The Testaments, su Disney+ il ritorno a Gilead cambia sguardo ma non fa sconti

 

Le protagoniste della serie The Testaments in un'atmosfera cupa e oppressiva, simbolo del ritorno nella teocrazia di Gilead, nella nuova produzione Disney+.
Con The Testaments, disponibile su Disney+, l'universo narrativo di Gilead si amplia attraverso nuove protagoniste e nuovi punti di vista, mantenendo intatta la forza della critica al potere, all'oppressione e alla perdita delle libertà individuali.

A Gilead le ragazze imparano presto che l’obbedienza non è una virtù: è una condizione imposta. The Testaments, disponibile su Disney+, raccoglie l’eredità pesantissima di The Handmaid’s Tale e la porta avanti con un tono diverso, più giovane e apparentemente più luminoso, senza però attenuare la violenza morale e politica del mondo creato da Margaret Atwood.

Pier Carlo Lava - Alessandria Post - italianewspost.com

La serie, tratta dal romanzo omonimo pubblicato da Atwood nel 2019, non cerca di replicare semplicemente il successo dell’ancella June Osborne. Sposta invece il centro del racconto sulle adolescenti cresciute dentro il regime e su chi, arrivando dall’esterno, ne scopre la ferocia. È una scelta intelligente: Gilead non viene più osservata soltanto attraverso la prigionia di una donna adulta, ma attraverso l’educazione sentimentale, religiosa e sociale di ragazze alle quali è stato insegnato a considerare normale ciò che normale non è.

Le protagoniste sono Agnes Mackenzie, interpretata da Chase Infiniti, giovane devota e disciplinata figlia dell’élite di Gilead, e Daisy, interpretata da Lucy Halliday, arrivata oltreconfine e costretta a confrontarsi con regole che trasformano il corpo femminile, la fede e il matrimonio in strumenti di controllo. Le due si incontrano nell’accademia diretta da Zia Lydia, preparata a formare le future Mogli dei comandanti. È qui che la serie trova la sua immagine più inquietante: corridoi ordinati, abiti dalle tinte morbide, rituali educativi e sorrisi composti che nascondono coercizione, paura e punizioni.

Una nuova generazione davanti alla macchina del potere

Il merito maggiore di The Testaments è di non trattare le giovani protagoniste come semplici copie di June. Agnes e Daisy partono da punti opposti: una è immersa nell’ideologia del regime, l’altra ne conserva la distanza e il sospetto. La loro vicinanza diventa così il luogo in cui si incrina la narrazione ufficiale di Gilead. Non c’è una ribellione facile, né il gusto di trasformare tutto in un’avventura consolatoria: ogni scelta comporta un rischio e ogni scoperta può costare carissima.

Ann Dowd torna nei panni di Zia Lydia, personaggio ancora una volta decisivo. La sua presenza dà continuità con la serie precedente, ma soprattutto restituisce tutta l’ambiguità di una figura che conosce il sistema dall’interno, lo fa funzionare e allo stesso tempo ne vede le crepe. Dowd è bravissima nel rendere Lydia indecifrabile: terribile quando impone la disciplina, quasi protettiva in certi passaggi, mai davvero rassicurante. È il volto di un potere che sa essere materno soltanto per governare meglio.

Più colori, la stessa oscurità

Rispetto a The Handmaid’s Tale, la fotografia amplia la tavolozza cromatica e l’ambientazione scolastica introduce un’apparenza da racconto di formazione. Ma è solo una superficie. Sotto gli abiti delle “ragazze Prugna”, le lezioni di comportamento e le cerimonie della comunità resta intatta la sostanza della distopia: il controllo dei corpi, la cancellazione dell’autonomia, la religione piegata a linguaggio di dominio. Proprio il contrasto tra forma elegante e contenuto brutale rende molte scene ancora più disturbanti.

La serie ha un ritmo meno febbrile di alcuni momenti dell’opera precedente e richiede allo spettatore di entrare gradualmente nelle nuove dinamiche. Ma questa lentezza iniziale ha una funzione: mostrare quanto il totalitarismo possa diventare quotidiano quando nasce nelle abitudini, nella scuola, nelle famiglie e nelle parole che non vengono mai messe in discussione.

Una serie necessaria, non facile

Non è una visione leggera, e non vuole esserlo. The Testaments parla di autoritarismo, fanatismo, disuguaglianza e libertà femminile; temi che, nella realtà contemporanea, rendono la distopia di Atwood meno remota di quanto si vorrebbe. La forza della serie è proprio qui: non offre solo un seguito per chi ha amato The Handmaid’s Tale, ma apre una riflessione sul modo in cui i diritti possono essere erosi poco alla volta, spesso mentre qualcuno sostiene di voler riportare ordine e protezione.

Chi conosce già l’universo di Gilead ritroverà atmosfere e personaggi familiari, ma non avrà l’impressione di assistere a una ripetizione. Chi arriva per la prima volta può seguirla, anche se vedere almeno i passaggi essenziali di The Handmaid’s Tale aiuta a cogliere pienamente il peso delle eredità e dei legami che muovono la storia. In dieci episodi, la prima stagione costruisce una nuova prospettiva, dolorosa e coinvolgente, sul prezzo della disobbedienza.

In definitiva, The Testaments è un seguito riuscito: meno concentrato sull’icona dell’ancella, più attento alla nascita di una coscienza nelle giovani donne di Gilead. Non addolcisce il mondo di Atwood, lo guarda da un’altra altezza. E scopre che, anche quando tutto sembra già deciso, una domanda può ancora essere l’inizio della libertà.

Per ulteriori approfondimenti: la pagina ufficiale italiana di Disney+ e il romanzo I testamenti di Margaret Atwood.

GEO: The Testaments su Disney+ è il sequel di The Handmaid’s Tale, ispirato al romanzo di Margaret Atwood: una nuova generazione di ragazze affronta il regime di Gilead tra obbedienza, paura e desiderio di libertà.

Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

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