Saggio / Esej: Giuliana Donzello "La Biennale delle polemiche. L'apertura del vaso di Pandora / Biennale kontrowersji. Otwarcie puszki Pandory".


Traduzione in lingua polacca Izabella Teresa Kostka.
Przekład z języka włoskiego Izabella Teresa Kostka.
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"La Biennale delle polemiche. L’apertura del vaso di Pandora".



Nella storia ultracentenaria della Biennale di Venezia non sono mai mancati momenti di splendore e di grandi ombre, ma l’istituzione ha sempre finito col trovare la risposta per una soluzione che rispettasse la dignità degli attori e il suo prestigio. È sempre riuscita a imporsi sul palcoscenico delle arti come uno spazio di sperimentazione autentica, uno spazio di libertà.
Alla sua scadenza biennale la città di Venezia si trasforma in un centro di gravitazionale dell’arte di oggi, e con i suoi numerosi padiglioni, i tanti eventi collaterali e progetti speciali che patrocina, consolida un rito tanto atteso quanto celebrato in perfetta autonomia. E tuttavia la recente compartecipazione di sponsor, collezionisti e gallerie, fondazioni che ricorda più lo spirito di una fiera che un laboratorio di idee, ci pone di fronte a una riflessione: resiste ancora l’utopia, quegli spazi di rottura che in passato hanno aperto ad artisti che con le loro opere hanno sfidato il sistema dall’interno ed il ruolo curatoriale in primis? La Biennale è ancora capace di generare un senso autentico e di attirare artisti ancora liberi di esprimersi e non disposti a cedere a un ingranaggio che tiene insieme le istanze critiche con le necessità finanziarie. O è tutto un compromesso nel quale ognuno si barcamena come può o crede?
Una risposta univoca sembra impossibile. La bellezza di Venezia è un perfetto palcoscenico che seduce e solleva nel contempo tanti interrogativi, ovvero la capacità di un pubblico un tempo tanto educato attraverso le mostre e informato, ma forse oggi incapace di cogliere la distanza esistente tra l’arte e l’industria dell’arte, in quel confine che pare impercettibile, all’interno del quale lo stesso dissenso si configura come un’altra diversa forma di consenso e dove l’arte pare influenzata dalle dinamiche di potere e dalle strategie di mercato.
Attecchiscono i temi politici, sociali ed ecologici, a testimonianza di una sensibilità culturale in linea con le sfide del nostro tempo, ma nel contempo rischiano di trasformarsi in una formula prevedibile, in cui le urgenze globali s’incorporano in un’estetica standardizzata che trasformano la Biennale in un’arena di narrazioni che rispondono alle necessità di un pubblico sempre più internazionale e selettivo. Eppure la Biennale manifesta in sé il più grande dei paradossi: da una parte si presenta come il luogo della sperimentazione e della libertà creativa, dall’altra è un evento che vive grazie a un sistema economico che ne determina in larga parte le scelte. Ne sono esempio i padiglioni nazionali, spesso finanziati da istituzioni pubbliche e sponsor privati, e la selezione degli artisti segue logiche che non sempre coincidono con una reale volontà di innovazione. Allo stesso modo, le gallerie commerciali che svolgono un ruolo sempre più centrale nella promozione e nella visibilità degli artisti presenti in mostra.
A chi si chiede se la Biennale abbia ancora motivo di esistere, il vero interrogativo dovrebbe essere come potrebbe evolvere per ritornare a quella che era ed è stata, in nome di quella autenticità dell’arte che la vede forse usurata dal suo stesso successo. Ma come è stato notato da alcuni adepti, alla fine, la Biennale è uno specchio: riflette non solo le tendenze dell’arte, ma anche le contraddizioni della società che la produce. E forse è proprio in questa ambiguità, in questa tensione irrisolta, che risiede il suo valore più profondo.
Ma veniamo agli antefatti.
Il 5 maggio, giorno del vernissage della 61^ Biennale d’arte di Venezia 2026, riservato alla stampa selezionata, ha visto l’apertura di uno dei padiglioni più affollati, quello della Russia, evento al centro di un braccio di ferro fra il Ministro della Cultura italiano, Giuli, il Presidente della Biennale Buttafuoco, e le posizioni assunte dal governo italiano, quindi privato, come ha precisato la Biennale. Non c’è stato alcun invito formale alla Russia, che tuttavia era lì ai giardini con il suo padiglione aperto.
Riguardo al regime sanzionatorio europeo dal quale è colpito il suo presidente per i crimini commessi contro l’umanità, il mancato rispetto dei diritti umani e le misure restrittive legate alla guerra in Ucraina, definita una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite, diverse figure del mondo culturale e scientifico sono cadute sotto il mirino del Consiglio dell’Unione europea e del suo nuovo regolamento 2026/509, accusate di sostenere l’occupazione e la propaganda del Cremlino 
Nella seduta del Consiglio del 19 dicembre 2024, i leader europei hanno affermato il sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, e abbracciato la disponibilità di nuove sanzioni a Mosca.
