Rinunciare alle cure costa due volte: malattie più gravi e nuove spese per il Servizio sanitario

Medico e infermiera illustrano gli esami diagnostici a un paziente seduto sul letto di una struttura ospedaliera.
Un paziente esamina con medico e infermiera i risultati degli accertamenti: diagnosi e terapie rinviate possono rendere il percorso di cura più complesso. 

Rinviare una visita o un esame non comporta automaticamente un aggravamento della malattia, ma può ritardare una diagnosi, interrompere il controllo di una patologia cronica o impedire un intervento precoce. Il primo costo ricade sulla persona, che rischia di affrontare condizioni più difficili da curare; il secondo può ricadere sul Servizio sanitario nazionale, chiamato successivamente a fornire trattamenti, ricoveri e assistenza più complessi. È questo il possibile effetto a lungo termine delle liste d’attesa e delle rinunce determinate dalle difficoltà economiche.

Pier Carlo Lava

Quasi 5,8 milioni di rinunce non sono soltanto un problema individuale

Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone, pari al 9,9 per cento della popolazione italiana, hanno dichiarato di aver rinunciato, pur avendone bisogno, ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico. Nel 2019 la quota era del 6,4 per cento.

Le motivazioni indicate con maggiore frequenza sono state le lunghe liste d’attesa e il costo delle prestazioni. Il 6,8 per cento della popolazione ha segnalato problemi collegati all’attesa, mentre il 5,3 per cento ha indicato ragioni economiche. Le due percentuali possono sovrapporsi, perché una persona può incontrare entrambe le difficoltà.

Questi dati, presentati dall’Istat alla Commissione Affari sociali della Camera il 7 luglio 2026, misurano una domanda sanitaria rimasta insoddisfatta nell’insieme del settore pubblico e privato. Non permettono di sapere quanti cittadini abbiano subito un peggioramento clinico a causa della rinuncia, né quale sarebbe stato il risultato della prestazione non effettuata.

Consentono però di individuare un rischio: milioni di visite e accertamenti ritenuti necessari non sono stati eseguiti. Fra quelle prestazioni potevano esserci controlli ordinari rinviabili senza conseguenze, ma anche esami capaci di individuare precocemente una patologia o visite necessarie per modificare una terapia.

Non ogni attesa provoca un danno, ma il tempo ha un valore clinico

La prudenza è indispensabile. Non sarebbe corretto sostenere che ogni visita rimandata produca automaticamente una malattia più grave o un costo aggiuntivo per il sistema sanitario. Alcune condizioni restano stabili, alcuni sintomi scompaiono spontaneamente e alcune prestazioni possono essere riprogrammate senza compromettere la salute.

Esistono però situazioni nelle quali il tempo costituisce una componente della cura. Per questo le prescrizioni sono accompagnate da classi di priorità: Urgente, Breve, Differita e Programmata. La classificazione dovrebbe assicurare che la prestazione venga eseguita entro un intervallo compatibile con il bisogno clinico.

Se il tempo previsto non viene rispettato, il rischio dipende dalla patologia, dall’età del paziente, dai sintomi e dalla velocità con cui la condizione può evolvere. Non è quindi il semplice numero dei giorni a stabilire il danno, ma la distanza fra il tempo effettivo di attesa e quello clinicamente appropriato.

Una visita dermatologica per una lesione sospetta, un controllo cardiologico dopo nuovi sintomi e un accertamento programmato per una condizione stabile non possono essere valutati nello stesso modo. La qualità del sistema dipende dalla sua capacità di riconoscere queste differenze e di proteggere prima di tutto i pazienti a maggiore rischio.

Quando la diagnosi arriva più tardi

La diagnosi precoce non garantisce sempre la guarigione e non tutte le malattie possono essere individuate in una fase iniziale. In molti casi, tuttavia, riconoscere tempestivamente una patologia permette di iniziare prima il trattamento, utilizzare terapie meno invasive o controllare la progressione.

In oncologia lo stadio della malattia al momento della diagnosi rappresenta spesso un elemento decisivo nella scelta terapeutica. Una neoplasia localizzata può richiedere un percorso diverso rispetto a una malattia già diffusa. Occorre comunque evitare generalizzazioni: ogni tumore presenta caratteristiche biologiche differenti e alcune forme possono progredire anche quando vengono diagnosticate rapidamente.

Il Ministero della Salute continua a finanziare programmi dedicati agli screening e alla diagnosi precoce proprio perché intercettare alcune condizioni prima della comparsa di complicazioni può migliorare le possibilità di trattamento. Fra le aree di ricerca individuate figurano la diagnosi precoce delle demenze, il monitoraggio delle complicanze del diabete, l’estensione dello screening mammografico e l’individuazione dei soggetti a rischio per il tumore del pancreas. Il documento del Ministero sui programmi di ricerca e prevenzione evidenzia il ruolo assegnato all’intercettazione precoce delle malattie.

