto dalla campagna non si aspettava simili difficoltà. La Legge dovrebbe essere accessibile a tutti e in ogni momento, pensa.

Ma quando osserva più attentamente il guardiano avvolto nella sua pelliccia, il grande naso appuntito e la lunga, sottile barba tartara e nera, decide che sia preferibile aspettare fino a quando riceverà il permesso di entrare.

Il guardiano gli offre uno sgabello e lo lascia sedere di fianco alla porta.

L’uomo rimane lì per giorni e per anni.

Tenta molte volte di essere ammesso e stanca il guardiano con le sue suppliche. Il guardiano gli rivolge spesso brevi interrogatori: gli domanda della sua terra d’origine e di molte altre cose. Sono, però, domande indifferenti, come quelle che pongono i grandi signori. Alla fine gli ripete sempre che non può ancora lasciarlo entrare.

L’uomo, che per il viaggio si era portato molte cose, utilizza tutto ciò che possiede, per quanto prezioso, nel tentativo di corrompere il guardiano.

Il guardiano accetta ogni cosa, ma gli dice:

— Accetto soltanto perché tu non creda di avere trascurato qualcosa.

Durante tutti quegli anni l’uomo osserva il guardiano quasi senza interruzione. Dimentica l’esistenza degli altri custodi e gli sembra che proprio quel primo guardiano sia l’unico ostacolo che gli impedisca di entrare nella Legge.

Nei primi anni maledice ad alta voce e senza riguardi la propria sfortuna. In seguito, divenuto vecchio, si limita a brontolare fra sé.

Ritorna quasi bambino e, poiché in tanti anni trascorsi a studiare il guardiano ha imparato a riconoscere persino le pulci nascoste nel colletto della sua pelliccia, prega anche loro di aiutarlo e di convincere il custode a cambiare decisione.

Alla fine la sua vista si indebolisce. Non sa se intorno a lui stia diventando realmente più buio oppure se siano soltanto i suoi occhi a ingannarlo.

Nell’oscurità, tuttavia, riesce ancora a distinguere un chiarore che scaturisce, inestinguibile, dalla porta della Legge.

Ormai non gli resta molto da vivere.

Prima della morte, tutte le esperienze accumulate nel corso di quegli anni si raccolgono nella sua mente fino a formare una domanda che non ha mai rivolto al guardiano.

Gli fa un cenno, perché il suo corpo irrigidito non gli permette più di alzarsi.

Il guardiano deve chinarsi profondamente verso di lui, poiché la differenza di statura è diventata, col passare degli anni, ancora più sfavorevole per l’uomo.

— Che cos’altro vuoi sapere adesso? — gli domanda il guardiano. — Sei davvero insaziabile.

— Tutti aspirano alla Legge — dice l’uomo. — Come mai, durante tutti questi anni, nessun altro oltre a me ha chiesto di entrare?

Il guardiano comprende che l’uomo è ormai giunto alla fine e, per riuscire a raggiungere il suo udito quasi spento, gli grida:

— Nessun altro avrebbe potuto essere ammesso da questa porta, perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Adesso me ne vado e lo chiudo.

La porta era aperta, ma l’uomo non l’ha attraversata

Il guardiano non afferma mai che l’uomo non potrà entrare. Gli dice soltanto che non può farlo in quel momento. La porta rimane aperta e il chiarore della Legge continua a filtrare dall’interno, ma l’uomo sceglie di aspettare un’autorizzazione che non arriverà mai.

Kafka non chiarisce che cosa rappresenti esattamente la Legge. Può essere la giustizia, la verità, la libertà, la conoscenza oppure il significato stesso della vita. Il racconto conserva la propria forza proprio perché quella porta può assumere un significato diverso per ciascun lettore.

L’uomo impiega ogni energia nel tentativo di convincere il guardiano, ma non prova mai veramente a oltrepassarlo. Con il passare degli anni finisce per considerare il custode come l’unico centro della propria esistenza, dimenticando ciò che si trova oltre la soglia.

La rivelazione conclusiva rende la parabola ancora più dolorosa: quell’ingresso era stato creato soltanto per lui. Nessun altro avrebbe potuto utilizzarlo. Aspettando il momento giusto e il consenso dell’autorità, l’uomo ha perduto l’unica occasione che gli apparteneva.

Traduzione italiana dall’originale tedesco appositamente realizzata per questa pubblicazione.

Nota editoriale: “Davanti alla legge” di Franz Kafka, pubblicato per la prima volta nel 1915, è proposto a scopo culturale e divulgativo. L’opera originale è di pubblico dominio. La traduzione italiana dal tedesco è stata realizzata appositamente per questa pubblicazione.

GEO: Repubblica Ceca – Praga

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Nota immagine: Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e ispirata al racconto “Davanti alla legge” di Franz Kafka. I personaggi raffigurati sono ricostruzioni narrative e non rappresentano persone reali né lo scrittore.

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