“Noi ci siamo occupati del Padiglione Centrale, non di quelli nazionali” ha precisato il Presidente della Biennale Buttafuoco, facendo spallucce a quanti chiedevano motivazioni sulla partecipazione della Russia all’esposizione internazionale.
”La Biennale non deve essere una vetrina per la Russia”, che nel frattempo aveva allestito il suo padiglione, questo il monito di Bruxelles, che minaccia di bloccare i due milioni di euro destinati al Cinema.
Tempestivo l’intervento del Ministero della Cultura, contrario alla partecipazione russa, ha redatto  un documento e predisposto il sopralluogo di ispettori del  Ministero per verificare la situazione,  raccogliere prove sulle effettive decisioni operate dalla Biennale, la quale fa sapere di “aver compiuto in ogni momento una verifica di rispetto delle sanzioni sui progetti, ma ha verificato fin dove possibile sulla base delle informazioni a disposizione, l’osservanza della normativa da parte dei progetti presentati”. E aggiunge che in base alle sanzioni vigenti la Federazione Russa non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico.
Dal verbale redatto per l’inaugurazione della mostra, la Biennale chiarisce in modo netto che la Federazione Russa non è stata formalmente invitata e non ha sottoscritto alcun documento di partecipazione, com’è invece previsto per altri soggetti coinvolti. A sottolineato inoltre l’assenza di un protocollo consolidato per l’esigenza di manutenzioni dei padiglioni nazionali.
La Russia, come tanti altri Paesi, è proprietaria di un Padiglione a Venezia, ai Giardini della Biennale. Lo riapre in occasione dell’evento veneziano dedicato alle Arti Figurative. E ciò è avvenuto dopo un’assenza di alcuni anni legata alla guerra d’Ucraina. Ovviamente ciò avviene di norma con il parere positivo del suo Presidente Pietrangelo Buttafuoco; ma parere non vuol dire permesso, anche se la situazione è apparsa inficiata già in questa fase, malgrado tutti gli stati riconosciuti dall’Italia godano del diritto di presenza, a maggior ragione quelli che possiedono un proprio Padiglione.
Viste le premesse si sono subito formati due fronti: quello governativo contrario alla presenza russa (anche se con diverse posizioni all’interno del Governo), e quello più variegato e meno politicamente identificabile, ma pronto ad accusare di protagonismo il Presidente Buttafuoco. Quindi, mentre la Biennale è impegnata a difendere le proprie posizioni, dichiarando di essere certa di non aver violato le sanzioni contro la Russia, il Ministero ha provveduto a mandare – come si è visto gli ispettori a controllare, aprendo alla possibilità di un commissariamento dell’Ente.
Ma non tutti conoscono la storia della Biennale, che è Ente Autonomo di respiro internazionale, incrocio di intelligenze, di creatività, di diversità artistiche e intellettuali, quindi sostanzialmente la Biennale difende tuttora le sue posizioni, certa di non aver violato le sanzioni contro la Russia, dall’altro lato il Ministro della Cultura Giuli attende il resoconto dei suoi ispettori, attento alle minacce del Consiglio d’Europa.
L’istituzione veneziana pare chiusa in una bolla, come messa sotto tutela, mentre gli ispettori raccontano del rischio tremendo di una sua potenziale perdita di credibilità. Né sono mancati gli eccessi da ambo le posizioni, anche dell’opinione pubblica; i negazionisti paventano sulla direzione artistica del Padiglione la “longa manus” di Putin, anche se i curatori, gli artisti, le commissioni di base e i membri delle Accademie sono nominati dai rispettivi governi. Al riguardo, nel caso concreto resta tuttavia un dubbio: c’è da fidarsi del Presidente russo, noti i precedenti verso i dissidenti del suo regime, e per come ama circondarsi in ogni settore di personaggi politicamente a lui fedelissimi?
C’è peraltro nella Biennale un certo scollamento con la storia di un proprio illustre passato che non viene preso ad esempio. Limitarsi alla semplice ospitalità degli Stati è fortemente riduttivo. Di fronte a momenti di contestazione, disaccordi con artisti o movimenti, ha saputo cogliere lo spirito dei tempi nel loro rapporto con l’arte e gli stessi artisti, affrontando le contraddizioni, accogliendo le innovazioni, come i dubbi e le tante domande che le si sono presentati. Che dire, ad esempio dei “casi De Chirico”, il maestro della metafisica, spirito contradditorio non insolito a denunciare la Biennale, salvo poi parteciparvi con un numero cospicuo di opere, o le bastonate con l’ombrello di Ojetti per critiche non gradite.
Il caso più eclatante resta tuttavia quello della prima avanguardia italiana, non accettata dalla commissione, perché i futuristi non erano capiti, e la conseguente mostra anti biennale dei “pesarini”, sostenuti da Nino Barbantini ed accolti a Ca’ Pesaro dove egli copriva il ruolo di direttore della Galleria internazionale d'arte moderna e delle Esposizioni della Fondazione Bevilacqua La Masa in Ca' Pesaro fin dal 1907.

