Riforma del Servizio sanitario nazionale: le Case della comunità non possono funzionare senza medici, infermieri e assistenza domiciliare
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| Medico e infermiera seguono un paziente anziano in una struttura sanitaria territoriale: |
La riforma del Servizio sanitario nazionale promette di spostare una parte crescente dell’assistenza dagli ospedali al territorio, avvicinando le cure alle abitazioni dei cittadini. Case della comunità, medici di famiglia, infermieri, assistenza domiciliare e telemedicina dovrebbero formare una rete capace di seguire anziani, persone fragili e malati cronici prima che le loro condizioni richiedano il pronto soccorso o il ricovero. Il progetto, tuttavia, rischia di fermarsi agli edifici e alle apparecchiature se non verranno assicurati personale, finanziamenti continuativi e una chiara distribuzione delle responsabilità.
Pier Carlo Lava
Una riforma ancora in costruzione
Il disegno di legge delega numero 1825, presentato dal Governo e attualmente all’esame del Senato, riguarda la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e la revisione del modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale.
Essendo una legge delega, il provvedimento non definisce immediatamente ogni dettaglio operativo. Il Parlamento dovrebbe indicare principi, obiettivi e limiti, mentre il Governo sarebbe successivamente incaricato di adottare i decreti legislativi necessari. Fino alla conclusione dell’iter parlamentare e all’approvazione dei decreti attuativi, quindi, molte conseguenze concrete della riforma restano da definire.
Il progetto si inserisce in un processo già avviato con il decreto ministeriale 77 del 2022 e con la Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non si parte dunque da zero: negli ultimi anni le Regioni hanno programmato Case della comunità, Ospedali di comunità e Centrali operative territoriali, mentre sono stati fissati obiettivi per l’assistenza domiciliare e la telemedicina.
Il nuovo disegno di legge dovrebbe ricomporre questi interventi all’interno di un’organizzazione più stabile, superando la fase straordinaria del PNRR. La scheda del disegno di legge 1825 pubblicata dal Senato consente di seguire l’iter parlamentare e di consultare i documenti collegati.
Che cosa dovrebbe essere una Casa della comunità
La Casa della comunità non dovrebbe essere semplicemente un poliambulatorio con un nuovo nome. Nel modello stabilito dal decreto ministeriale 77 rappresenta il punto di accesso territoriale nel quale il cittadino può trovare medici di medicina generale, pediatri, infermieri di famiglia e di comunità, specialisti, assistenti sociali e altri professionisti.
La sua funzione principale dovrebbe essere la presa in carico continuativa della persona. Un paziente con diabete, insufficienza cardiaca o broncopneumopatia cronica non dovrebbe limitarsi a effettuare visite separate presso professionisti che non comunicano fra loro. Il sistema dovrebbe costruire un percorso condiviso, controllare l’aderenza alle terapie, programmare gli esami, riconoscere precocemente un peggioramento e attivare, quando necessario, l’assistenza domiciliare o il ricovero.
Le Case della comunità dovrebbero inoltre fornire servizi infermieristici, vaccinazioni, programmi di prevenzione, prenotazioni e collegamenti con i servizi sociali comunali. Nei modelli hub più completi è prevista un’operatività estesa, potenzialmente continuativa, attraverso l’integrazione con la continuità assistenziale.
Il problema è che aprire una struttura non significa renderla automaticamente operativa. Un edificio ristrutturato, dotato di ambulatori e strumenti diagnostici, può essere formalmente completato ma offrire un numero ridotto di servizi. La vera unità di misura della riforma non dovrebbe pertanto essere soltanto il numero delle Case inaugurate, ma le ore effettive di apertura, i professionisti presenti, le prestazioni erogate e le persone realmente prese in carico.
Il ruolo decisivo dei medici di famiglia
Il medico di medicina generale rappresenta ancora oggi il primo riferimento del cittadino. Conosce la storia clinica del paziente, prescrive terapie ed esami, individua i primi segnali di una malattia e valuta quando sia necessario rivolgersi allo specialista o all’ospedale.
