Quando l’agitazione diventa un’emergenza sanitaria: contenimento, soccorso e protocolli negli interventi più difficili

 

Operatori sanitari assistono un uomo in difficoltà mentre due agenti di polizia osservano a distanza, lasciando spazio al dialogo.
Un intervento coordinato tra sanitari e forze dell’ordine basato sul dialogo, sulla valutazione medica e sulla riduzione della tensione. 

Il caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento della polizia e dei sanitari, pone una questione che va oltre la singola vicenda giudiziaria: come devono essere gestite le persone in uno stato di forte agitazione, soprattutto quando rappresentano un possibile pericolo per sé stesse o per gli altri? Sulle cause della morte e sulle eventuali responsabilità nel caso bolognese dovranno pronunciarsi i consulenti e la magistratura. Il “tema del giorno dopo” riguarda invece la prevenzione: quali procedure possono ridurre i rischi per la persona soccorsa, gli agenti, i sanitari e i cittadini presenti?

Pier Carlo Lava

Una persona agitata non è necessariamente soltanto aggressiva

Quando una pattuglia o un’ambulanza intervengono per una persona che urla, si muove in modo incontrollato, appare confusa o non risponde alle richieste degli operatori, la situazione può essere interpretata inizialmente come un problema di ordine pubblico. In realtà, dietro un comportamento fortemente agitato possono esserci cause molto diverse: una crisi psichiatrica, un’intossicazione, l’astinenza da alcol o sostanze, un trauma cranico, una riduzione dell’ossigenazione, un’alterazione della glicemia, un’infezione, una condizione neurologica, un problema cardiaco oppure un grave aumento della temperatura corporea.

L’agitazione deve quindi essere considerata anche una possibile emergenza medica. Il Royal College of Emergency Medicine britannico utilizza l’espressione acute behavioural disturbance, ossia disturbo comportamentale acuto, precisando che non si tratta di una diagnosi ma di un quadro clinico con molte possibili cause. Alcune persone possono presentare tachicardia, respirazione accelerata, sudorazione intensa, temperatura elevata, paura, panico, attività fisica continua e una resistenza apparentemente insolita. Dietro questi segnali può svilupparsi una condizione fisiologica seria, con acidosi metabolica, ipertermia o sofferenza cardiaca. Le indicazioni sono contenute nelle linee guida del Royal College of Emergency Medicine.

In passato è stata utilizzata frequentemente l’espressione “delirio eccitato”, ma questa definizione è oggi molto contestata e non è riconosciuta come diagnosi autonoma in diversi sistemi sanitari. Utilizzarla in modo generico rischia di trasformare una descrizione del comportamento in una spiegazione automatica della morte. È più corretto parlare di agitazione comportamentale acuta e ricercarne le cause attraverso una valutazione clinica.

La prima risposta dovrebbe essere la de-escalation

Quando le condizioni lo permettono, la prima strategia dovrebbe essere la de-escalation verbale e ambientale. Significa ridurre rumori, persone e stimoli intorno al soggetto, mantenere una distanza di sicurezza, utilizzare un tono calmo, evitare movimenti improvvisi, presentarsi chiaramente e cercare di comprendere che cosa abbia provocato la crisi. Se sono presenti familiari o persone conosciute, il loro aiuto può essere utile, purché non aumenti la tensione.

La de-escalation non è sempre possibile. Una persona potrebbe non essere in grado di comprendere, potrebbe tentare di ferirsi o aggredire qualcuno oppure trovarsi in mezzo al traffico. In questi casi un contenimento fisico può diventare necessario, ma dovrebbe rappresentare l’ultima risorsa, essere proporzionato al pericolo concreto e durare il minor tempo possibile. Non è sufficiente ordinare a una persona di calmarsi quando il suo cervello e il suo organismo non sono più in grado di rispondere normalmente.

Le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence, organismo sanitario britannico, indicano che gli operatori devono lavorare come una squadra, conoscere i rispettivi ruoli e individuare una persona responsabile del coordinamento. Raccomandano inoltre di evitare, quando possibile, di portare il paziente a terra e di utilizzare la posizione prona, cioè a faccia in giù, soltanto per il tempo strettamente necessario. Queste indicazioni non costituiscono norme italiane, ma rappresentano un importante riferimento tecnico internazionale. Sono consultabili sul sito del NICE.