Ma per tornare alle misure restrittive operate dal Consiglio dell’Unione, nel suo mirino sono rientrate figure come Mikhail Piotrovsky, direttore dell’Ermitage di San Pietroburgo, per aver sostenuto attivamente e giustificato la guerra contro l’Ucraina. Altri nomi figurano nella lista dei colpiti dal provvedimento: Sergej Gennadievič Obryvalin, vice primo ministro della Cultura della Federazione russa, per aver firmato “lettere bianche” di autorizzazione di scavi archeologici in Crimea. Andrej Vladimirovič Polyakov, direttore dell’istituto per la storia della cultura dell’Accademia delle scienze russa, per aver condotto tra il 2014 e il 2023 scavi in Crimea senza il consenso dell’Ucraina, e per avervi normalizzato la presenza russa, con la sistematica appropriazione del territorio. Una leadership la sua, considerata determinante per l’esecuzione di attività illegali.
Non ultimo Nikolaj Andreevič Makarov direttore dell’istituto di Archeologia dell’Accademia delle scienze russa, responsabile delle operazioni scientifiche, tecniche ed economiche dell’istituto; uno stratega nello sfruttamento archeologico della Crimea occupata.

Su un versante simile, una manifestazione “anti Israele” ha visto la chiusura di una ventina di Padiglioni, tra i Giardini e l’Arsenale alla Biennale, per lo sciopero dei lavoratori della Cultura, contro la presenza del Padiglione israeliano e il genocidio in corso in Palestina. Tra essi: Austri, Belgio, Egitto, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar, Malta, Cipro, Ecuador, Regno Unito e Arti Applicate, ma l’elenco è in contino aggiornamento.
Questi gli antefatti che hanno visto Henna Virkkunen ferma nella volontà di bloccare i 2 milioni di euro, qualora la violazione della Biennale confermasse la decisione di aprire la mostra il 9 maggio, giorno dedicato alla celebrazione della pace, non certo per la Russia.
In sintesi tre sono gli aspetti sui quali ci si deve soffermare per una lettura obiettiva e un’azione risolutiva che vada presa nel rispetto delle territorialità, dei regolamenti e soprattutto dell’arte: 
1° Il Padiglione russo è un territorio russo ospitato su territorio italiano; 
2°: Putin è colpito come terrorista per i crimini commessi contro l’umanità dalle sanzioni dell’UE per decreto del Consiglio europeo; 
3° la Biennale è un ente autonomo, libero nelle sue decisioni. 