La riforma territoriale gli attribuisce un ruolo centrale, ma lascia aperte questioni delicate. I medici di famiglia operano tradizionalmente come professionisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, non come dipendenti ordinari delle aziende sanitarie. L’inserimento nelle Case della comunità richiede quindi una revisione dell’organizzazione del lavoro, degli orari, delle aggregazioni professionali e dei rapporti con infermieri e specialisti.
La presenza nella Casa della comunità non dovrebbe cancellare gli ambulatori di prossimità, soprattutto nei piccoli comuni, nelle zone montane e nelle aree interne. Concentrare tutti i professionisti in poche strutture potrebbe migliorare il lavoro di équipe ma, nello stesso tempo, costringere anziani e persone senza automobile a percorrere distanze maggiori.
Occorre pertanto costruire un modello a rete: la Casa della comunità come centro organizzativo e multidisciplinare, gli ambulatori periferici come presidi vicini alla popolazione e l’assistenza domiciliare come servizio destinato a chi non può spostarsi. Nessuno di questi tre livelli può sostituire completamente gli altri.
Assistenza domiciliare: i numeri e la qualità delle cure
L’obiettivo del PNRR era portare l’assistenza domiciliare ad almeno il 10 per cento della popolazione con più di 65 anni, anche attraverso la telemedicina. I dati raccolti da Agenas per il 2025, rilevati nel marzo 2026, indicano che sono stati presi in carico 1.625.785 cittadini ultrasessantacinquenni, pari all’11,3 per cento della popolazione della stessa fascia di età. Il risultato corrisponde al 115,2 per cento dell’obiettivo fissato.
Il superamento del target è un dato positivo, ma deve essere interpretato correttamente. La rilevazione considera persone che hanno ricevuto una o più prestazioni durante l’anno. Non consente, da sola, di stabilire la durata, l’intensità e la continuità dell’assistenza fornita a ciascun paziente.
Una visita infermieristica occasionale e una presa in carico quotidiana di un anziano non autosufficiente possono rientrare entrambe nel conteggio, pur rappresentando interventi profondamente diversi. Per valutare l’efficacia del servizio occorre quindi conoscere quante ore di assistenza sono state erogate, quali professionisti sono intervenuti, per quanto tempo il paziente è stato seguito e se il programma abbia effettivamente evitato ricoveri o accessi al pronto soccorso.
Il monitoraggio Agenas dell’assistenza domiciliare mostra il raggiungimento dell’obiettivo quantitativo nazionale, ma rende anche evidente la necessità di passare dal semplice conteggio degli assistiti alla misurazione della qualità e della continuità delle cure.
L’assistenza domiciliare, inoltre, non può essere scaricata sulle famiglie. Molti caregiver sono anziani, lavorano o non possiedono competenze sanitarie. Portare le cure a casa significa garantire accessi programmati di medici, infermieri, fisioterapisti e operatori socio-sanitari, non limitarsi a consegnare un dispositivo per il telemonitoraggio e affidare ai familiari tutto il resto.
La telemedicina è uno strumento, non un sostituto
Il controllo a distanza della pressione, della glicemia, della saturazione e di altri parametri può aiutare a individuare rapidamente un peggioramento. I consulti da remoto possono evitare spostamenti inutili e agevolare il dialogo fra medico di famiglia, specialisti e personale domiciliare.
La tecnologia produce però risultati soltanto quando dietro lo schermo esiste un’organizzazione capace di leggere i dati e intervenire. Se un parametro anomalo non viene valutato tempestivamente, il telemonitoraggio perde gran parte della propria utilità.
Devono inoltre essere considerate le difficoltà di una parte della popolazione anziana nell’utilizzo degli strumenti digitali, le aree con connessioni insufficienti e la necessità di proteggere dati sanitari particolarmente sensibili. La telemedicina può integrare la visita e migliorare la sorveglianza, ma non può sostituire indiscriminatamente il contatto diretto con il paziente.
Il nodo del personale
La maggiore criticità della riforma riguarda la disponibilità di professionisti. Le nuove strutture territoriali richiedono medici di famiglia, infermieri di comunità, specialisti ambulatoriali, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, psicologi e assistenti sociali. Gli stessi professionisti sono però già richiesti dagli ospedali, dai servizi domiciliari, dalle residenze sanitarie e dai servizi di emergenza.