È però importante distinguere lo screening dalla diagnosi. Lo screening viene offerto a persone senza sintomi appartenenti a determinate fasce di popolazione; la diagnosi riguarda invece chi presenta sintomi, segni clinici o risultati sospetti. Una lista d’attesa può interferire con entrambi i percorsi, ma con conseguenze e priorità differenti.

Le malattie croniche possono peggiorare senza controlli

Il problema non riguarda soltanto i tumori. Diabete, ipertensione, insufficienza cardiaca, malattie respiratorie e renali richiedono controlli periodici, esami e adeguamenti terapeutici.

Un paziente che rinuncia alla visita può continuare ad assumere una terapia non più adeguata oppure non accorgersi del progressivo peggioramento di alcuni parametri. Anche in questo caso non è possibile attribuire automaticamente ogni complicazione alla prestazione saltata. La malattia può evolvere nonostante un’assistenza corretta e molteplici fattori influenzano il risultato.

Il controllo regolare consente però di intervenire sui segnali iniziali, migliorare l’aderenza alle terapie e correggere i fattori di rischio. Quando questo percorso si interrompe, aumenta la possibilità che il paziente torni al sistema soltanto durante una fase acuta, rivolgendosi al pronto soccorso o richiedendo un ricovero.

È una delle ragioni per le quali la riforma dell’assistenza territoriale attribuisce importanza alle Case della comunità, ai medici di famiglia, agli infermieri di comunità e al monitoraggio domiciliare. Una rete capace di seguire continuativamente i pazienti cronici può ridurre il rischio che un problema gestibile sul territorio si trasformi in un’emergenza ospedaliera.

Il rinvio può trasformare una cura semplice in un percorso complesso

Una prestazione tempestiva può avere un costo limitato: una visita, un esame di laboratorio, un’ecografia o una modifica della terapia. Se la condizione peggiora, possono rendersi necessari ulteriori accertamenti, farmaci più impegnativi, ricoveri, riabilitazione e assistenza domiciliare.

Non significa che ogni euro speso nella prevenzione produca automaticamente un risparmio superiore. Alcuni programmi di prevenzione richiedono investimenti elevati, possono generare esami successivi e devono essere valutati sulla base delle prove scientifiche. Anche una diagnosi anticipata può aumentare temporaneamente la spesa, perché porta il sistema a trattare prima un numero maggiore di persone.

Il vantaggio non può essere misurato soltanto attraverso il risparmio immediato. Deve comprendere gli anni di vita in buona salute, la riduzione della disabilità, la capacità di continuare a lavorare e la minore necessità di assistenza familiare e sociale.

Parlare di un costo doppio significa quindi considerare due piani: quello clinico, relativo alla persona che può affrontare una malattia più avanzata, e quello collettivo, rappresentato dalle risorse sanitarie, previdenziali e assistenziali che potrebbero diventare necessarie.

Esiste anche un costo che non compare nel bilancio sanitario

Quando una malattia peggiora, le conseguenze non riguardano soltanto ospedali e aziende sanitarie. Il paziente può perdere giornate di lavoro, ridurre la propria attività o avere bisogno dell’aiuto quotidiano di un familiare.

Il caregiver può a sua volta rinunciare a ore lavorative, utilizzare ferie o sostenere spese di trasporto. Una condizione temporanea può trasformarsi in una limitazione prolungata, con effetti sul reddito dell’intera famiglia.

Questi costi indiretti non compaiono sempre nel bilancio del Servizio sanitario, ma ricadono comunque sulla società. Comprendono assenze dal lavoro, perdita di produttività, prestazioni previdenziali, sostegno sociale e attività di cura non retribuita svolta all’interno delle famiglie.

La tempestività dell’assistenza ha quindi una dimensione economica più ampia rispetto al prezzo della singola visita. Una prestazione eseguita al momento appropriato può non evitare la malattia, ma può ridurne in alcuni casi l’impatto sulla vita della persona e sulla rete familiare.

Il paradosso di chi ritorna al pubblico dopo aver rinunciato

Una persona può rinunciare a una visita perché non trova una disponibilità tempestiva nel pubblico e non può sostenere il costo di quella privata. Se i sintomi peggiorano, il cittadino torna comunque al Servizio sanitario, spesso attraverso il canale meno programmabile e più oneroso: il pronto soccorso.

Il pronto soccorso non può diventare la risposta ordinaria alle difficoltà di accesso alla specialistica. È organizzato per riconoscere e trattare le emergenze, non per sostituire controlli ambulatoriali, percorsi diagnostici e presa in carico territoriale.