Ma proprio per questo avrebbe forse potuto far tesoro dell’intelligenza e dell’illuminazione dei protagonisti della sua passata vita gloriosa e chiudere l’ingresso alla Russia, e nel contempo ospitare nel Padiglione Centrale gli artisti russi che meglio esprimevano il linguaggio di una poetica nazionale.

Giuliana Donzello 

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"Biennale kontrowersji. Otwarcie puszki Pandory”.


W ponadstuletniej historii Biennale w Wenecji nigdy nie brakowało momentów wielkiego blasku ani głębokich cieni, jednak instytucja ta zawsze potrafiła znaleźć rozwiązanie, które szanowało godność uczestników i chroniło jej prestiż. Zawsze umiała jawić się na scenie sztuki jako przestrzeń autentycznego eksperymentu oraz wolności.

Co dwa lata Wenecja zamienia się w grawitacyjne centrum współczesnej sztuki, a dzięki licznym pawilonom, wydarzeniom towarzyszącym i projektom specjalnym, którym patronuje, umacnia rytuał kulturalny równie wyczekiwany, co celebrowany w duchu pełnej autonomii. A jednak niedawne współuczestnictwo sponsorów, kolekcjonerów, galerii i fundacji, bardziej przypominające atmosferę targów niż laboratorium idei, skłania nas do refleksji: czy utopia wciąż istnieje? Czy przetrwały jeszcze te przestrzenie przełomu, które w przeszłości otwierały drogę artystom zdolnym swoimi dziełami podważać system od wewnątrz, a przede wszystkim umocnić jeszcze samą rolę kuratora?
Czy Biennale jest jeszcze zdolne do tworzenia autentycznego znaczenia i przyciąga artystów wciąż wolnych w swojej ekspresji, niegotowych podporządkować się mechanizmowi, które potrafi pogodzić krytyczne postulaty z finansową koniecznością? A może wszystko stało się kompromisem, w którym każdy radzi sobie, jak potrafi lub jak uważa za słuszne?

Jednoznaczna odpowiedź wydaje się raczej niemożliwa. Piękno Wenecji stanowi doskonałą scenę, która jednocześnie uwodzi i rodzi liczne pytania przede wszystkim o zdolności poznawcze danej publiczności, niegdyś kształtowanej przez wystawy i dobrze poinformowanej, dziś być może niezdolnej do dostrzeżenia dystansu między sztuką a przemysłem sztuki. Granica ta wydaje się niemal niedostrzegalna, a w jej obrębie sam sprzeciw przybiera postać kolejnej formy zgody, podczas gdy sztuka zdaje się coraz bardziej podlegać dynamikom władzy i czystym  strategiom rynku.
Tematy polityczne, społeczne i ekologiczne zakorzeniają się coraz silniej, świadcząc o kulturowej wrażliwości zgodnej z wyzwaniami naszych czasów, lecz jednocześnie ryzykują przekształceniem się w przewidywalną formułę, w której globalne problemy zostają wchłonięte przez standardową estetykę. W efekcie Biennale staje się areną narracji odpowiadających oczekiwaniom coraz bardziej międzynarodowej i selektywnej publiczności. A jednak Biennale ucieleśnia największy z paradoksów: z jednej strony przedstawia się jako miejsce eksperymentu i twórczej wolności, z drugiej strony jest wydarzeniem funkcjonującym dzięki systemowi ekonomicznemu, który w dużej mierze determinuje jego wybory.
Przykładem są pawilony narodowe, często finansowane przez instytucje publiczne oraz prywatnych sponsorów, a także selekcja artystów, podporządkowana logikom nie zawsze zbieżnym z rzeczywistą wolą innowacji. Podobnie galerie komercyjne odgrywają coraz bardziej centralną rolę w promocji i w budowaniu widoczności artystów obecnych na wystawie.