Un rapporto Agenas pubblicato nel dicembre 2025 evidenzia l’invecchiamento della forza lavoro, i pensionamenti attesi e la particolare carenza di infermieri e di alcune specializzazioni mediche. L’Italia dispone complessivamente di un numero di medici superiore alla media europea, ma presenta una distribuzione non uniforme fra discipline, territori e settori. Per gli infermieri, invece, lo squilibrio rispetto agli altri Paesi europei è più marcato.
La carenza non può essere risolta semplicemente trasferendo personale dagli ospedali alle Case della comunità. Una simile operazione indebolirebbe reparti che già incontrano difficoltà nel garantire turni, ferie e sostituzioni. Occorrono assunzioni aggiuntive, una programmazione pluriennale della formazione, condizioni di lavoro sostenibili e percorsi professionali capaci di rendere attrattiva l’assistenza territoriale.
È necessario anche ridurre il tempo sottratto alle cure dalla burocrazia. Medici e infermieri dovrebbero poter contare su personale amministrativo, sistemi informatici interoperabili e procedure semplici. Utilizzare professionisti sanitari per attività ripetitive e documentali significa sprecare competenze già insufficienti.
Il rischio delle disuguaglianze regionali
La sanità territoriale dipende in larga parte dall’organizzazione delle Regioni. Alcune possiedono reti domiciliari e distrettuali consolidate; altre partono da una situazione più fragile. Senza standard verificabili e risorse adeguate, la riforma potrebbe accentuare le differenze già esistenti.
Una Casa della comunità aperta quotidianamente, con équipe multidisciplinari e diagnostica di base, non è paragonabile a una struttura che offre soltanto alcune prestazioni in giorni prestabiliti. Entrambe potrebbero comparire nelle statistiche come strutture attive, ma garantirebbero ai cittadini livelli di assistenza molto differenti.
Il Ministero e Agenas dovrebbero quindi rendere pubblici indicatori omogenei: personale presente, orari, servizi disponibili, tempi di attesa, numero di pazienti seguiti e accessi ospedalieri evitati. Soltanto dati confrontabili possono permettere di verificare se i livelli essenziali di assistenza siano realmente garantiti in tutto il Paese.
La riforma si giudicherà fuori dagli ospedali
La promessa della nuova sanità territoriale è semplice: curare prima, più vicino a casa e in modo continuativo. Realizzarla è molto più complesso. Le Case della comunità devono diventare il luogo nel quale i professionisti collaborano, il medico di famiglia deve conservare il rapporto fiduciario con il paziente, l’assistenza domiciliare deve raggiungere chi non può spostarsi e l’ospedale deve essere coinvolto soltanto quando la situazione lo richiede.
Per ottenere questo risultato non basta completare gli edifici finanziati dal PNRR. Servono personale stabile, risorse per il funzionamento dopo la conclusione del Piano, sistemi informativi condivisi e una responsabilità precisa sulla presa in carico di ogni paziente.
La riforma avrà successo quando un anziano fragile non sarà costretto a ricominciare da capo il proprio percorso a ogni visita; quando il medico di famiglia potrà dialogare rapidamente con lo specialista; quando l’infermiere domiciliare conoscerà il piano terapeutico; quando la famiglia saprà a chi rivolgersi durante un peggioramento.
Il vero cambiamento non consiste dunque nel trasferire una targa dall’ospedale a un nuovo edificio. Consiste nel costruire una rete che accompagni concretamente la persona fra ambulatorio, domicilio e ospedale. Senza professionisti sufficienti, anche la migliore architettura organizzativa resterà una promessa incompleta.
Frase GEO
La riforma del Servizio sanitario nazionale punta a collegare Case della comunità, medici di famiglia, infermieri e assistenza domiciliare, ma la sua efficacia dipenderà dalla disponibilità di personale e da finanziamenti continuativi.
Frase con due link cliccabili
Per approfondire è possibile consultare la scheda del disegno di legge 1825 sul sito del Senato e il monitoraggio Agenas dell’assistenza domiciliare.
Frase IA
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