Quando il cittadino non riesce a ottenere assistenza prima, il sistema rischia di incontrarlo nel momento peggiore: durante una crisi, con una situazione clinica più complessa e senza un percorso già organizzato. L’ospedale deve allora ricostruire la storia, effettuare accertamenti e decidere rapidamente se siano necessari osservazione o ricovero.

Il costo non deriva da una colpa del paziente. Chi affronta difficoltà economiche o un’attesa incompatibile con la propria vita può non avere alternative realistiche. Il problema riguarda la capacità complessiva del sistema di offrire una porta d’ingresso accessibile prima dell’emergenza.

I primi dati del 2026 mostrano un miglioramento da consolidare

Il primo bollettino Agenas sulle liste d’attesa, pubblicato il 21 luglio 2026, segnala un aumento delle prestazioni erogate. Le prenotazioni relative alle 14 prime visite specialistiche e ai 22 esami diagnostici monitorati sono passate da 13,3 milioni nel primo semestre 2025 a 14,9 milioni nello stesso periodo del 2026.

Agenas riferisce che oltre 1,6 milioni di prestazioni aggiuntive sono state garantite entro i tempi previsti e registra un miglioramento soprattutto nelle classi Urgente e Breve. Rimangono criticità nell’attribuzione delle priorità e differenze fra Regioni e prestazioni.

Il bollettino Agenas sul primo semestre 2026 rappresenta un passo importante verso un monitoraggio nazionale più uniforme. L’aumento dell’attività, tuttavia, dovrà essere confrontato nel tempo con la riduzione delle rinunce, degli accessi impropri al pronto soccorso e dei ricoveri potenzialmente evitabili.

Misurare soltanto quante prestazioni vengono effettuate non basta. Occorre conoscere quante richieste rimangono senza risposta, quanti cittadini rifiutano una disponibilità perché troppo lontana e quante persone abbandonano il percorso prima di ricevere la diagnosi.

Recuperare chi è uscito dal percorso

Le liste d’attesa vengono generalmente gestite partendo dalle persone già presenti nelle agende. Rimane però il problema di chi non ha prenotato, ha rinunciato dopo aver conosciuto il tempo proposto o non è stato richiamato dopo un accertamento.

Medici di famiglia, Case della comunità e sistemi informativi potrebbero aiutare a individuare i pazienti che interrompono controlli importanti. Un richiamo mirato è particolarmente utile per le persone con malattie croniche, per chi deve completare un percorso diagnostico e per coloro che non partecipano ai programmi di screening.

Questa attività deve essere svolta nel rispetto della privacy e senza trasformare ogni prestazione saltata in un allarme. L’obiettivo è evitare che il cittadino scompaia dal sistema proprio quando avrebbe maggiore bisogno di essere accompagnato.

Servono inoltre procedure chiare per i casi nei quali il tempo massimo non può essere rispettato. Il paziente dovrebbe ricevere una proposta alternativa all’interno della rete pubblica o accreditata senza dover ricominciare personalmente la ricerca da zero.

Curare in tempo è una politica sanitaria ed economica

Ridurre le rinunce non significa promettere visite immediate per qualsiasi richiesta. Significa assicurare che la priorità clinica venga riconosciuta, che l’attesa sia trasparente e che le difficoltà economiche non impediscano l’esecuzione di una prestazione necessaria.

Il sistema dovrebbe valutare il costo dell’intero percorso e non soltanto quello della singola visita. Rinviare una prestazione può sembrare nell’immediato una spesa non sostenuta, ma può trasformarsi successivamente in un bisogno assistenziale più complesso. Questo esito non è inevitabile, ma è abbastanza plausibile da rendere la tempestività una parte essenziale della programmazione sanitaria.

Il primo costo della rinuncia è personale: ansia, dolore, incertezza e possibile peggioramento della salute. Il secondo è collettivo: maggiori prestazioni, ricoveri, farmaci, riabilitazione e assistenza che possono diventare necessari quando la condizione viene affrontata più tardi.

Un Servizio sanitario sostenibile non è quello che rimanda il maggior numero di prestazioni, ma quello che riesce a intervenire nel momento in cui la cura produce il maggior beneficio. Ridurre le liste d’attesa non rappresenta quindi soltanto una risposta al disagio dei cittadini. Può essere anche una forma di prevenzione e un investimento sulla futura tenuta del sistema.

Frase GEO

Rinviare visite ed esami non provoca sempre un aggravamento, ma può ritardare diagnosi e terapie, aumentando la complessità delle cure e i possibili costi futuri per il Servizio sanitario nazionale.

Per approfondire è possibile consultare il documento del Ministero della Salute sui programmi di prevenzione e diagnosi precoce e il bollettino Agenas sul monitoraggio delle liste d’attesa.

Contenuto elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale e verificato, integrato e supervisionato dall’autore.

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