Tym, którzy pytają, czy Biennale ma jeszcze rację bytu, należałoby odpowiedzieć, że prawdziwe pytanie brzmi raczej tak: jak mogłoby się ono rozwinąć, by powrócić do tego, czym było i czym potrafiło być w imię autentyczności sztuki, która być może została nadwyrężona przez własny sukces. Jak zauważyli jednak niektórzy wtajemniczeni, Biennale jest ostatecznie lustrem, gdyż odbija nie tylko tendencje sztuki, lecz także sprzeczności samego społeczeństwa, które ją tworzy.
I być może to właśnie w tej dwuznaczności, w tym nierozwiązanym napięciu, tkwi jej najgłębsza wartość.
Przejdźmy jednak do wydarzeń poprzedzających całą sytuację.
5 maja, w dniu wernisażu 61° Biennale Sztuki w Wenecji 2026, przeznaczonego dla wyselekcjonowanej prasy, otwarto jeden z najliczniej odwiedzanych pawilonów -  pawilon rosyjski. Wydarzenie to znalazło się w centrum przeciągania liny między włoskim ministrem kultury Giulim, prezesem Biennale Buttafuoco a stanowiskiem włoskiego rządu, a więc, jak podkreśliło samo Biennale, prywatnej inicjatywy. Nie wystosowano żadnego formalnego zaproszenia dla Rosji, która mimo to była obecna w Giardini ze swoim otwartym pawilonem.
W odniesieniu do europejskiego reżimu sankcyjnego, którym objęty został jego przewodniczący za zbrodnie przeciwko ludzkości, łamanie praw człowieka oraz środki restrykcyjne związane z wojną w Ukrainie, uznaną za jawne naruszenie Karty Narodów Zjednoczonych,  wiele postaci ze świata kultury i nauki znalazło się na celowniku Rady Unii Europejskiej oraz nowego rozporządzenia 2026/509. Oskarżono je o wspieranie okupacji i propagandy Kremla.

Podczas posiedzenia Rady z 19 grudnia 2024 roku, europejscy przywódcy potwierdzili swoje poparcie dla niepodległości, suwerenności i integralności terytorialnej Ukrainy w granicach uznanych przez społeczność międzynarodową oraz opowiedzieli się za możliwością nałożenia nowych sankcji na Moskwę.

"My zajmowaliśmy się Pawilonem Centralnym, a nie pawilonami narodowymi”-  sprecyzował prezes Biennale Buttafuoco, wzruszając ramionami wobec tych, którzy domagali się wyjaśnień dotyczących udziału Rosji w międzynarodowej wystawie.

"Biennale nie może być witryną dla Rosji” - takie ostrzeżenie płynęło tymczasem z Brukseli, podczas gdy Rosja zdążyła już przygotować swój pawilon. Unia Europejska zagroziła w związku z tym zablokowaniem dwóch milionów euro przeznaczonych na sektor filmowy. Szybko zareagowało na to włoskie Ministerstwo Kultury, sprzeciwiające się rosyjskiemu udziałowi. Sporządziło ono dokument oraz zleciło wizję lokalną inspektorów ministerialnych, mającą na celu zweryfikowanie sytuacji i zebranie dowodów dotyczących rzeczywistych decyzji podjętych przez Biennale. Sama instytucja poinformowała, że "na każdym etapie przeprowadzała kontrolę zgodności projektów z obowiązującymi sankcjami, sprawdzając na tyle, na ile było to możliwe, w oparciu o dostępne informacje przestrzeganie przepisów przez przedstawione projekty”. Dodaje również, że zgodnie z obowiązującymi sankcjami Federacja Rosyjska nie mogłaby uzyskać zezwoleń niezbędnych do otwarcia pawilonu dla publiczności.
W protokole sporządzonym z okazji inauguracji wystawy Biennale jednoznacznie wyjaśnia, że Federacja Rosyjska nie została formalnie zaproszona i nie podpisała żadnego dokumentu uczestnictwa, jak ma to miejsce w przypadku innych podmiotów biorących udział w wydarzeniu. Podkreślono także brak utrwalonego protokołu regulującego kwestie koniecznych prac konserwacyjnych w pawilonach narodowych.

