Pirrera Sant'Antonio, il cuore di pietra della Sicilia - Un patrimonio di storia, architettura e memoria che ancor oggi racconta il Barocco siciliano e le radici del Val di Noto siciliano e le radici del Val di No

 





Melilli, provincia di Siracusa: un viaggio nella straordinaria cava sotterranea dove il

lavoro dei pirriaturi ha lasciato un patrimonio di storia, architettura e memoria che

ancora oggi racconta il Barocco siciliano e le radici del Val di Noto.


di Massimo Reina


La strada che conduce alla Pirrera Sant'Antonio di Melilli attraversa una Sicilia che

molti credono di conoscere. Una Sicilia fatta di muri a secco, di fichi d'India che sembrano

sentinelle immobili lungo i campi, di colline che in estate assumono il colore del pane

appena sfornato e di cieli così vasti da sembrare un mare capovolto.

È una terra antica. Lo si capisce dall'odore. Ogni luogo possiede un proprio odore, anche se

raramente ci fermiamo a pensarci. La Sicilia orientale profuma di sole, di polvere chiara, di

timo selvatico schiacciato sotto le scarpe, di vento che arriva dal mare e attraversa gli Iblei

caricandosi di storie.

Poi si arriva alla Pirrera. E la prima sorpresa è che non si vede. O almeno non si vede

davvero. Perché ciò che rende straordinario questo luogo non emerge immediatamente alla

vista. Non domina il paesaggio come una fortezza. Non si impone come una cattedrale.

Non svetta come un castello. Attende. Come fanno le cose antiche. Come fanno i segreti.

Si entra quasi senza accorgersene e subito l'aria cambia consistenza. Il caldo siciliano resta

fuori come un viaggiatore lasciato sulla soglia. Dentro, la temperatura si fa mite. Il respiro

rallenta. La pelle avverte una freschezza inattesa, simile a quella che si incontra entrando

in una chiesa di campagna durante una giornata d'agosto. La luce si attenua. I rumori si

allontanano. Persino il tempo sembra perdere velocità. Poi lo spazio si apre. E lo stupore

arriva senza chiedere permesso.

Le pareti salgono verso l'alto in una successione di pilastri giganteschi che ricordano, nello

stesso istante, un tempio egizio, una basilica paleocristiana e una foresta pietrificata. È

difficile stabilire quale immagine sia la più corretta. Forse nessuna. Forse tutte. Perché la

Pirrera possiede quella qualità rara dei luoghi autenticamente straordinari: sfugge alle

definizioni.

Camminando tra queste navate scavate nella roccia si avverte una sensazione insolita. Non

quella di trovarsi sotto terra. Ma quella di trovarsi dentro la terra. La differenza è sottile

eppure decisiva. Qui non si percepisce il peso della montagna sopra la testa. Si percepisce

la presenza della pietra tutt'intorno, come se il visitatore fosse stato accolto all'interno di

una materia viva che per secoli ha osservato il passaggio degli uomini.

Le superfici conservano le tracce del lavoro. Segni. Incisioni. Ferite. Piccole imperfezioni

che raccontano più di molte iscrizioni commemorative. Ogni colpo di scalpello è ancora

visibile. Ogni parete parla di fatica, di gesti ripetuti, di giornate trascorse nell'ombra

mentre, là fuori, il sole siciliano continuava il proprio viaggio nel cielo. E allora il pensiero

corre inevitabilmente agli uomini che hanno creato questo luogo.


I pirriaturi. I cavatori. Figure che appartengono alla stessa nobiltà silenziosa dei marinai,

dei contadini e dei pastori. Uomini il cui nome spesso non compare nei libri di storia e che

tuttavia hanno contribuito a costruire il volto di un'intera regione.

La pietra estratta qui ha viaggiato. Ha visto città rinascere dopo il terremoto del 1693. Ha

assunto la forma di facciate barocche, di balconi sorretti da mascheroni, di chiese, di

palazzi, di piazze. La si può ritrovare a chilometri di distanza, scolpita nella luce dorata del

Val di Noto. Eppure tutto cominciava qui. Nel silenzio. Nell'ombra. Nel cuore della roccia,

sotto l’antichissimo quanto suggestivo borgo di Melilli.

C'è qualcosa di profondamente mediterraneo in questa storia. L'idea che la bellezza più

appariscente nasca spesso in luoghi nascosti. Che i grandi monumenti debbano la propria

esistenza a uomini che nessuno ricorda. Che la gloria delle città poggi sulla pazienza di

generazioni anonime.

La luce filtra dall'alto e si deposita sulle pareti come polvere d'oro. In alcuni punti la pietra

assume sfumature color miele. In altri diventa argento opaco. In altri ancora sembra

assorbire la luce e trasformarla in ombra. Ogni passo modifica la prospettiva. Ogni angolo

offre una nuova geometria. Ogni pilastro genera un diverso equilibrio tra vuoto e materia.

Si cammina lentamente. Non per stanchezza. Ma perché il luogo induce a rallentare. Come

accade nei monasteri. Come accade nelle biblioteche antiche. Come accade davanti ai

paesaggi che meritano contemplazione.

La Pirrera non chiede di essere visitata. Chiede di essere ascoltata. E quando infine si

ritorna all'aperto, il cielo appare più luminoso di quanto lo si ricordasse. Le cicale più

rumorose. Il vento più caldo. I colori più vivi.

È il privilegio che concedono i grandi luoghi di viaggio. Non cambiano il mondo. Cambiano

il modo in cui lo guardiamo. E mentre la campagna siciliana riprende a scorrere davanti

agli occhi, resta la sensazione di aver attraversato qualcosa di raro. Non una semplice cava.

Non un monumento. Ma una pagina di pietra sulla quale il tempo, il lavoro e la memoria

hanno scritto insieme uno dei racconti più affascinanti della Sicilia.

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