La posizione a faccia in giù e il rischio respiratorio

Il rapporto tra immobilizzazione prona e morte improvvisa è oggetto di un lungo dibattito scientifico. Gli studi condotti in condizioni controllate su persone sane non hanno sempre riscontrato alterazioni respiratorie clinicamente significative. La situazione reale, però, può essere molto diversa: la persona potrebbe avere malattie pregresse, essere intossicata, obesa, surriscaldata, esausta dopo una lunga colluttazione o presentare un’acidosi metabolica. Potrebbe inoltre subire una pressione sul torace, sul collo o sull’addome.

Una revisione scientifica pubblicata nel 2025 sottolinea che la mortalità associata alla posizione prona è rara e difficile da quantificare, ma non può essere considerata inesistente. Gli studi prospettici hanno registrato migliaia di immobilizzazioni senza decessi, mentre le analisi retrospettive hanno individuato casi nei quali la posizione prona e le modalità di contenimento potrebbero avere contribuito all’esito fatale. Gli autori chiedono dati più completi e una collaborazione tra medicina legale, forze di polizia, sanità pubblica e istituzioni. La ricerca è pubblicata su Forensic Science International.

Il principio prudenziale è quindi chiaro: nessuna tecnica di contenimento può essere considerata completamente priva di rischi. Quando una persona viene immobilizzata, non dovrebbe essere esercitata una pressione capace di ostacolare il torace, il collo, l’addome, la bocca o il naso. Una volta controllato il pericolo immediato, dovrebbe essere portata appena possibile in una posizione che faciliti la respirazione.

Parlare non significa necessariamente respirare bene

Uno degli errori più pericolosi consiste nel ritenere che una persona capace di parlare o gridare non possa essere in difficoltà respiratoria. Pronunciare alcune parole non esclude un peggioramento dell’ossigenazione, soprattutto quando la respirazione è rapida, la persona è esausta o continua a compiere un intenso sforzo muscolare contro il contenimento.

Frasi come “non riesco a respirare”, richieste ripetute di aiuto, un improvviso silenzio, la cessazione della resistenza, la perdita di tono muscolare, una colorazione anomala della pelle o una riduzione dello stato di coscienza devono essere considerate segnali d’allarme. Il fatto che una persona smetta di opporsi non significa necessariamente che si sia tranquillizzata: potrebbe essere entrata in una fase di esaurimento o di grave compromissione fisica.

Durante il contenimento dovrebbe essere individuato un operatore incaricato specificamente di controllare vie aeree, respirazione, circolazione e livello di coscienza. Quando disponibili, saturimetro, frequenza cardiaca, pressione arteriosa e temperatura possono fornire informazioni importanti, ma non devono sostituire l’osservazione diretta. Dopo la cessazione del contenimento, il monitoraggio dovrebbe continuare per il tempo clinicamente necessario.

Polizia e sanitari devono operare come una sola squadra

Gli interventi più delicati si collocano in una zona nella quale sicurezza e soccorso sanitario si sovrappongono. Gli agenti possono essere indispensabili per impedire aggressioni o allontanare pericoli; i sanitari devono valutare le condizioni fisiche e stabilire l’eventuale necessità di farmaci, rianimazione o trasporto urgente in ospedale. Se le due componenti agiscono senza un coordinamento chiaro, possono verificarsi ritardi, incomprensioni e sovrapposizioni.

Un modello più sicuro dovrebbe prevedere un rapido confronto iniziale: chi coordina l’intervento, quale pericolo deve essere neutralizzato, chi controlla la respirazione, quando ridurre il contenimento e quali informazioni trasferire al personale del pronto soccorso. Anche una breve riunione operativa di pochi secondi, quando la situazione lo permette, può chiarire ruoli e priorità.

Un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato all’accoglienza e alla valutazione dei pazienti con problemi psichiatrici nei servizi di emergenza ricorda che le forze dell’ordine che accompagnano il paziente collaborano alla sua gestione e sorveglianza. Il punto centrale dovrebbe però rimanere la natura sanitaria dell’intervento: una volta controllato il pericolo immediato, la persona agitata deve essere considerata un paziente da valutare, non soltanto qualcuno da immobilizzare.

