“Siamo tutti morti” di Michela Intropido: il timore di perdere la propria umanità

 

Una figura solitaria osserva l’orizzonte in un campo scuro, mentre un piccolo germoglio illuminato emerge dalla terra.
Nel silenzio di un paesaggio attraversato dalla luce, un germoglio simboleggia la vita che resiste allo smarrimento della coscienza.

Recensione a cura di Pier Carlo Lava - Alessandria Post

Ricevo e pubblico la poesia Siamo tutti morti di Michela Intropido, un componimento essenziale e inquieto che conduce il lettore dentro il malessere della voce poetica. Il testo non formula giudizi su avvenimenti determinati e non indica responsabili: esprime una sofferenza interiore, ponendo al centro la coscienza, la vita e il timore di smarrire la propria umanità.

SIAMO TUTTI MORTI

Una tenace nausea
accompagna il viaggio
dei miei giorni.

Penso ai drammi di guerra
silenziati
da droni psicologici
mandati a sorvegliare
le menti dissidenti.

“Colpevoli!
Colpevoli!
Agiscono
secondo leggi morali!!!”

Aiutami Dio
chiunque tu sia
a non perdermi.

Alimenta
i tuoi insegnamenti
nel rispetto essenziale del credo:
la vita.

Non esiste credo senza vita.

Siamo tutti morti.

Michela Intropido

Recensione

Ci sono poesie che cercano la musicalità e altre che nascono dalla necessità di dare una forma immediata a un turbamento. Siamo tutti morti appartiene a questa seconda dimensione: procede attraverso versi brevi, parole isolate e improvvise variazioni del tono, restituendo il senso di un’inquietudine che non riesce a trovare riposo.

L’espressione iniziale, «Una tenace nausea», introduce un malessere persistente. L’aggettivo “tenace”, abitualmente associato alla forza e alla resistenza, viene accostato alla nausea, trasformandola in una presenza che accompagna la quotidianità dell’io poetico. Il «viaggio / dei miei giorni» assume così il significato di un’esistenza attraversata da una profonda fatica interiore.

La voce pensa ai «drammi di guerra / silenziati». Il riferimento rimane generale e privo di coordinate precise: ciò che conta, nella poesia, è la percezione soggettiva di un dolore che rischia di non essere più ascoltato. Il testo non descrive un singolo avvenimento, ma rappresenta il disagio provato davanti alla sofferenza umana.

L’immagine dei «droni psicologici» è la più aspra e inconsueta del componimento. Nell’ambito del linguaggio poetico può essere letta come metafora delle pressioni che condizionano il pensiero e alimentano la paura di non potersi esprimere liberamente. Non è una descrizione concreta, ma una figura attraverso la quale l’autrice rende visibile una sensazione di sorveglianza e soffocamento interiore.

La strofa racchiusa tra virgolette introduce una voce diversa:

“Colpevoli!
Colpevoli!
Agiscono
secondo leggi morali!!!”

La ripetizione di «Colpevoli!» possiede un effetto quasi teatrale. Sembra provenire da un tribunale indefinito o dalla parte più angosciata della coscienza. Il verso «Agiscono / secondo leggi morali» costruisce un paradosso: il comportamento morale, invece di essere riconosciuto come valore, viene trasformato in motivo di accusa. Anche i tre punti esclamativi contribuiscono a comunicare concitazione, esasperazione e smarrimento.

Dopo questa brusca tensione, la poesia assume la forma di una preghiera:

Aiutami Dio
chiunque tu sia
a non perdermi.

È il passaggio più intimo del componimento. L’invocazione non definisce Dio e non impone una precisa appartenenza religiosa. Quel «chiunque tu sia» esprime una ricerca spirituale aperta, accompagnata dalla richiesta di non perdere se stessi. La voce poetica non domanda certezze o soluzioni, ma la forza di custodire la propria coscienza.

Il verso «Non esiste credo senza vita» rappresenta il centro morale della poesia. La vita viene indicata come principio essenziale, precedente a qualsiasi convinzione o appartenenza. È una frase semplice e assoluta, alla quale l’autrice affida il significato più universale del componimento.

La conclusione, «Siamo tutti morti», riprende il titolo e coinvolge l’intera collettività. Non indica una morte reale, ma una possibile condizione interiore: la perdita della sensibilità, della partecipazione e della capacità di riconoscersi nella fragilità altrui. L’impiego del plurale impedisce alla voce poetica di collocarsi al di sopra degli altri; anche chi scrive si include nel medesimo interrogativo.

Una riflessione

Siamo tutti morti è una poesia costruita più sull’urgenza che sull’armonia. La frammentazione dei versi, le ripetizioni e la punteggiatura marcata rispecchiano lo stato d’animo dell’io poetico. Alcune immagini sono volutamente dure, perché il testo non cerca di rassicurare il lettore, ma di renderlo partecipe di un disagio.

Michela Intropido consegna alla pagina una domanda essenziale: come proteggere la propria umanità quando il dolore sembra diventare qualcosa di abituale? La poesia non fornisce risposte e non sostiene una tesi politica. Rimane nello spazio personale della coscienza, affidando alla vita il valore dal quale ripartire.

Conclusione

Con un linguaggio diretto e privo di ornamenti, Siamo tutti morti esprime il timore di una morte morale che può nascere dall’indifferenza e dallo smarrimento. Il verso conclusivo non è una sentenza, ma un richiamo a non perdere la propria capacità di sentire.

È una poesia inquieta e spirituale, nella quale la fragilità individuale diventa una riflessione universale sulla coscienza e sul valore irrinunciabile della vita.

Recensione di Siamo tutti morti di Michela Intropido, una riflessione poetica sulla coscienza, sulla vita e sul timore di perdere la propria umanità.

GEO: Alessandria, Piemonte, Italia

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Immagine creata con intelligenza artificiale a scopo esclusivamente illustrativo, senza riferimenti a persone o avvenimenti reali.

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