Rosja, podobnie jak wiele innych państw, jest właścicielem pawilonu w Wenecji, w Giardini Biennale. Otwiera go ponownie z okazji weneckiego wydarzenia poświęconego sztukom wizualnym. Stało się to po kilkuletniej przerwie związanej z wojną w Ukrainie. Oczywiście odbywa się to zazwyczaj za pozytywną opinią prezesa Biennale, Pietrangela Buttafuoco. Opinia nie oznacza jednak pozwolenia, choć sytuacja wydawała się już na tym etapie budzić wątpliwości, mimo że wszystkie państwa uznawane przez Włochy mają prawo obecności, tym bardziej te posiadające własny pawilon.
Wobec takich okoliczności szybko uformowały się dwa obozy: rządowy, przeciwny obecności Rosji, choć z różnicami stanowisk wewnątrz samego rządu oraz drugi, bardziej zróżnicowany i mniej jednoznacznie polityczny, gotowy jednak oskarżać prezesa Buttafuoco o nadmierny protagonizm.

Podczas gdy Biennale stara się bronić swojego stanowiska, deklarując pewność, że nie naruszyło sankcji wobec Rosji, ministerstwo, jak już wspomniano, wysłało inspektorów w celu przeprowadzenia szczegółowej kontroli, otwierając tym samym możliwość objęcia instytucji zarządem komisarycznym.
Nie wszyscy jednak znają historię Biennale, które jest autonomiczną instytucją o międzynarodowym znaczeniu, miejscem spotkania inteligencji, kreatywności oraz różnorodności artystycznej i intelektualnej. Z jednej strony Biennale nadal broni więc swojego stanowiska, przekonane, że nie złamało sankcji wobec Rosji, z drugiej strony zaś minister kultury Giuli oczekuje raportu swoich inspektorów, pozostając uważnym na groźby płynące ze strony Rady Europejskiej. 

Wenecka instytucja wydaje się zamknięta w bańce, jakby objęta nadzorem, podczas gdy inspektorzy mówią o ogromnym ryzyku potencjalnej utraty jej wiarygodności. Nie brakowało również przesady po obu stronach sporu, także w opinii publicznej. Negacjoniści dopatrują się w kierownictwie artystycznym rosyjskiego pawilonu "longa manus” Putina, choć kuratorzy, artyści, komisje programowe i członkowie akademii są mianowani przez odpowiednie rządy. W tym konkretnym przypadku pozostaje jednak pytanie: czy można ufać rosyjskiemu prezydentowi, biorąc pod uwagę jego wcześniejsze działania wobec dysydentów reżimu oraz sposób, w jaki otacza się w każdej dziedzinie ludźmi politycznie wobec niego bezwzględnie lojalnymi?
W Biennale dostrzegalne jest ponadto pewne oderwanie od historii własnej chwalebnej przeszłości, która nie jest dziś traktowana jako punkt odniesienia. Ograniczanie się jedynie do gościnności wobec państw jest podejściem bardzo redukcyjnym. W obliczu momentów protestu, sporów z artystami czy ruchami artystycznymi, Biennale potrafiło przecież uchwycić ducha epoki w jego relacji ze sztuką i z samymi twórcami, mierząc się ze sprzecznościami, przyjmując innowacje, ale także wątpliwości i liczne pytania, które się pojawiały.
Co powiedzieć choćby o "sprawach De Chirica”  mistrza metafizyki, ducha pełnego sprzeczności, który nierzadko atakował Biennale, by później samemu uczestniczyć w nim z pokaźną liczbą dzieł, albo o słynnych "ciosach" zadawanych parasolką przez Ojettiego w odpowiedzi na nieprzychylne krytyki?
Najbardziej spektakularnym przypadkiem pozostaje jednak historia pierwszej włoskiej awangardy, odrzuconej przez komisję, ponieważ futuryści nie byli rozumiani. W konsekwencji doszło do powstania antybiennalowej wystawy "pesarinich”, wspieranych przez Nina Barbantiniego i goszczonych w Ca’ Pesaro, gdzie od 1907 roku pełnił on funkcję dyrektora Międzynarodowej Galerii Sztuki Nowoczesnej oraz wystaw Fundacji Bevilacqua La Masa mieszczących się właśnie w Ca’ Pesaro począwszy od 1907 roku. 