Farmaci sedativi: una scelta esclusivamente clinica

In alcune situazioni può essere necessario ricorrere alla sedazione farmacologica rapida, ma la decisione spetta ai medici e deve essere accompagnata da attrezzature e personale capaci di affrontare possibili complicazioni. I sedativi possono ridurre l’agitazione e lo sforzo fisico, ma possono anche provocare depressione respiratoria, ostruzione delle vie aeree, alterazioni della pressione o aritmie.

Non esiste quindi un farmaco universalmente sicuro per ogni situazione. La scelta dipende dalle condizioni del paziente, dalle sostanze eventualmente assunte, dalle malattie pregresse e dalla disponibilità di un ambiente adeguato al monitoraggio e alla rianimazione. La sedazione non può essere utilizzata come punizione o semplice mezzo di controllo, ma soltanto come trattamento sanitario quando l’agitazione impedisce una valutazione indispensabile o crea un pericolo grave.

Formazione congiunta, registrazione dei tempi e revisione degli interventi

La prevenzione passa soprattutto attraverso la formazione congiunta di poliziotti, carabinieri, personale delle ambulanze e medici dell’emergenza. Non basta conoscere singolarmente le tecniche operative: occorre esercitarsi insieme in scenari realistici, imparando a riconoscere l’agitazione come possibile sintomo medico, applicare la de-escalation, ridurre il contenimento e intervenire immediatamente davanti a un peggioramento.

Ogni episodio dovrebbe essere documentato indicando la ragione del contenimento, la posizione utilizzata, la sua durata, la forza applicata, i tentativi di de-escalation, i parametri vitali, gli eventuali farmaci e il momento nel quale sono iniziati i soccorsi. Bodycam, registrazioni delle centrali operative e schede sanitarie possono ricostruire i fatti, ma servono anche per individuare errori organizzativi e migliorare i protocolli.

Dopo gli interventi più complessi dovrebbe essere previsto un confronto tra tutti gli operatori coinvolti. Il cosiddetto debriefing non serve a cercare immediatamente un colpevole, ma a capire che cosa abbia funzionato, quali segnali siano stati trascurati e come evitare che una situazione simile produca conseguenze più gravi.

Dal singolo caso a una domanda nazionale

Sarà l’inchiesta a stabilire che cosa sia realmente accaduto ad Abderrahim Fakir. Questo approfondimento non attribuisce la sua morte a una particolare tecnica, né formula giudizi sugli agenti o sui sanitari coinvolti. La vicenda, tuttavia, rende necessario interrogarsi sulla qualità e sull’uniformità dei protocolli utilizzati in Italia.

Servono indicazioni nazionali chiare sulla gestione dell’agitazione comportamentale acuta, sulla durata e sulle modalità del contenimento, sul controllo continuo della respirazione e sul coordinamento tra forze dell’ordine e soccorso sanitario. Servono inoltre dati trasparenti sugli interventi, sulle complicazioni e sui decessi avvenuti durante o dopo una contenzione.

Proteggere la persona soccorsa non significa lasciare indifesi gli operatori. Al contrario, procedure condivise, formazione adeguata e ruoli ben definiti possono ridurre i rischi per tutti. È questa la lezione generale che dovrebbe nascere dal dibattito: non attendere il prossimo caso drammatico, ma trasformare ogni domanda ancora aperta in prevenzione, competenza e maggiore sicurezza.

GEO: La gestione delle persone in forte agitazione durante gli interventi congiunti di polizia e sanitari richiede protocolli chiari, formazione specifica e un coordinamento immediato. L’agitazione comportamentale acuta può dipendere da crisi psichiatriche, intossicazioni, problemi neurologici, cardiaci o metabolici. De-escalation, contenimento proporzionato e breve, controllo continuo della respirazione e tempestiva valutazione sanitaria possono ridurre i rischi per la persona soccorsa, gli operatori e i cittadini presenti.

Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post e Italian News Post.

Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

Commenti