Wracając jednak do środków restrykcyjnych zastosowanych przez Radę Unii Europejskiej, to na jej celowniku znalazły się postaci takie jak Michaił Piotrowski, dyrektor Ermitażu w Petersburgu, oskarżony o aktywne wspieranie i usprawiedliwianie wojny przeciwko Ukrainie.
Na liście osób objętych sankcjami znaleźli się również: Siergiej Giennadijewicz Obrywalin, wiceminister kultury Federacji Rosyjskiej, za podpisywanie "białych listów” upoważniających do prowadzenia wykopalisk archeologicznych na Krymie; Andriej Władimirowicz Polakow, dyrektor Instytutu Historii Kultury Akademii Nauk Rosji, za prowadzenie w latach 2014–2023 wykopalisk na Krymie bez zgody Ukrainy oraz za normalizowanie rosyjskiej obecności poprzez systematyczne zawłaszczanie terytorium. Jego przywództwo uznano za kluczowe dla realizacji nielegalnych działań.
Wśród objętych sankcjami znalazł się również Nikołaj Andriejewicz Makarow, dyrektor Instytutu Archeologii Rosyjskiej Akademii Nauk, odpowiedzialny za działalność naukową, techniczną i gospodarczą instytutu; uznawany za stratega archeologicznej eksploatacji okupowanego Krymu.
Na podobnym froncie doszło również do manifestacji "antyizraelskiej”, która doprowadziła do zamknięcia około dwudziestu pawilonów między Giardini a Arsenałem podczas Biennale. Był to strajk pracowników kultury protestujących przeciw obecności pawilonu izraelskiego oraz trwającemu, jak określali protestujący,  ludobójstwu w Palestynie. Wśród zamkniętych znalazły się pawilony: Austrii, Belgii, Egiptu, Litwy, Luksemburga, Polski, Słowenii, Hiszpanii, Szwajcarii, Turcji, Finlandii, Holandii, Irlandii, Kataru, Malty, Cypru, Ekwadoru, Wielkiej Brytanii oraz sekcja Sztuk Stosowanych, przy czym lista ta była stale aktualizowana.
To właśnie te wydarzenia poprzedziły zdecydowane stanowisko Henny Virkkunen, gotowej zablokować dwa miliony euro finansowania, jeśli naruszenie przepisów przez Biennale potwierdziłoby decyzję o otwarciu wystawy 9 maja tj. w dniu poświęconym celebracji pokoju, z pewnością nie Rosji.
W skrócie istnieją trzy kwestie, nad którymi należy się zatrzymać, aby dokonać obiektywnej analizy i podjąć rozwiązania respektujące terytorialność, regulaminy, a przede wszystkim samą sztukę:
1. Pawilon rosyjski jest terytorium rosyjskim znajdującym się na terytorium Włoch
2. Putin został objęty sankcjami UE  na mocy decyzji Rady Europejskiej  jako odpowiedzialny za zbrodnie przeciwko ludzkości.
3. Biennale jest instytucją autonomiczną, wolną w swoich decyzjach.

Właśnie dlatego być może mogło ono skorzystać z inteligencji i wizjonerstwa bohaterów swojej dawnej, chwalebnej historii: zamknąć wejście dla Rosji jako państwa, a jednocześnie gościć w Pawilonie Centralnym tych rosyjskich artystów, którzy najlepiej wyrażają język narodowej poetyki.

Giuliana Donzello

Giuliana Donzello, foto pubblicata con il consenso dell'autrice
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